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Area bambini e adolescenti / Problemi di comportamento

figli che si comportano male

Problemi di comportamento nei bambini e negli adolescenti

Bambini "cattivi " ?  adolescenti ribelli ?
 

I bambini che hanno disturbi di comportamento sono bambini difficili da sopportare. Vengono definiti bambini "cattivi, ribelli, capricciosi, antipatici, svolgiati, opposiviti, arrabbiati".  In alcuni casi questi bambini diventano la disperazione del genitore o dell'educatore e nemmeno i compagni sono del tutto contenti di averli intorno.

I #bambinicattivi# , "antipatici e ribelli" sono spesso bambini che soffrono.educatori_bambini_vivaci

Molti bambini sono ritenuti carenti a livello di maturità e di abilità sociali, perché fanno fatica a rispettare il proprio turno nei giochi e nelle discussioni, a rispettare le richieste ed i ruoli assegnati , hanno rapporti difficili con i coetanei, oppure sono iperattivi, cioè hanno la tendenza ad essere sempre in movimento. Può succedere che l'adulto si senta infastidito o incapace di far fronte a tali atteggiamenti e finisca con il colpevolizzare il bambino per l'inadeguatezza alle regole e alle performances tipiche dell'età, o per lo scarso rendimento scolastico.

Invece di giudicarli male e di sperare che maturino con il tempo, proviamo a pensare che certi comportamenti difficili o strani, ad esempio non mangiare o mangiare troppo, aggredire i fratelli o i coetanei, gli atteggiamenti autolesionistici o di rabbia esagerata e di provocazione, sono un modo per esprimere il disagio. Sono bambini che soffrono e che non riescono a comunciare la loro sofferenza a parole.



Adolescenti insopportabili o depressi e solitari


Anche gli adolescenti che vivono una qualche forma di disagio il più delle volte non ne parlano, ma attuano comportamenti imprevedibili e decisamente inaccettabili: impulsività, manifestazioni di rabbia a livello verbale e motorio , contrapposizione alle regole degli adulti, incapacità di concentrazione e di attenzione nei compiti scolastici, sessualità strana e pericolosa...

Ci troviamo di fronte ad adolescenti ribelli, oppositivi, arrabbiati, aggressivi, oppure antipatici, delinquenti. A volte gli adolescenti che soffrono possono diventare al contrario depressi, solitari, isolati, svogliati, non interssati a nulla, tristi. Il rendimento scolastico ne può risentire pesantemente, così come la capacità di concentrazione necessaria alla studio.  



Quali sono le cause dei problemi di comportamento nell'infanzia e nell'adolescenza ?


Raramente vi possono essere cause di tipo neurologico, quindi legate alla funzionalità del cervello, dovute a lesioni o a malattie, che devono essere diagnosticate e curate per evitare danneggiamenti più consistenti sulla sfera emotiva, sociale, intellettuale. Escludendo questo aspetto, le cause dei comportamenti disturbati sono da ricercarsi nelle situazioni che i ragazzi vivono nella loro realtà quotidiana.

Una causa di disagio poco considerata dai genitori, anche da quelli animati dalle migliori intenzioni, è il richiedere al bambino di fare troppe attività nell'arco della giornata ( ad esempio tempo pieno a scuola, corso di lingua straniera, altre attività extrascolastiche). Il bambino ha poco tempo per giocare liberamente da solo o con i coetanei e questo può produrre una situazione emotivamente stressante, che genera un comportamento problematico.

Un'altra causa di disagio è nelle situazioni difficili vissute dai genitori , ad esempio le separazioni molto conflittuali nelle quali il bambino o il ragazzo assiste ai litigi o anche a momenti di violenza, o viene utilizzato dagli adulti per scaricare le loro tensioni. Vi possono essere momenti difficili della vita degli adulti (un lutto, la perdita del lavoro, una grave malattia) che incidono sul bambino, producendo disagio.

Vi sono inoltre situazioni nelle quali i genitori, senza esserne consapevoli, producono sofferenza ai figli, che reagiscono con comportamenti difficili o incomprensibili.



Genitori che adorano i figli, figli senza regole

 
L'assenza di regole chiare, la possibilità di non rispettare le regole date,  l'indulgenza  verso bambini capricciosi e prepotenti caratterizza sempre più frequentemente i rapporti familiari; questi aspetti causano spesso danni durevoli all'educazione dei figli.


Perché moltissimi genitori non riescono dare regole ai propri figli?

Vi sono tante e differenti risposte a questa domanda: proviamo a individuarne alcune.

Tutti vorremmo che al nostro bambino fossero risparmiate le delusioni e le frustrazioni che noi stessi abbiamo subito. lnoltre, attraverso le concessioni nei suoi confronti, appaghiamo in realtà la nostra parte più fragile ed esposta agli insulti del mondo esterno. In una società che chiede troppo agli adulti, essere "morbidi" con i bambini permette agli adulti di allentare tensioni sociali altrimenti insopportabili.

All'interno del nucleo familiare, la necessità di essere indulgenti con i figli  è un modo per esorcizzare le paure, per contenere il disagio, per arginare la fretta: i genitori rincasano tardi, sovente sono stanchi e stressati dal lavoro e  non hanno l'energia per dare divieti e rimproveri.

Per educare i bambini è necessario sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato e quali sono le vie buone dove vorremmo condurre i nostri figli: ma questo spesso non è chiaro nella mente dell'adulto e questa è esattamente la sfida che lo attende. I genitori di oggi sono consapevoli  del loro difficile compito di educare i figli: la sicurezza che potevano avere i nostri nonni, che derivava dal reiterare le forme educative della tradizione, si è persa con le nostre generazioni. Oggi che la psicologia è penetrata nella coscienza delle persone,  che tutti sanno che il modo in cui i bambini vengono allevati  influisce sul loro sviluppo e sulla loro vita adulta, è più facile che, di fronte a un problema di rapporto con i figli ci si senta disorientati e preoccupati circa le decisioni da prendere.

Magari sentiamo che non è bello che i nostri figli passino il pomeriggio davanti a un videogioco dove alcuni individui ne trucidano altri, non ci piace, non vorremmo che lo facessero, ma non sappiamo bene in nome di quale principio assoluto e condiviso vietarlo. Inoltre non vogliamo per nulla incrinare la felice beatitudine dei nostri figli, creando motivi di scontro. ... E così approdiamo alla filosofia  del laisser faire. Lasciamo fare, e speriamo che passi.

Altro aspetto da considerare è il mutato ruolo del padre all'interno della famiglia. In passato era il padre a dire di no; oggi  invece i padri sono diventati permissivi, e si sono spostati venso un'area  "materna".

Si possono fare molti esempi di questo stile di rinuncia ad un ruolo autorevole.

Nella famiglia frettolosa accade sempre più spesso che i bambini dormano nel lettone dei genitori. In alcuni casi,  si tratta di un espediente per evitare pianti notturni e  interruzioni del sonno di papà e mamma. Tuttavia questa non è una buona abitudine. In alcuni casi al bimbo viene concesso di dormire accanto alla madre, mentre il papà va a dormire in cameretta. Si imposta un regime a volte difficile da modificare, che crea nel bambino l'idea che a lui tutto è permesso. 

Molti bambini che vengono inviati dallo  psicoterapeuta hanno una struttura "onnipotente".
Purtroppo il bimbo onnipotente, si accorge ben presto che i suoi comportamenti aggressivi suscitano negli altri intolleranza e reazioni negative. Un figlio che venga allevato senza regole è disorientato, confuso: in altri termini, non si è mai scontrato con muri che gli permettano di costruirsi un adeguato senso di orientamento per muoversi nella vita. Paradossalmente, se un' educazione autoritaria porta al massimo alla nevrosi, l'onnipotenza può avere conseguenze più gravi. La mancanza di regole produce una grande irrequietezza, che può essere scambiata per vivacità, ma che di solito nasconde una forma di ansia.


Sulla rivista " Più sani più belli " di settembre 2015 è uscito un interessante articolo, con la consulenza di Cristina Roccia dal titolo

                                               Come gestire una generazione di disobbedienti 

" Se dovessimo definire la nuova generazione di nati, non sarebbe difficile coglierne alcuni aspetti sempre più diffusi: bambini disobbedienti, dai tipici atteggiamenti trasgressivi, che a volte dimenticano le regole della buona educazione; in alcuni casi persino ribelli e “arrabbiati”. Com’è possibile essere già così arrabbiati fin da piccoli? Si parte da un mutato contesto sociale: la famiglia non è più quella di u
na volta e la nuova generazione è composta da “piccoli” ingestibili in casa, a scuola e fuori dai centri di aggregazione. Complice il caldo che aumenta fisiologicamente il nervosismo, e non solo nei bambini, ecco che in questo periodo si acuisce anche la sofferenza dei genitori.  In loro aiuto, la dottoressa Cristina Roccia, psicologa e psicoterapeuta presso il “Synergia Centro Trauma” di Torino che si occupa delle problematiche legate all’infanzia.

 
Genitori autorevoli o autoritari? Se i bambini di oggi sono più disobbedienti, è pur vero che i genitori sono meno autorevoli. “Ma non meno autoritari, che è un concetto diverso dall’autorevolezza - sottolinea l’esperta -. Il genitore autoritario è colui che ‘comanda’ utilizzando la forza, la coercizione e le urla; il genitore autorevole è invece la persona che esercita una funzione e a cui il bambino sa di dover obbedire in  virtù del suo ruolo. Il problema reale è che oggi i bambini non sanno e non riconoscono di dover obbedire ai propri genitori, perché ritengono mamma e papà dei ‘pari’, degli amici. Mentre il genitore deve rimanere tale”.
 
Le regole sono regole…
Le regole invece di essere imposte si discutono. Una volta un padre o una madre avrebbero detto: “Se tieni il cellulare a tavola, non mangi”. “La situazione attuale è diversa - osserva la dottoressa Roccia -. Si dice solo, con tono spesso superficiale, di non tenere il cellulare a tavola; peggio ancora è proprio l’adulto che s’intrattiene con il telefonino durante il pranzo. Niente di più sbagliato”. Un simile comportamento rende impossibile stabilire delle regole: le stesse sono oggetto di discussione e spesso di trattativa fra genitori e figli. L’effetto che si determina è che certi comportamenti, agli occhi del bambino, passano per atteggiamenti “normali”. 


Quale aiuto può dare lo psicologo 


La psicologia e lo psicologo aiutano i genitori a riconoscere i segnali di disagio e a interpretarne il significato. Inoltre la psicologa indirizza i genitori a modificare i loro comportamenti che producono disagio nel bambino: ad esempio con i genitori di Anna (caso descritto sotto) abbiamo lavorato sul modo di parlarle che rischiava di colpevolizzarla, di farla sentire sbagliata per il suo comportamento. D'altra parte lo psicologo aiuta il bambino a modificare il suo rapporto con la situazione stressante ( Anna non parlava affatto di come si sentiva male quando la mamma la sgridava, parlando di ciò che la faceva soffrire la sensazione di essere inadeguata e sbagliata è diminuita).

Sovente il genitore che produce sofferenza nel figlio è una persona che ha bisogno di essere aiutato. Il  sostegno di uno psicologo può permettergli  permetta di modificare il proprio modo di comportarsi con il figlio.



Cosa si può fare per un figlio che non esce mai di casa

Innanzi tutto bisogna chiarire il significato di "uscire di casa"in quanto valore soggettivo e non assoluto; solo in seguito si potrà  intervenire sul reale disagio del minore da lui espresso attraverso l'isolamento e il disinteresse  nei confronti del mondo esterno.
Il tempo e lo spazio non sono valori assoluti percepiti nello stesso modo da ciascuna persona. Stare 5 ore al giorno a scuola e prendere il pullman per spostarsi può essere per qualcuno molto tempo trascorso fuori casa mentre per altri non essere preso neppure in considerazione. Bisogna relativizzare e contestualizzare il tempo.

Cosa intendono i genitori per "non uscire mai di casa"? 
Perché l'adulto si spaventa all'idea che il figlio stia in casa?
Quali sono i timori dei genitori?
Quali sono le aspettative riposte sui figli?

Per poter aiutare il ragazzo bisogna quindi far prima chiarezza sui nostri punti interrogativi. Bisogna distinguere i bisogni dei genitori da quelli del figlio. Solo dopo aver fatto questo prima percorso gli adulti saranno pronti ad accogliere la solitudine del figlio e le eventuali sue preoccupazioni e insicurezze. Finché non ci si confronta serenamente non si può giudicare e biasimare la scelta dell'isolamento.
Dietro a un comportamento simile c'è sempre una spiegazione profonda e delicata.

L'irruenza di un genitore deluso e arrabbiato  non aiuta il figlio ad aprirsi al mondo esterno ma corre il rischio di ottenere l'effetto contrario. 


               
                                                                                       
Cosa si può fare per un figlio che non vuole mai stare a casa


La preoccupazione dei genitori è notevole, l'ansia di non sapere dove sia e cosa stia facendo è tangibile.  Il livello di frustrazione è alto ed è sempre più difficile trovare un punto d'incontro tra le esigenze dei genitori e del figlio.

Perché mio figlio non vuole mai stare con me ? Perché si arrabbia e mi ignora quando gli chiedo dove va e con chi esce? Perché va via sbattendo la porta?

Queste sono le domande  che non danno tregua e che rimbombano nella testa di genitori il cui  figlio non sta mai a casa. difficile per un genitore gestire la propria rabbia di fronte a un comportamento del genere. Queste sono le classiche situazioni che generano litigi violenti, insulti e  rigide prese di posizioni.

L'intervento di uno specialista è necessario in quanto è in grado di contestualizzare e ridimensionare il problema mettendo in luce i bisogni e le aspettative dei genitori e del figlio. Bisogna capire perché il figlio sta fuggendo dai genitori, perché non riesce più a trascorrere del tempo con loro e qual è il vero motivo delle sue fughe.




Alcune storie per capire ........


Storia di Anna, 4 anni

Anna ha 4 anni: papà e mamma la vorrebbero intraprendente, forte, autonoma mentre non riescono ad accettare le sue debolezze e fragilità : il disagio di Anna non può essere detto, così si trasforma in un sintomo somatico ( trattiene le feci per giorni) I genitori si preoccupano e affrontano il problema dal punto di vista dell'alimentazione, delle medicine, poi con forme di coercizione e di ricatto ( lo fai apposta a non andare in bagno). Nella bambina, che già sente di non essere all'altezza delle aspettative dei genitori, aumenta il senso di inadeguatezza.
In prima elementare Anna è molto insicura: benchè molto intelligente la bambina non va bene a scuola, è convinta di sbagliare e di essere giudicata negativamente: è spaventata dalle domande della maestra, dalle interrogazioni, teme i momenti di verifica. Anna comincia a mangiare troppo, con molto nervosismo, diventa obesa , si sente anche brutta e inadeguata, manifesta grande risentimento nei confronti anche di parole che le vengono dette dai genitori che lei interpreta come attacchi contro di lei.



Il caso di Marco, 4 anni

M arco viene portato dalla psicologa quando ha 4 anni e le maestre della scuola materna insistono con i genitori per una visita alla neuropsichiatria infantile, per avere l'appoggio: i genitori sono sconcertati, il padre soprattutto è molto critico circa le richieste della scuola, pensa che Marco sia solamente un po' agitato,(" proprio come ero io da bambino").

In realtà il padre fa un lavoro che limita la sua possibilità di stare a contatto con il figlio, che lui vede solo la domenica; è la madre che si fa carico in toto del bimbo. Questa sembra più propensa ad ammettere che Marco è difficile, " è un bambino testardo, non riesco a dargli le regole", ma sembra nel contempo molto preoccupata del giudizio che la psicologa potrebbe avere nei suoi confronti e, nei primi incontri di conoscenza, tende a presentare la vita del bambino come idilliaca: il figlio era desiderato, la gravidanza e il parto sono andati benissimo, il bambino non ha avuto problemi ad inserirsi nella scuola materna...

La psicologa chiede di raccontare cosa succede quando il bambino non rispetta le regole e lei dice che gli ricorda più volte cosa deve fare, ma lui fa finta di non sentire, è "sordo" ai suoi richiami, allora lei va dal figlio e lo solleva di peso per costringerlo. " Ma se Marco si ribella, lei cosa fa ?" " Lo picchio... quando lo picchiavo a 2 anni non capiva, adesso capisce".

I problemi con Marco, dice la mamma, sono iniziati quando lui ha cominciato a camminare, andava in giro per la casa, toccava vari oggetti, si contrapponeva a lei e alle sue indicazioni.

Quando Marco arriva per la prima volta, la psicologa nota che è un bambino gravemente disturbato, è ipercinetico, si muove con molta agitazione nell'ambiente, come se ci fosse lui solo, è sordo alle richieste degli adulti, non vuole togliersi il cappotto, scappa dalla stanza dove si trova, si butta per terra , apre le porte delle altre stanze, grida per disturbare gli altri.

Negli incontri successivi, la psicologa osserva che Marco ha sia atteggiamenti autolesionistici, fa giochi pericolosi, che un grave ritardo motorio, linguistico e sociale: si mette a gattonare invece che a camminare, mette in bocca i giochi e li succhia.

Il bambino usa un linguaggio regredito che sembra un codice segreto tra lui e la mamma, non vuole che lei si allontani dallo studio, vuole giocare e parlare solo con la mamma e non con la psicologa; la madre non contrasta queste modalità, appare affettuosa e protettiva con il figlio.
La psicodiagnosi evidenzia che Marco sia da una parte il bersaglio di forme di aggressività impulsiva della madre che d'altra parte ha, nei suoi confronti, un atteggiamento iperprotettivo, di impedimento della minima autonomia. La madre ha modalità simbiotiche, consistenti nell'impedire al figlio di fare le cose da solo, nel punirlo o sgridarlo se prende delle iniziative, nell'approvarlo soltanto se lui stava in braccio o vicino a lei o seguiva totalmente le sue indicazioni.

Marco aveva intuito in modo inconscio che restare "piccolo e regredito" era l'unica possibilità che lui aveva per mantenere il legame affettivo con la madre: si era quindi adattato a restare così, a parlare e a comportarsi come un bambino molto più piccolo, e nello stesso tempo aveva provato molta rabbia, per non poter evolvere.
In questo caso è stata necessaria la presa in carico della madre e del bambino.

Nel corso della psicoterapia è emerso come la madre di Marco fosse stata condizionata sia da un padre violento che le ha imposto delle regole dispotiche mediante la minaccia di punizioni fisiche e l'intimidazione che da una madre poco protettiva, incapace di difenderla dal padre: questo aveva acuito inconsciamente il suo bisogno di iperproteggere il bambino, allontanandolo dagli altri.





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