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L'ascolto in comunità per minori da parte dell'educatore professionale

L'ascolto in comunità per minori da

parte dell'educatore professionale


Elia Natarelli, educatrice professionale, Torino
 

"Tu prova ad avere un mondo nel cuore

  e non riesci ad esprimerlo con le parole"

(Fabrizio De Andrè)

 "Nessuno l'aveva mai ascoltato eppure non era neanche muto". Molte ragazze passate in Comunità potrebbero iniziare un romanzo esistenziale con queste parole.

Noi non sappiamo se corrisponda al vero che tra le motivazioni della scelta di fare l'educatore ci sia la volontà di "riparare" situazioni di malessere che ciascuno di noi ha vissuto nella propria infanzia. In fondo a ognuno di noi, come sostengono alcune teorie psicologiche, c'è un bambino maltrattato comunque vittima di qualche ingiustizia cui si cerca di "riparare" scegliendo anche di fare l'educatore.

Nella maggior parte dei casi, vista la cultura imperante all'interno della quale il bambino raramente ha voce, la tecnica riparatoria maggiore è diventata per noi "l'ascolto". L'ascolto come possibilità di spazio per le persone, perché tutti hanno qualcosa da dire, tutti esprimono contenuti; il problema è riuscire a sentire realmente perché non sempre i messaggi passano attraverso la voce. E' importante quindi imparare ad ascoltare.

Nelle relazioni educative l'ascolto rappresenta una capacità/competenza molto rilevante e significativa perché favorisce la costruzione di un contatto comunicativo ed un autentico riconoscimento della persona con cui si ha a che fare. L'ascolto non può solo essere inteso come un generico "sentire" ma come un processo attivo che implica il mettersi nei panni dell'altro, il sentire la realtà come la sente l'altro con i suoi riferimenti e la sua mappa personale del mondo che può essere diversa dalla nostra: riuscire a pensare, in sintesi, che la realtà oggettiva può essere vissuta in modo totalmente diverso da persona a persona. La capacità di saper ascoltare è una caratteristica peculiare di ciascuna persona e può essere acquisita con teorie ed affinata con esercitazioni pratiche: l'ascolto, nell'attività educativa, non può essere considerato un fattore accessorio. L'ascolto attivo è un argomento legato alla psicologia dinamica e riguarda, quindi, la relazione immediata fra due interlocutori.

L'elemento centrale dell'ascolto attivo consiste in una serie di attenzioni e operazioni particolari da parte dell'educatore/ascoltatore verso la persona che parla attraverso vari canali comunicativi: linguaggio, mimica facciale e corporea, sorriso, pianto, immobilità, tentativi di fuga, ecc. Tutto in noi parla, gli occhi, i gesti, la postura, il corpo, il modo di vestirsi e di atteggiarsi.
 
Marianna 14 anni; estremamente trasgressiva e per questo motivo la nonna affidataria non riesce più a gestirla. In un primo pomeriggio di primavera Marianna si presenta al colloquio di ingresso in Comunità accompagnata dall'educatrice di territorio che la segue. Nonostante la giovane età e l'altezza già notevole, M. si presenta con una pettinatura stile "Mina anni 60" con capelli cotonati raccolti sulla nuca, indossa un paio di scarpe con tacchi altissimi; il suo trucco è molto vistoso con riga nera sugli occhi, ombretto e rossetto pesanti, giubbotto e jeans stretti.

Il messaggio è palese: "Certo ho 14 anni, la nonna racconta che faccio cose strane per la mia età, non vado a scuola, frequento ragazzi più grandi di me ma, come potete vedere, dimostro molto più degli anni che ho e quindi sono autorizzata a fare quello che faccio...

La ragazza ha dovuto crescere in fretta; la madre l'aveva abbandonata in ospedale appena nata, non aveva mai conosciuto il padre. Affidata alla nonna e ad uno zio, Marianna ha fretta di crescere per modificare la sua esistenza forse perché pensa che da grande potrà crearsi, da sola, possibilità che le sono state negate da piccola. Crescere in fretta per conquistare territori sconosciuti dove forse potrà finalmente appartenere a qualcuno, dove qualcuno potrà accoglierla e tenerla con sé.

        
E' importante, quindi, cercare di riuscire a cogliere la comunicazione complessiva dell'altro che si esprime con:

- Comunicazione esplicita consapevole,

- Comunicazione esplicita inconsapevole (gesti o tono di voce),

- Comunicazioni implicite con silenzi verbali, silenzi o dinieghi posturali e mimico-gestuali. In tutti i percorsi di non comunicazione (es. perdere tempo) possono esserci delle comunicazioni implicite.

-  Entrare in relazione con una persona significa anche comprenderla attraverso il suo corpo e riconoscere gli stati d'animo tramite l'osservazione delle posture: se è agitata ci sta forse dicendo che è spaventata e che ha paura, se ci offre le pance (ventre, palmi delle mani e dei piedi), potrebbe comunicarci che di noi si fida, se ci offre il dorso si sta forse difendendo da noi e così via.

Durante la fase di ascolto quindi, come sostiene S. Guerra Lisi, occorre stare attenti per attribuire un senso anche ai "gesti apparentemente insensati. (1)

L'ascolto è basato soprattutto su una predisposizione, un atteggiamento, stato d'animo particolare da parte dell'ascoltatore. L'ascolto ci fa concentrare su di noi. Durante l'ascolto dobbiamo tenere a bada l'altro ma anche, e soprattutto, noi stessi; è sicuramente molto più difficile monitorare noi stessi che l'altro. (2)In questo caso, come sostiene M. Venturello, va affinata la capacità di sostenere le emozioni personali attraverso l'elaborazione delle proprie esperienze; ciò consente di ridurre l'impatto della soggettività nell'ascolto. (3) Per ascoltare bene l'altro occorre riuscire a creare dentro di sé un silenzio e uno spazio emotivi e anche una distanza dalle personali parti problematiche.


Le eventuali preoccupazioni per qualcosa di concreto o esistenziale o per qualcosa che può avere una risonanza molto intima e personale (es. fare il colloquio con un adolescente se in casa propria si ha un adolescente problematico, o se porta una situazione problematica analoga alla nostra) possono solo creare confusione.  Si rischierebbe, infatti, di porsi come chi ha la verità in tasca proprio perché si ha una situazione simile a casa propria e di tendere ad esportare da sé per trasportare sull'altro le soluzioni legate alle proprie esperienze di vita personale, mettendo in primo piano la propria emotività e soggettività. (4) Se si vuole entrare in relazione e stabilire un contatto vero occorre anche fare attenzione alla distanza spaziale.

Ascoltare è anche accogliere in modo affettivo e, nello stesso tempo cercare di moderare alcune emozioni negative, dominare la propria rabbia, mantenere la capacità di esprimere sentimenti positivi e manifestare comprensione evitando, il più possibile, ogni atteggiamento distaccato e al tempo stesso di esprimere giudizi lapidari. L'ascoltare può aiutare a diminuire il peso dell'inadeguatezza, dei sensi di colpa, della rabbia, delle frustrazioni delle ragazze. Se si riesce argomentare il proprio parere e spiegare, con parole comprensibili ed esempi pratici, su cosa si basa il nostro commento, forse si riesce meglio a dare senso al disagio e ai comportamenti aggressivi o regressivi.

Possono essere privilegiati racconti di episodi delle proprie storie, anche se apparentemente insignificanti o fuori luogo, con lo scopo di favorire il ricordo di spaccati di vita e per meglio comprendere ed accogliere le sofferenze, i dubbi, la nostalgia.

Può essere fondamentale il momento dell'ascolto in cui si mettono in discussione passato e presente, si ripensano episodi, si scoprono emozioni represse o solamente dimenticate; dolori, errori, momenti gioiosi, solitudine e tristezza sono rivissuti e trasferiti in parole. In questo modo si aiutano le persone a chiarire i propri sentimenti al fine di trovare la forza, la convinzione, la volontà di non cedere.

Una carezza o un abbraccio, purché spontanei, possono aiutare molto durante l'ascolto soprattutto quando non ci sono o non si trovano le parole giuste; il contatto fisico, infatti, ha una dimensione pregnante proprio perché è il primo modo di comunicare e resta sempre valido e compreso da chiunque. Attraverso la pelle la persona riceve una serie di informazioni di base, messaggi e numerose sensazioni: tali messaggi permettono di distinguere e di rispondere alle varie emozioni.  Per l'educatore è necessario conoscere l'importanza del contatto fisico e sapere che la persona che ha di fronte, in virtù della sua storia personale e della sua spiccata sensibilità, è molto selettiva e riesce a distinguere un gesto spontaneo da una forzatura proprio perché "il tatto non mente". (5) Bisogna comunque stare attenti ai messaggi estremamente affettuosi che possono essere graditi ma possono anche risultare fastidiosi o svalutativi.

Come sostiene A. Canevaro "per poter ascoltare bisogna non fare del chiasso"; si riesce quindi a partire da una predisposizione neutra ideale per un colloquio, solo dopo aver fatto e creato dentro di sé quello spazio e silenzio iniziali necessari per poter impregnarsi delle emozioni dell'altro, per poterle veramente ascoltare, elaborare-decodificare e restituirgliele in modo chiaro e riorganizzato. (6)

Occorre anche tener presente una distinzione tra: "ascolto clinico" ed "ascolto educativo".  Ad esempio, se si affronta l'argomento "scuola" durante l'ascolto clinico, si può chiedere alla ragazza come questo il problema risuona a livello intimo; se lo stesso problema è portato in colloquio con l'educatore, si fa invece un'accoglienza della preoccupazione e si possono dare consigli pratici e messaggi di realtà con atti concreti.

Per far emergere le preoccupazioni, i conflitti e per andare al cuore del problema, è consigliabile porsi in maniera curiosa e definire un vocabolario comune utilizzando parole conosciute e comprensibili, cercando di porre le domande in maniera leggera e non pressante. Ascoltare, infatti, prefigura la capacità di saper attendere e di essere empatici; così forse si riuscirà a riconoscere che quel dolore o rabbia hanno una loro legittimità e si giungerà all'idea che se la ragazza ci sta parlando di una sofferenza, quella stessa sofferenza ha, per lei, un senso e non può essere da noi banalizzata. Quando ci sembra che la persona, con cui si sta parlando, abbia espresso tutto ciò che la preoccupa o che vuole dirci, si può tentare di passare alla ricerca di una soluzione; ciò può permettere di abbassare anche il rischio di facili interpretazioni. Cercare di interpretare può anche essere utile ma è altrettanto importante tenere l'interpretazione per noi. Occorre, comunque, tener presente che sbagliare è umano e che, a volte, da un errore si può anche imparare se non si persevera.

Durante tutto il periodo di permanenza in Comunità, gli educatori sono le persone con cui le ospiti si scontrano e si confrontano maggiormente; è quindi importante cercare di essere accoglienti e coerenti poiché si può diventare per le ragazze un riferimento importante di figure adulte con cui potersi anche identificare.

 

Sono sempre più numerose le ragazze che entrano in Comunità per aver subito abusi sessuali intrafamiliari e no. Queste sono talmente sfiduciate e cariche di problemi che fanno molta fatica ad esprimere con le parole i propri sentimenti. Ma educare significa, prima di tutto, entrare in relazione con le persone visto che l'assistenza e l'accudimento sono molto necessari ma da soli non bastano.

Per poter comprendere ed aiutare queste ospiti a "comprendersi" pensiamo sia importante che l'educatore sia disponibile all'ascolto dell'abuso anche se è molto doloroso e difficoltoso. Da parte dell'educatore, il primo desiderio potrebbe essere quello della fuga e di non voler ascoltare perché ci si sente inadeguati, indiscreti, angosciati. Ma se si è dotati di strumenti appropriati, quali formazione e supervisione, potrà forse diventare più facile "incanalare" la propria emotività in maniera corretta ed assumere atteggiamenti utili al superamento delle oggettive difficoltà della situazione.

All'inizio della sua esperienza in Comunità la ragazza è catapultata in un mondo che non le appartiene e che non conosce: è spaventata. E' necessario che l'educatore in questa fase non sia invadente, non abbia atteggiamenti "seduttivi" e non tenti ad ogni costo, di accattivarsi la simpatia della ragazza; noi in genere lasciamo con assoluta tranquillità che la minore familiarizzi con la casa, con le compagne, con la nuova situazione, aspettando che sia lei a porci le domande che ritiene giusto fare.

A poco a poco l'ospite che non si sente gli occhi "puntati addosso", comincia in genere a sciogliersi ed è lei che introduce con delicatezza i problemi che l'assillano.

Alle ragazze noi diciamo, sin dall'inizio, che tutta l'équipe è a conoscenza dei motivi che l'hanno condotta in Comunità, certamente col tempo si affronteranno i vari problemi.

E' fondamentale che queste ragazze, che già hanno vissuto con dolore, la loro esperienza familiare, la separazione dagli affetti, trovino un luogo che le accolga in modo affettuoso ma rispettoso della loro individualità o del loro silenzio laddove questo silenzio è la risposta al loro lutto. In seguito la situazione si potrà normalizzare e potranno aprirsi spazi per la confidenza e il racconto.

L'ascolto dell'abuso non avrà lo scopo di identificare e condannare il colpevole ma quello di accogliere il dolore e dimostrare che il racconto ed il raccontarsi possono essere accolti, condivisi, accettati e non giudicati. Certamente sarà un ascolto non facile: potrà esserci un confuso racconto di episodi sessuali "scabrosi"; potranno venir fuori la preoccupazione per le sorelle o fratelli rimasti a casa, la rabbia per la mamma che non ha visto o non ha voluto vedere per anni, per il papà che si è fidato di loschi amici di famiglia, lo "schifo" nei confronti di se stessa, il proprio senso di colpa per aver permesso gli abusi. Potrà esserci confusione di sentimenti nei confronti della persona abusante (per lo più padre o fratello maggiore, altre volte fidanzato della mamma o amico di famiglia).

Dopo circa un mese di permanenza in Comunità una sera Valeria, durante un colloquio, mi dice di sperare che il suo ingresso in Comunità faccia bene soprattutto a sua madre che potrebbe così riflettere sul perché nella sua vita ha sempre avuto uomini sporchi e violenti. Da quelle poche parole, dalla sofferenza che traspare dalla sua voce e dalla luce dei suoi occhi comprendo che forse è arrivato il momento di farla liberare dal suo pesante fardello quindi oso e le chiedo di chiarirmi meglio il suo pensiero. Lei mi dice che si riferisce alle botte e ai ripetuti abusi sessuali subiti, negli anni, da parte del fidanzato della mamma.

Le chiedo se se la sente di parlarmi anche di questo e lei, iniziando a piangere e tremare, mi dice che vuole tentare di parlarne anche se pensa che forse ometterà dei particolari perché potrebbero farmi molto schifo. La rassicuro dicendole che qualunque cosa mi dirà, non mi farà schifo, che me la sento di ascoltare tutto ciò che vorrà dirmi e, per dimostrarle che non ho fretta e che è meglio se non veniamo disturbate, stacco la cornetta del telefono sul tavolo.

Valeria inizia il suo racconto durante il quale piange, è sempre più agitata, si stropiccia convulsamente i jeans. L'ascolto in silenzio e cerco di accogliere con empatia tutta la sua sofferenza. Lei mi aggiunge che anche la mamma era venuta a conoscenza di tutto, si era per questo ingelosita e l'aveva ripresa dicendole che "quelle cose" non si fanno con il fidanzato della mamma ma con il proprio ragazzo. V. è sempre più arrabbiata con la mamma che non è stata attenta; piange, si dispera, mi dice anche che si sente come se quell'uomo l'avesse uccisa perché si vede diversa da tutte le amiche e si sente calpestata nella propria dignità. Riporta anche che in casa non aveva molte attenzioni e che, pur di essere considerata, faceva "quelle brutte cose". Poi però si faceva schifo ed allora si chiudeva in bagno e si puniva "passandosi il rasoio sulle braccia", poi si disinfettava, copriva le braccia con le maniche lunghe. V. ricorda che le braccia le bruciavano e le facevano molto male ma che voleva torturarsi per sfogarsi e perché sperava così di liberarsi dai sensi di colpa. Mi dice ancora che è molto preoccupata perché teme che lui, ora che non fa più "quelle cose" con lei, possa farle con la sorella".

Cerco di consolarla e rassicurarla, le accarezzo i capelli, oso avvicinarmi ancora un po': Lei si lascia accarezzare ed abbracciare. Continua a piangere ma è più rilassata, il suo respiro pian piano diventa regolare. Valeria è abbastanza alta ma mi sta in braccio come una bambina piccola e mi dice che, nonostante il suo dolore per la disgregazione della famiglia, qui in Comunità riuscirà a dormire tranquilla proprio perché si sente protetta e al sicuro e spera di riuscire anche ad indossare finalmente delle magliette a manica corta.

Dopo quella sera Valeria inizia a parlare delle sue sofferenze e preoccupazioni anche con gli altri educatori, s'impegna a scuola, riesce a recuperare parecchie materie e ad essere promossa.

Certamente l'ascolto di una ragazza abusata non si esaurisce in poco tempo, in quanto i ricordi riaffiorano man mano. Di volta in volta verranno fuori dei frammenti di vita vissuta ed ogni volta ci sarà un pezzetto in più per andare a ricostruire quel "mosaico" che è la storia personale della ragazza.

Carlotta non vuole andare a deporre circa gli episodi di abusi sessuali subiti da parte di un amico di famiglia. Le faccio presente che è importante la sua testimonianza anche se sarà sicuramente difficile e molto doloroso parlare di alcuni argomenti.

C. mi chiede di sostituirmi a lei e di andare a deporre "al posto suo". Le dico che questo non è possibile e che comunque, pur conoscendo il motivo per cui è in Comunità, non conosco tutti i particolari.

La ragazza allora, con molta difficoltà e sofferenza, comincia a parlare e a raccontare la sua storia. Riesce a partire dai primi approcci, mi racconta molti particolari. Mentre parla Carlotta si gira dall'altra parte, si nasconde il viso con le mani, piange, succhia il colletto della sua maglia, continua a ripetere la sua vergogna. Poi mi dice che ora che so tutto, lei mi farà sicuramente schifo, che anche io penso che è un "puttana" e teme che per questo non vorrò più starle vicino e non accetterò più i suoi doni: caramelle, patatine, frutta sbucciata e tagliata a pezzettini, oggetti di chincaglieria, bigliettini.

Cerco di rassicurarla dicendole che non deve vergognarsi, che lei non ha alcuna responsabilità visto che era piccola, che la colpa è sempre degli adulti, che non mi fa schifo, che avrò ancora voglia di mangiare con lei, di abbracciarla e coccolarla se lei me lo permetterà e pian piano mi avvicino sempre di più.

Carlotta sembra calmarsi, beviamo una tisana insieme. Mi dice che è molto stanca però non ha finito di dirmi tutto ciò che ha nel cuore e cioè che è riuscita a raccontarmi tutto questo solo perché somiglio, nei modi di fare, a sua madre che la rassicurava quando tornava da scuola preoccupata per qualcosa. Le dico che non prenderò mai il posto della madre morta ma che sicuramente la proteggerò e cercherò di aiutarla.

Alla fine dei suoi dolorosi racconti Carlotta piange ancora di più, il suo è un pianto liberatorio, dai suoni primitivi; si lascia finalmente accarezzare, ora succhia la mia maglia, a tratti riesce anche a guardarmi. Dopo essersi apparentemente tranquillizzata mi dice che sicuramente la notte sognerà di nuovo quelle "brutte cose" ma che è molto contenta di essere riuscita a parlare e che si sente liberata da un peso.

Qualche sera dopo, Carlotta mi racconta gli stessi episodi ma con più precisione; mi chiede di scrivere tutto così non dovrà parlare con i poliziotti che, in quanto uomini, le fanno schifo per tutte "le cose brutte" che le ha fatto l'amico di famiglia. Fa uno sforzo incredibile per raccontare tutti i particolari e trovare le parole giuste per farmi capire. Racconta tutto con molta rabbia. Si arrabbia molto anche con me. Alla fine mi chiede scusa e mi dice che, quando pensa a quelle "brutte cose", si arrabbia con tutti, non riesce più a parlare e vorrebbe battere la testa e i pugni contro il muro, spaccare tutto. Mi dice ancora che teme di non riuscire a dormire e mi chiede di trascorrere tutta la notte insieme leggendo a turno una favola...... Alla quarta fiaba si addormenta.

Il testo è tratto dal libro " Luna e le altre" , scritto dagli educatori della Comunità Alloggio Sharazad, Edito dalla Città di Torino

1) Guerralisi S., " Il racconto del corpo", Borla, Roma, 1992

2) Venturello M., "L'educatore e la conoscenza di sé nella relazione educativa", Animaz. Soc.,1984

1) Guerralisi S., " Il racconto del corpo", Borla, Roma, 1992

3) Venturello M., tratto da "Il bambino tradito" Carocci edit, 2000

4) Liberamente tratto da appunti di viaggio di psicologia sociale, dott.ssa Guiglia, docente Sfep, Torino

5) Guerralisi S."Il metodo della globalità dei linguaggi", Borla, Roma, 1987
6) Canevaro A., liberamente tratto da conferenza tenuta per la SFEP, presso ITIS Avogadro, Torino,1997



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