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FAQ - Domande e Risposte
Violenza contro donne e bambini / violenze contro le donne

Origini storiche della violenza contro le donne

Le molestie sessuali, lo stupro, i maltrattamenbambolato fisici, le percosse e le violenze sessuali contro le donne sono anche in Italia una tragica realtà. La violenza sessuale nei confronti delle donne è un fenomeno molto diffuso che ha radici antichissime negli atteggiamenti culturali che, nelle varie epoche, hanno dominato il modo di intendere il rapporto uomo-donna. Si tratta di atteggiamenti che incidono fortemente sugli schemi soggettivi, sia della vittima che del violentatore che sul suo modo di interpretare lo stupro.

Le donne, da sempre, sono state considerate inferiori all'uomo e destinate all'obbedienza silenziosa e rispettosa. Le violenze contro le donne, i maltrattamenti, gli stupri, le molestie sessuali fanno rivivere alcune rappresentazioni sociali della donna che la cultura europea ha prodotto: il principio dualistico del rapporto sessuale, dove la donna è passività e l'uomo è attività; l'identificazione tra sessualità femminile e procreazione; la donna vista come asessuata, priva di desiderio e strumento del piacere maschile. La concezione dell'antichità classica greca, dove la donna per Platone è considerata inferiore all'uomo e per Aristotele è "per natura più debole dell'uomo" dato che "il corpo femminile è incompleto, menomato", autorizza la sottomissione femminile all'uomo. Il Cristianesimo riprende e conferma questa sottomissione, benchè dal punto di vista spirituale veda la donna uguale all'uomo; per San Paolo "il capo della donna è l'uomo. La donna non può insegnare, né imporre la sua volontà, ma deve rimanere in silenzio". Da questa concezione deriva la scelta cattolica di vietare alle donne le funzioni sacerdotali. Una nuova immagine della donna si instaura durante l'Illuminismo, grazie all'attività di donne dedite allo studio e all'arte, ma è una immagine che riguarda un'esigua minoranza. La maggioranza delle donne rimane relegata a compiti ausiliari. L'idea che la donna non desideri l'appagamento sessuale permane durante il Medioevo, il rinascimento e nei secoli successivi, al punto che nell'800 Rousseau nell'"Emilio" scrive che mentre "l'uomo è attivo e forte, la donna è passiva e debole": da ciò deriva che la relazione tra i sessi ha un carattere di violenza. La cultura ottocentesca ritiene che la sessualità femminile venga appagata dal parto e dalla cura dei bambini e non abbia quindi, se non raramente, altri desideri da soddisfare. All'incirca cento anni fa Lombroso riteneva che "la donna è normalmente monogama e organicamente frigida", mentre Moebius (psichiatra positivista del 900) scriveva che " il cervello femminile è inferiore, per permettere alla donna di essere madre".

Il riconoscimento di un diverso valore della donna nasce in Europa nel nostro secolo, con le possibilità di lavorare fuori casa che l'industrializzazione crea, con la diffusione della scolarizzazione, con le battaglie dei movimenti femminili per il voto e per l'equiparazione dei diritti. Alla fine degli anni '60 le conquiste sulla contraccezione portano ad una maggiore libertà sessuale per la donna e al riconoscimento del suo diritto all'appagamento sessuale. Gli studi di Master e Johnson riconoscono anche da un punto di vista scientifico l'esistenza nella donna di bisogni sessuali e della capacità di provare l'orgasmo pari a quelli maschili.

Sul piano culturale, lo stupro viene identificato come atto lecito o illecito a seconda delle circostanze e dell'età o della situazione
coniugale delle donne. Nella Bibbia lo stupro è un reato contro la proprietà, poiché la donna è proprietà di un uomo. La pena prevista per gli stupri è quella di morte, non solo per il violentatore, ma anche per la vittima della violenza sessuale, se questa è sposata! Se è vergine, non è colpevole solo se viene violentata in luogo isolato, mentre se lo stupro avviene in città, dove le grida si potrebbero udire, essa è colpevole. Nella antichità romana lo stupro non è considerato reato se viene compiuto dai vincitori sulle donne dei vinti, oppure se viene seguito dal matrimonio (per esempio ratto delle Sabine). Durante il Medio Evo la liceità dello stupro e delle violenze sessuali sulle donne sono relative allo stato di verginità della donna e alla sua classe sociale di appartenenza. Durante il Rinascimento e l'Illuminismo si ritiene che, se la donna stuprata è rimasta incinta, è perché ha provato piacere e quindi è colpevole. In Italia nell'800 e fino al 1950 le ragazze minorenni stuprate vengono chiuse in riformatorio. Negli avvenimenti bellici dell'età contemporanea quello che viene chiamato "stupro etnico" è molto diffuso. L'idea che la donna è corresponsabile dello stupro perché durante la violenza sessuale desidera il rapporto sessuale e con il suo comportamento eccita l'uomo, e l'idea che il rapporto sessuale è fondamentalmente un rapporto di violenza si sono costruite nel tempo.


Queste idee perpetuano aspetti di rappresentazione della donna che oggi non vengono più esplicitati, ma che hanno dominato fino a pochi decenni fa. La legge 66 del 1996 sulla violenza sessuale contro le donne modifica in modo fondamentale il modo di rappresentare lo stupro , che da reato contro la moralità pubblica e il buon costume diventa un delitto contro la persona. Questa legge è una conseguenza dei cambiamenti culturali che coinvolgono l'immagine della donna, ma anche delle ricerche compiute sui soggetti che hanno subito uno stupro.

Nel 1976 Russel intervista in America novecento donne costituenti un campione casuale e scopre che una su quattro era stata stuprata e che una su tre aveva subito nell'infanzia una forma di molestia o di abuso sessuale; questa ricerca viene replicata in varie città con risultati analoghi. Finkelor la replica a Londra ed altri studiosi del fenomeno compiono interviste analoghe in vari Paesi europei.
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