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FAQ - Domande e Risposte
Area bambini e adolescenti / bambini con genitori separati

domande legali più frequenti su separazione e divorzio



Quella di separarsi è una scelta che prende forma nella mente delle persone a poco a poco.
Mi faccio tante domande e non so dove andare, a chi rivolgermi.

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Risponde l'avvocato Cristina Bruno Voena





1. Abbiamo deciso di separarci, ci rivolgiamo ad un avvocato? Dobbiamo avere un avvocato per ciascuno o possiamo contare su un unico professionista che tuteli entrambi?


Decidere di separarsi significa prendere in considerazione tutta una serie di problemi che non è facile risolvere autonomamente.


Ad esempio, come mi devo comportare se la casa familiare è in comproprietà? Oppure, se vi sono altri beni comuni? A chi devono essere affidati i figli?

Le domande sono tante e difficilmente riescono a trovare una risposta che non dia adito a dubbi, discussioni o, peggio ancora, strascichi e polemiche anche dopo la stessa separazione.

La Costituzione italiana, all'art. 111, prevede che ogni processo si svolga nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La garanzia di attuazione del c.d. "giusto processo" è fornita dalla presenza in giudizio dell'avvocato.

Nel caso in cui i coniugi decidano di presentare ricorso per separazione consensuale, essi possono anche rivolgersi ad un unico avvocato, che, se accetta l'incarico, ha l'obbligo di tutelare l'interesse di entrambi i clienti in maniera assolutamente paritaria.

In ogni caso, i coniugi possono decidere di scegliere ciascuno un avvocato diverso, che tratterà con l'avvocato di controparte le condizioni dell'accordo di separazione esclusivamente nel suo interesse.

Nel caso in cui, invece, i coniugi non raggiungano un accordo di separazione e decidano, pertanto, di ricorrere alla separazione giudiziale, dovranno, ovviamente, rivolgersi ciascuno ad un proprio, diverso avvocato.



2. Quanti tipi di separazione esistono? Che differenza c'è tra i vari tipi di separazione?


Esistono due tipi di separazione.

La separazione consensuale, in cui i coniugi concordano le condizioni alle quali intendono porre fine alla convivenza ed alla comunione spirituale, sottoscrivendo insieme un ricorso, che viene depositato in Tribunale.

Il Presidente del Tribunale, letto il ricorso, fissa un'udienza avanti a sé o ad altro giudice da lui delegato che, esperito un tentativo (obbligatorio) di conciliazione, laddove questa non abbia esito, dà atto a verbale del consenso delle parti alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole. La separazione acquista efficacia con l'omologazione del Tribunale.

La separazione giudiziale può essere chiesta quando si verificano fatti - anche indipendenti dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi - tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole.

Il giudice può, in tali casi, pronunciando la separazione, dichiarare a quale dei coniugi la stessa sia addebitabile, se ritiene che questi abbia tenuto comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio.

In caso di separazione giudiziale, il coniuge presenta un ricorso in cui espone i fatti sui quali è fondata la sua domanda. Anche in questo caso, le parti compaiono personalmente davanti al Presidente del Tribunale, o ad altro giudice da questi delegato,

che sente le parti personalmente e, tentata, comunque, la conciliazione, emette i provvedimenti provvisori. In particolare, il Presidente: 1) autorizza i coniugi a vivere separati; 2) decide in merito all'affidamento e alla collocazione dei figli, regolando i loro tempi di permanenza con ciascuno dei genitori; 3) stabilisce in quale modo debbano essere regolati i rapporti economici tra i genitori rispetto al mantenimento dei figli (quantificando un assegno e/o suddividendo tra i coniugi i vari tipi di spesa); pone eventualmente a carico di uno dei coniugi l'obbligo di versare all'altro un assegno di contributo per il suo mantenimento.

Poiché tali provvedimenti sono provvisori ed urgenti, il Presidente nomina, poi, un giudice istruttore - davanti a cui fissa udienza - che avrà il compito di valutare tutte le prove che i coniugi dedurranno nel processo per vedere tutelate le loro ragioni e quelle dei figli.

Al termine del processo, il Tribunale deciderà con sentenza, che potrà essere oggetto di appello.



3. A chi vengono affidati i figli minorenni? Come vengono regolamentati i rapporti tra genitori e figli?


L'art. 155 del codice civile (come modificato dalla Legge n. 54 del 2006) afferma il principio della bigenitorialità, al quale i giudici che pronunciano la separazione devono attenersi: anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Il giudice che pronuncia la separazione personale deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori e dispone, quindi, l'affidamento condiviso. In questo caso, la potestà è esercitata da entrambi i genitori. Il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente con riguardo alle questioni di ordinaria amministrazione (cioè di quotidiana gestione del minore).

Il giudice, solo dopo avere escluso la possibilità di affidare i figli ad entrambi i genitori può disporre - e il suo provvedimento deve essere motivato - che gli stessi vengano affidati ad uno solo.

Il giudice determina, altresì, i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, fissando, poi, le modalità con cui ciascuno deve contribuire al loro mantenimento.



4. Siamo sposati con un figlio, a chi viene assegnata la casa coniugale? Siamo sposati senza figli, a chi viene assegnata la casa coniugale?


L'articolo 155-quater del codice civile prevede che il godimento della casa familiare sia attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli.

L'assegnazione della casa è provvedimento che il giudice può adottare per tutelare l'interesse dei figli a conservare l'habitat domestico, cioè il centro degli affetti e delle consuetudini in cui si è svolta la vita familiare. Tale provvedimento, pertanto, non viene adottato in mancanza di figli per tutelare le esigenze del coniuge economicamente debole.

La legge prevede, altresì, che il giudice, nel regolare i rapporti economici tra i genitori, tenga conto dell'assegnazione della casa.

Laddove, infatti, la casa familiare sia - per esempio - in comproprietà tra i coniugi ovvero di proprietà di quello che non è assegnatario della stessa, il giudice deve considerare che questi dovrà sostenere le spese per la proprie, nuova, sistemazione abitativa. Resta, ovviamente, salvo il suo diritto di proprietà o di comproprietà.

Il provvedimento di assegnazione può essere opposto a terzi, se trascritto nei registri immobiliari. Ciò significa che l'eventuale acquirente di un immobile soggetto ad assegnazione acquista sullo stesso il diritto di proprietà, ma non può disporne fino a quando non venga emesso dal giudice un provvedimento di revoca dell'assegnazione.

Il diritto al godimento della casa coniugale viene meno quando i figli divengono maggiorenni ed economicamente autosufficienti.

L'art. 155-quater del codice civile stabilisce che: "Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario.......conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio".

La Corte costituzionale, con sentenza 30 luglio 2008, n. 308, ha ritenuto che tale norma debba essere interpretata nel senso che l'assegnazione della casa coniugale non venga meno di diritto nel caso di instaurazione di convivenza di fatto o matrimonio dell'assegnatario, ma che la decadenza dalla stessa debba essere subordinata ad un giudizio di conformità all'interesse del minore.

Ciò in quanto l'art. 155-quater, ove interpretato - sulla base del dato letterale - nel senso che la convivenza more uxorio o il nuovo matrimonio dell'assegnatario siano circostanze idonee, di per se stesse, a determinare la cessazione dell'assegnazione, non è coerente con i fini di tutela della prole - cui si ispira la legge 54/2006 - per il quale l'istituto è sorto.



5. Come viene quantificato l'assegno di contributo per il mantenimento dei figli? Mio figlio è diventato maggiorenne, devo continuare a versare l'assegno di contributo per il suo mantenimento? A chi devo versare l'assegno di contributo per il mantenimento di mio figlio, divenuto maggiorenne?


Con riguardo al mantenimento dei figli, la legge prevede che, salvo accordi liberamente sottoscritti dalle parti (cioè, nel caso di separazione consensuale) ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Il giudice può, ove necessario, porre a carico di uno dei genitori l'obbligo di versare all'altro un assegno mensile che deve essere quantificato considerando:

1.le attuali esigenze del figlio;
2.il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza di entrambi i genitori;
3.i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
4.le risorse economiche di entrambi i genitori;
5. il valore economico dei compiti domestici e di cura (accudimento del figlio sia sotto il profilo psicologico che sotto quello materiale) assunti da ciascun genitore;

L'assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in mancanza di altri parametri indicati dalle parti o dal giudice.

Con riguardo ai figli maggiorenni ma non economicamente autosufficienti, la legge stabilisce che il giudice può prevedere il pagamento di un assegno periodico.

Il giudice può decidere se tale assegno debba essere versato direttamente al figlio stesso, ovvero se debba continuare ad essere versato alla madre o, ancora, se parte al figlio e parte alla madre.



6. Come viene quantificato l'assegno di contributo per il mantenimento di mia moglie?

Il coniuge cui non è addebitata la separazione ha diritto di ricevere un assegno di mantenimento, se è sprovvisto di adeguati redditi propri.

Si tratta di un assegno mensile, rivalutabile annualmente secondo gli indici ISTAT.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha individuato i criteri in base ai quali deve essere quantificato l'assegno de quo:

1. la non addebitabilità della separazione al coniuge che chiede il mantenimento;

2. la mancanza di adeguati redditi propri o, comunque, una notevole disparità economica tra i coniugi;
3.l'impossibilità per il coniuge che chiede l'assegno di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Premesso questo, il giudice procede valutando la situazione economica complessiva di entrambi i coniugi, tenendo conto sia del loro reddito, sia del loro patrimonio, sia della rispettiva capacità di lavoro.


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