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Violenza contro donne e bambini / aspetti legali sulla violenza a donne e bambini

avv. Bruno Voena: legge sui minori


LA LEGISLAZIONE ITALIANA A TUTELA DEL MINORE MALTRATTATATO



Maria Cristina Bruno Voena


Avvocato- Esperta di diritto di famiglia e dei minori - Foro di Torino.





Il legislatore e l'attenzione all'infanzia

Nel 1948, ossia con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, l'ordinamento italianto riconosce il bambino come persona.

Al minore è conferita pari dignità rispetto a tutti i cittadini: lo Stato deve rimuovere quegli ostacoli che, di fatto, ne impediscono il pieno sviluppo (artt. 2 e 3); i genitori hanno il diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio e il legislatore, in caso di incapacità dei genitori, provvede affinchè "siano assolti i loro compiti" (art. 30). Al contempo, la Repubblica protegge "la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo" (art. 31).Vengono sanciti il diritto all'istruzione inferiore obbligatoria gratuita ed al raggiungimento dei più alti gradi degli studi ai capaci e meritevoli  (art. 34); l'obbligo di rispettare un limite minimo di età per il lavoro salariato, l'obbligo di tutelare il lavoro dei minori e di parificarne la retribuzione a quella dei maggiorenni (art. 37) (1).

In realtà, è solo con la legge 431/67 in materia di adozioni che il nostro ordinamento, recepisce, per la prima volta compiutamente, il principio costituzionale che riconosce al minore i diritti della personalità. Toccherà, poi, alla magistratura minorile, "attraverso l'applicazione della nuova disciplina, contrastando antichi pregiudizi ed affrontando ostacoli e difficoltà, che man mano si presentano nella pratica quotidiana" elaborare una teoria dei diritti del fanciullo, ancorché inevitabilmente sommaria (2).

Occorre, però, attendere la riforma del diritto di famiglia del 1975 per assistere ad una radicale trasformazione normativa dei rapporti intra-familiari: i genitori, titolari della potestà

(1) Cfr., Dogliotti, Le persone fisiche, in Trattato di diritto privato, diretto da P. Rescigno, II, Torino, 1982, pag. 38).

(2)  Cfr. Dogliotti, Affidamento e adozione, in Trattato di diritto civile e commerciale, VI, t.3, Milano, 1990, pag. 8).

parentale, non sono più intesi come i detentori di un potere assoluto, ma come i destinatari di un dovere da assolvere nel rispetto dei diritti del minore quale persona. La famiglia, pertanto, assume una connotazione meno rigida, dove il padre non si impone più su tutti gli altri componenti del nucleo, ma si affianca all'altro genitore per adempiere all'obbligo di "mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli" (art. 147 cod. civ.).

L'interesse verso un riconoscimento dei diritti soggettivi dei bambini trova, poi, ulteriore conferma nella legge 184/1983 (e, da ultimo, nella Legge 240/2001), dove si enuncia una regola cardine: il diritto del minore ad avere una famiglia e, pertanto, prima di tutto, a rimanere all'interno del proprio nucleo di origine, usufruendo, se del caso, dei supporti, materiali e giuridici, necessari. Tale legge regolamenta più specificamente l'affidamento familiare, costruendolo come istituto volto all'esclusiva esigenza di protezione del bambino, sì che l'allontanamento dalla famiglia di origine diviene un accadimento soltanto temporaneo, nella prospettiva di un futuro reinserimento nella stessa.

Il 1991 è l'anno in cui viene promulgata la legge di ratifica della Convenzione dei Diritti dell'infanzia dell'ONU. Con essa, lo Stato si impegna a rispettare "il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione" (art. 14 co. I), il diritto ed il dovere dei genitori, oppure, se del caso, dei rappresentatni legali del bambino, di "guidare quest'ultimo nell'esercizio del summenzionato diritto in maniera che corrisponda alle sue capacità" (art. 14 co. II). In ogni modo, viene sancito il principio secondo cui "in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente" (art. 3 co. I).

Il progredire degli studi sull'infanzia e sui relativi diritti ha fatto emergere, specie nell'ultimo decennio, la necessità di prendere in considerazione, accanto agli argomenti formalmente meno impegnativi, quali il rispetto e l'amore per i bambini, quello, sicuramente più arduo, del maltrattamento e dell'abuso del minore.

Il graduale superamento di ancestrali rimozioni ha consentito di prendere finalmente coscienza del fatto che non sempre i rapporti tra adulti e bambini sono improntati all'affetto, che il rispetto del diritto costituzionalmente garantito della personalità del minore spesso non è altro che un mero omaggio verbale, dietro cui si cela il desiderio dell'adulto di soddisfare proprie, egoistiche, aspettative. Si è riconosciuto che l'amore genitoriale può sfociare in accessi di odio, violenza e perversione verso chi è più indifeso, che dietro il concetto di "dovere di crescere, educare ed istruire" si cela spesso l'ansia di proprietà del genitore verso i figli, la convinzione di poter fare di essi ciò che si vuole, di "addestrarli" ad inseguire sogni perduti od a riparare frustrazioni mai sopite.

Si è sviluppata, così, una maggiore attenzione verso le norme penali che incriminano condotte come la violenza, il maltrattamento e l'abuso sessuale sui minori. La dottrina si è impegnata a dar voce a chi voce non ha, reclamando maggiore attenzione verso l'infanzia violata, che vive fianco a fianco con quella che appare nelle immagini stereotipe dei bambini amati, coccolati e, spesso, anche troppo viziati.

Il legislatore, grazie proprio a queste sollecitazioni, ha promulgato leggi, si pensi alla Legge 66/1996 in materia di violenza sessuale ed alla Legge 269/1998 in materia di pornografia minorile, che attestano la preoccupata attenzione del nostro ordinamento alla tutela dei soggetti deboli coinvolti nella traumatica esperienza dell'abuso sessuale. Il minore, oggi, riceve una tutela penale che, sebbene si dimostri, per alcuni versi, ancora inadeguata rispetto alle sue specifiche esigenze, rappresenta un tentativo di restituire alle piccole vittime di abuso sessuale un poco di quell'infanzia che la crudeltà degli adulti ha loro sottratto. 



GLI OPERATORI INCONTRANO L'ABUSO

La segnalazione: ambito civile ed ambito penale

Gli operatori scolastici, sociali, sanitari, o che a vario titolo interagiscono con minori, quando si trovano di fronte un bambino che presenti sintomi ricollegabili ad una forma di maltrattamento, devono, innanzi tutto, possedere le competenze necessarie a comprendere se sia sufficiente attivare unicamente le risorse interne all'ente presso cui operano, scuola o servizio sociale, ovvero se, presentando il disagio sintomi di particolare gravità, sia opportuno effettuare una segnalazione al Tribunale per i Minorenni o, addirittura, manifestandosi un'ipotesi di reato, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario.

Le tre diverse situazioni richiedono tre diversi tipi di intervento.

(6) Ratificata in Italia con la Legge 27 maggio 1991, n. 176

(7) Cfr., Linee guida per la segnalazione e la presa in carico dei casi di abuso sessuale, Delibera n. 42 del 2 maggio 2000 della Regione Piemonte).

a) Nel caso in cui il minore presenti una sintomatologia di minore gravità, e se il progetto di aiuto psicologico e sociale al minore e al nucleo familiare può essere realizzato con il consenso dei genitori non è necessario attivare la macchina giudiziaria.

b) Qualora l'avvio dell'intervento di presa in carico incontri il diniego degli esercenti la potestà sul minore, gli operatori sono tenuti ad effettuare la segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, la quale è titolare dell'azione civile in materia di potestà genitoriale.

Il Tribunale per i Minorenni, infatti, può, a norma dell'art. 336 c.c., adottare d'ufficio provvedimenti temporanei nell'interesse del minore soltanto in caso di urgente necessità. Per tutte le altre ipotesi, può dichiarare la decadenza o pronunciarsi in merito alla limitazione della potestà parentale in esito alla presentazione di un ricorso da parte della Procura minorile o dei parenti del minore.

c) Se la situazione in cui versa il minore presenta aspetti tali da indurre a presumere che egli sia vittima di un reato, l'intervento dell'operatore assume caratteristiche del tutto peculiari.

Egli ha l'obbligo di denunciare il fatto non soltanto alla Procura minorile ma, altresì, alla Procura presso il Tribunale ordinario (8), con modalità che possano garantire la tutela del minore, pur nel rispetto del diritto degli esercenti la potestà di difendersi adeguatamente dalle accuse formulate (9), e ponendo in essere adeguati interventi  a salvaguardia della salute psico-fisica della piccola vittima.

La denuncia deve contenere una narrazione analitica dei fatti, dei comportamenti osservati e delle parole usate dal minore, senza spazio alcuno per illazioni o considerazioni personali.

Al proposito, è importante che l'operatore  il quale si trovi di fronte ad un'ipotesi di reato, o che riscontri una situazione di pregiudizio per il minore, sappia che può ricorrere all'ausilio del Sostituto Procuratore per i Minorenni in qualsiasi momento. Quest'ultimo, infatti, per la sua continua reperibilità, è in grado di fornire le giuste risposte ai suoi dubbi, non soltanto rispetto al tipo di segnalazione da effettuare, ma anche rispetto alle azioni da porre in essere a protezione del minore.

(8)   Cfr., infra, pag. 16 e ss.

(9)  Cfr., infra, pag. 8 e ss.
Segnalazione e diritto di difesa dell'esercente la potestà parentale sul minore nel giudizio innanzi al Tribunale per i Minorenni.

L'art. 609-decies c.p., la cui ratio ispiratrice sta nella volontà del legislatore di tutelare il minore, impone al Pubblico Ministero procedente di dare notizia al Tribunale per i Minorenni dell'esercizio dell'azione penale per preteso abuso sessuale. Nulla dice la norma codicistica in ordine ai tempi ed alle modalità con cui la notizia deve essere data.

Prima della riforma dell'art. 111 Cost., come introdotta dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, nonostante le resistenze opposte da alcuni pubblici ministeri, la prassi della maggior parte dei Tribunali consentiva il passaggio degli atti del procedimento  penale  al  fascicolo  civile  con  l'escamotage,  se  del caso, della secretazione, disposta dal giudice minorile, sugli atti per i quali si riteneva necessario mantenere il segreto investigativo.

Oggi, se per alcune realtà la  procedura non è cambiata, per cui l'accesso al fascicolo depositato presso il Tribunale per i Minorenni da parte dell'esercente la potestà parentale sul minore, presunta vittima di maltrattamento, è limitato solamente agli atti cui il giudice minorile abbia lasciato libero accesso, per alcuni Tribunali questo metodo non è più utilizzabile (9).

(9) La Sezione per i minorenni della Corte d'Appello di Torino  (cfr., C. d'Ap. To. 3 gennaio 2001, Pres. Est. Pazé, in Famiglia e diritto, 2003, 3, pag. 315) è stata chiamata a pronunciarsi su un  decreto emesso dal Tribunale per i Minorenni che vietava ad un padre - sospettato di abuso sessuale - di visitare i tre figli e disponeva la c.d. secretazione del fascicolo del giudice minorile, nel quale vi era la copia di due dei procedimenti penali trasmessi dal Procuratore della Repubblica di Asti e di Torino, di per sé coperti dal segreto investigativo. Il provvedimento ha ritenuto che il Giudice minorile avesse violato le regole del giusto processo allorquando aveva vietato alle parti di conoscere tutti gli atti sui quali era fondata la propria decisione; si è, pertanto, consentito alle stesse che prendessero visione ed estraessero copia degli atti in discorso. In altre parole, si è stabilito che, ogniqualvolta il Tribunale per i Minorenni, su ricorso della Procura minorile o di un genitore, instauri un procedimento ablativo o limitativo della potestà parentale, entrambi i genitori hanno il diritto di conoscere, sin dall'inizio, l'intero fascicolo processuale giacente presso l'Ufficio del giudice.

L'applicazione dell'art. 111 Cost. (10) ai procedimenti innanzi al Tribunale per i minorenni impone, infatti che, ogniqualvolta il Tribunale medesimo, su ricorso della Procura minorile o di un genitore, instauri un procedimento ablativo o limitativo della potestà parentale, ad entrambi i genitori sia garantito il diritto di conoscere, sin dall'inizio, l'intero fascicolo processuale giacente presso l'Ufficio del giudice.

Ecco che, in tali casi, la necessità, riconosciuta dal legislatore e recepita da alcuni Tribunali italiani, di garantire il sacrosanto diritto delle parti coinvolte in un procedimento minorile di svolgere adeguatamente  le  proprie  difese,  si  pone  in contrasto con le difficoltà nascenti dalla prematura introduzione nel procedimento civile innanzi al Tribunale per i Minorenni di atti che dovrebbero rimanere coperti dal segreto investigativo perché acquisiti in sede di  indagini preliminari ancora in corso.

Di questo aspetto non può non tenere conto l'operatore che si trovi di fronte ad un minore con sintomi di abuso sessuale, cui  la legge impone l'obbligo di segnalare il fatto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario, in vista dell'eventuale esercizio dell'azione penale, ed alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, per la messa in atto dei provvedimenti di tutela. Solitamente, l'obbligo in discorso, tutta la letteratura in materia ne è testimone, viene assolto mediante l'invio ad entrambe le Autorità di un'unica segnalazione in duplice copia.

Ebbene, laddove l'intervento giurisprudenziale abbia posto in primo piano la necessità di applicare l'art. 111 co I e II Cost. a tutti i procedimenti dinanzi al Tribunale per i Minorenni, la prassi in discorso non può più essere utilizzata (11).

(10) Il testo dell'art. 111, co. I e II, Cost. recita: "La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata".

(11) Il problema in discorso ha provocato un serio dibattito tra coloro che operano presso i Servizi socio-sanitari facenti capo ai Tribunali per i Minorenni che impongono l'applicazione al processo minorile  del principio del contraddittorio tra le parti ed esplicitano il canone della terzietà ed imparzialità del giudice. Si è, infatti, palesata l'esigenza di rinvenire un metodo che consenta all'operatore che segnala  di agire in modo che sia garantito il contemperamento delle opposte esigenze del rispetto del diritto di difesa di tutte le parti coinvolte in un giudizio di volontaria giurisdizione ex artt. 330 o 333 c.c. e di tutela dell'interesse del minore.



LE GARANZIE A TUTELA DELL'OPERATORE CHE SEGNALA IL MALTRATTAMENTO

I compiti dell'operatore dei Servizi  Come già evidenziato, la legge 66/1996 e, ancora più marcatamente, la legge 269/1998 contro la prostituzione e la pornografia minorile, hanno conferito carattere di obbligatorietà alla prassi, già da tempo instaurata, pur con numerose incertezze, secondo la quale il Procuratore della Repubblica deve dare notizia al Tribunale per i Minorenni dei procedimenti per abuso sessuale in danno di minori. Ad un tale obbligo si aggiunge l'attribuzione di  "servizi minorili dell'Amministrazione della giustizia e dei servizi istituiti dagli enti locali" (art. 609 decies co. III c.p.) del ruolo di assistenza del minore , nonché di organi di cui  "si avvale...l'autorità giudiziaria in ogni stato e grado del procedimento"  (art. 609 decies co. IV c.p.).

Si è rilevato come, di fronte ad un minore ritenuto vittima di maltrattamento o abuso sessuale, tre siano i compiti fondamentali che spettano agli organi istituzionalmente preposti in materia (1): la persecuzione del reato ed il successivo giudizio, la messa in atto di interventi di tutela del minore con l'indicazione di interventi di sostegno, la realizzazione degli interventi di sostegno medesimi.                                                                     

(1) Tali organi sono: il Pubblico ministero presso il Tribunale ordinario, il Giudice penale, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, il Giudice civile presso il Tribunale per i minorenni, i Servizi socio-sanitari.

Alla magistratura ordinaria in sede penale spetta il compito di  garantire la fondamentale esigenza di legalità dello Stato, oltre che di  sopperire alla necessità della piccola vittima di realizzazione del bisogno di essere creduta, come sottolineato dalla "Dichiarazione di consenso in tema di abuso all'infanzia", approvata dal CISMAI il 28 settembre 2001 (2).

Parallelamente, il giudice minorile, artefice della protezione giudiziaria del minore, valuta se debba continuare a  sussistere, e, in caso di giudizio affermativo, quale debba essere il rapporto tra la piccola vittima e la propria famiglia, specie se di essa faccia parte anche l'autore dell'abuso, cui può essere limitata, o revocata, la potestà genitoriale.

A fianco della magistratura, in un ruolo riduttivamente interpretato dalla Legge 66/1999 (3), operano i Servizi sociali, che svolgono una serie di delicatissimi compiti, tra cui, in primo luogo, quello di  riconoscere e far emergere l'abuso subito dal minore, attuando i provvedimenti di protezione decisi dal giudice (o, come rilevato, predisponendoli direttamente, ai sensi dell'art. 403 c.c.) e, del pari, ottemperando all'obbligo di denuncia del "fatto", senza ritardo.

Una realizzazione di questi compiti in maniera coordinata e sincronica da parte di organi che hanno tempi, esigenze e fini istituzionali non facilmente conciliabili  appare piuttosto ardua e richiede la consapevolezza dei propri compiti ed il rispetto del ruolo di tutti.

Se spetta all'Autorità Giudiziaria ordinaria esercitare l'azione penale e giudicare il fatto ed  al giudice minorile salvaguardare l'interesse della parte lesa, compito dei Servizi è  assistere il minore  nelle varie fasi processuali, segnalare immediatamente le ipotesi di conflitto di interessi che impongono la nomina di un curatore speciale che provveda all'eventuale redazione e deposito della querela ed all'assistenza legale del minore, elaborare il programma di sostegno terapeutico e sociale per il minore, registrare l'evoluzione, o l'involuzione, dei rapporti tra il minore e la famiglia, adeguando tempestivamente i meccanismi di protezione di volta in volta individuati.

(2) In Malcrea-Lorenzini, Bambini abusati, Milano, 2002, pag. 433.

(3) L'art. 609 decies co. IV c.p., nel recitare che l'autorità giudiziaria "si avvale" dell'attività di assistenza dei servizi, sembra conferire a questi ultimi un ruolo più limitato di quanto, in realtà, essi abbiano. La legge 84/1996, infatti, conferisce all'assistente sociale compiti di "collaborazione" con l'autorità giudiziaria mediante la'espletamento di un'attività di natura" tecnico-professionale".

2) Le difficoltà che l'operatore incontra nell'accompagnare il minore dalla sua presa in carico fino all'esito dell'iter giudiziario.

Come è noto, l'intervento volto a salvaguardare la salute psicofisica del minore provoca spesso, da parte dei presunti autori del maltrattamento e/o dell'abuso, reazioni assai robuste, di cui l'operatore che ha effettuato la segnalazione può diventare egli stesso bersaglio.

Chi lavora quotidianamente nell'ambito minorile sa che un genitore incapace o, peggio ancora, violento o abusante ha interesse a bloccare la raccolta dei dati relativi all'effettiva natura dei suoi atteggiamenti verso i figli, invocando la legge sulla privacy, che, in linea generale, autorizza l'utilizzo dei dati personali solo a seguito del consenso informato degli interessati. Ma un'attenta lettura della legge 31.12.1996, n. 675 permette di affermare che, se il diritto che deve essere garantito consiste nella tutela in sede giudiziaria  della persona del minore, la trasmissione di dati, sia comuni, sia sensibili, relativi al minore stesso ed alla sua famiglia non incontra il limite dell'obbligo dell'informazione e del consenso. La situazione, infatti, può essere agevolmente ricondotta alle numerose "...previsioni che, a diversi effetti, troviamo negli artt. 10/4, 12 lett. h, 20/1 lett. g, 22/4, 28/4 lett. e, ripetitivamente dedicate alla necessità di "far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria". Vero è che il dovere pubblico degli operatori sociali di rendere possibile la protezione giudiziaria dei minori trova origine da due principi costituzionali: "il diritto  di difesa del minore e il compito della Repubblica di proteggere l'infanzia e la gioventù" (4).

(4) Cfr. Sacchetti, privacy: nodi e scioglimenti con particolare riferimento alla tutela dei minori, in Famiglia e diritto, 1998, 3, pag. 292.
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