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FAQ - Domande e Risposte
Area bambini e adolescenti / adozione e affidamento

esperienze di adozioni e affidamento



L'affidamento può essere:

1. affidamento consensuale, quando i genitori naturali sono concordi con il provvedimento. Avviene con il consenso valido dei genitori o di chi ha la potestà parentale. Viene effettuato attraverso i servizi sociali ed è convalidato dal giudice tutelare. L'affidamento del proprio figlio ai parenti entro il quarto grado può avvenire senza particolari formalità;

2. affidamento giudiziale, quando non vi è il consenso dei genitori naturali e l'affidamento è decretato dal tribunale per i minorenni.

3. affidamento residenziale: quando il bambino trascorre con gli affidatari giorno e notte pur mantenendo rapporti periodici con la propria famiglia.

4. affidamento diurno: quando il bambino trascorre con la famiglia affidataria parte della giornata, ma alla sera torna a casa dai suoi genitori.


                                                Racconti di storie di affidamento



L'affido del topino


La storia inizia nel '97 quando il topino (così chiamerò la bimba presa in affido) arriva nella mia classe, una prima elementare. E' figlia di una filippina e di un italiano. Emergono subito problemi di apprendimento e di comportamento che fanno nascere i primi dubbi. L'assistente sociale si fa viva e spiega che la famiglia è sotto osservazione. La bambina è chiacchierona e sfogandosi mi fa conoscere i suoi problemi. Nell'estate c'è un grosso litigio tra i genitori che richiede l'intervento della polizia. La famiglia si scioglie, la madre viene allontanata a causa di problemi mentali. Da quel momento la bambina potrà vedere la madre una volta al mese in ambiente neutro in presenza dell'educatrice. La figura materna viene sostituita dalla nonna, la madre del papà, che però fa quello che può. La situazione peggiora perché la nonna si ammala.
A Natale la vicina di casa chiama il Pronto Soccorso, i medici trovano la nonna e la bambina in uno stato di sporcizia e indigenza incredibile.

La nonna viene ricoverata in una casa di riposo, dove rimarrà due anni e poi morirà. La bambina rimane con il padre, ma la situazione peggiora perché il padre non sa badare nemmeno a se stesso. Il comportamento a scuola del topino è un chiaro campanello d'allarme: gira nell'aula a quattro zampe, si nasconde negli angoli della classe, lecca i vestiti dei compagni, ecc. A questo punto i servizi sociali chiedono alla scuola una relazione sulla bambina e comunicano che verrà data in affidamento.

Le mie figlie,che allora avevano 18 e 15 anni, tendevano sempre più all'indipendenza lasciando in me un vuoto: avevo voglia di essere ancora una volta madre. Così ne parlo in famiglia, tutto è facile, mi capiscono perché  la mia è una famiglia ? allargata? già da tempo, da quando mio marito ha preso in tutela il primo, poi il secondo e poi il terzo ragazzo albanese della comunità vincenziana a cui siamo legati ( quante cene tutti insieme rispettando le credenze mussulmane, parlando di Ramadan e di Natale e quante domeniche in gita, giocando a pallone!).

Ma questa è un'altra storia.
Inizia la trafila dei servizi sociali, con un problema in più: ero l'insegnante del topino e ciò creava perplessità, ma io ero convinta della mia scelta. L'affido inizia nel dicembre 1999, non residenziale ma solo per due pomeriggi alla settimana e  va avanti così per due anni. La bambina è sempre trascurata, sporca, passa molto tempo da sola quando sta con il padre. Ricordo alcuni episodi terribili: quando scoprii che all'età di 7 anni tornava a casa da sola con il pullman, in pieno inverno, alle 19,30 al termine della lezione di nuoto! Oppure quella volta che il topino mi raccontò che avrebbe passato l'estate presso un amico del padre perché il papà lavorava e non sapeva a chi affidarla...



La storia di una Comunità famigliare

Siamo una coppia quarantottenne senza figli che, nel lontano 1994, si avvicina al mondo del volontariato tramite  una delle associazioni  operanti nel torinese. Dopo alcuni mesi trascorsi in aiuto ai bambini d'età non superiore ai 3 anni, fummo sensibilizzati e avvicinati al problema dell'affidamento tramite la  responsabile della  comunità. Decidemmo di comune accordo di presentare la domanda e solamente dopo cinque anni, grazie all' iniziativa di un'intraprendente assistente  sociale ( non del nostro quartiere),  ottenemmo la  nostra prima occasione.

Nel frattempo avevamo continuato sempre più intensamente la nostra opera di volontariato e così maturavamo la decisione che qualsiasi affidamento che avessimo realizzato, non sarebbe stato l'unico perché volevamo aprire una comunità familiare.

Nel 1999 arrivò Matteo, all'epoca aveva cinque anni e, dopo aver trascorso un breve periodo in comunità, ci fu affidato.
All'improvviso il panico ci assalì. Eravamo all'altezza per questa nuova esperienza? Ci sembrava che tutto il periodo dedicato al volontario fosse insufficiente per affrontare questa nuova situazione, tutte le difficoltà si ridimensionarono, grazie  al grande sostegno fornitoci da Matteo in ogni  momento,  grazie al suo sorriso  e alla sua  spensieratezza.

Oggi Matteo ha undici anni, frequenta la prima media e vive ancora con noi.  Sempre con il suo entusiasmo.
Nel 2002 arrivò Luca, all'epoca aveva nove anni, dopo aver  trascorso sei anni  in comunità  ed aver subito una brevissima esperienza  di affidamento , andato male a causa della mancata  preparazione di  alcuni  componenti  della famiglia ad accettare il nuovo arrivato.

Inizialmente dovemmo combattere contro il rifiuto da parte di Luca ad affrontare un nuovo affidamento.
Dopo un periodo iniziale movimentato, alla fine si convinse, e a tutt'oggi che  ha undici anni e frequenta la prima media, vive con  noi, con ampia  soddisfazione  per entrambi.

Nel 2003 arrivò una coppia di fratellini: Emanuele di due anni, Federico di un anno.
Anche qui inizialmente ci fu un periodo di panico e di scoramento, perché i nostri trascorsi con bambini così piccoli risalivano a circa dieci anni prima.
I bambini ci misero completamente a nostro agio, ed oggi frequentano entrambi la scuola  materna, con ampia  e reciproca soddisfazione.

Le difficoltà che incontriamo quotidianamente sono molteplici: la scuola, le visite e i rapporti con i genitori naturali, ma le soddisfazioni sono di gran lungo superiore, e servono ridimensionare nella giusta misura gli ostacoli che incontriamo giornalmente.

Quello che c'inorgoglisce  è lo stretto rapporto affettivo, quasi fraterno,  esistente  tra i  nostri bambini  e, a posteriori,  riteniamo di   dover  giustamente  caldeggiare  l'esperienza  dell'affidamento, che è molto  arricchente, ma che deve essere affrontata  con la giusta  esperienza maturata   tramite  il volontariato ( a cui  saremo sempre grati), mantenendo sempre la giusta  collaborazione con i servizi, e la modestia di accettare  anche  quello che non  desideri.

Viva l'affidamento!

 


Storia di O.e G.

Siamo sposati da  22 anni ed abbiamo una figlia che  ha quasi 18 anni.

Quando la nostra bambina aveva 9 anni, ci siamo sentiti un po' soli e, unendo i nostri desideri di aumentare in qualche modo la nostra famiglia e soprattutto darne momentaneamente una a chi non la possiede, è maturata in noi la scelta di un minore in affido famigliare.

Dopo vari colloqui con i servizi sociali e neuropsichiatria infantile, finalmente abbiamo conosciuto il nostro Cucciolo: aveva 3 anni ed è sempre vissuto in comunità.

I servizi ci illustrano la situazione, ovviamente non proprio rosea: La mamma ha un grave handicap psichico (invalidità al 90%) dovuto al fatto che da piccola è stata presente all'omicidio della mamma da parte del padre. Il papà del bambino, con problemi di alcol, non è senza dubbio in grado di gestire il tutto. Inoltre occorre considerare che la mamma si è lasciata trasportare da cattive compagnie, fra queste anche il papà del bambino, facendo uso di stupefacenti che poteva acquistare commettendo altri errori.

Dal secondo giorno di incontri, in quel momento ancora di poche ore per volta, ha incominciato, ovviamente non su nostra richiesta a chiamarci mamma e papà, segno che ormai lui aveva scelto la sua famiglia. Dopo circa una decina di giorni la nostra casa ha avuto stabilmente un nuovo componente.

I primi tempi sono stati assai difficili: nonostante il grosso aiuto ricevuto dalla nostra bambina più grande, il Cucciolo aveva problemi vari, culminanti con crisi isteriche che progressivamente sono diminuite nel corso degli anni. Inoltre aveva delle forti insicurezze ed il terrore di essere nuovamente abbandonato: ad esempio non voleva assolutamente essere lasciato "da solo" in auto quando si faceva benzina nei distributori automatici.

I rapporti con la famiglia di origine sono stati buoni per circa sei anni, il Cucciolo si recava da loro ogni 15 giorni dal mattino fino alla sera, ma con la crescita del bimbo e sopratutto la scarsa capacità dei genitori naturali a relazionarsi con il bambino sono iniziati i problemi di incontro con loro. Circa due anni fa la mamma ed il papà si sono separati in modo violento e la mamma si e' trovata all'improvviso  sbandata ma grazie ai servizi sociali e' stata inserita nei dormitori pubblici e successivamente in una comunità. A quel punto gli incontri con il bambino sono avvenuti a casa nostra solo con la mamma in quanto il papà  non ha voluto più incontrare suo figlio. Il Cucciolo con il nostro aiuto ha elaborato abbastanza bene il dramma, all'inizio chiedeva spesso di suo padre ma poi ha smesso di chiedere anche se ha tuttora nostalgia.

Il nostro Cucciolo è un bambino allegro e generoso, gioca volentieri con gli altri bambini, a scuola è ben inserito nella sua classe e non ha problemi di disciplina con il corpo insegnante, dalla seconda elementare ha un'insegnante di sostegno che lo aiuta nello studio e nel prestare attenzione alle varie lezioni. Possiede tuttora  problemi di insicurezza e manifesta le sue crisi d'ansia bagnando il letto la notte, a peggiorare il tutto a settembre nostra figlia è andata a convivere con il suo ragazzo e sempre nello stesso periodo il nostro Cucciolo ha subito un grosso trauma quando uno sbandato ha tentato di rapirlo e solo grazie all'intervento dei passanti e di una pattuglia dei carabinieri, tutto si è risolto velocemente, lasciando però una grosso ferita nell'animo del bambino. 

Possiamo dire sinceramente di essere soddisfatti dell'aiuto dei servizi sociali e di neuropsichiatria infantile; anche le insegnanti, sia quelle delle elementari che ora quelle delle medie, ci hanno dato un grande aiuto.

Con questa esperienza abbiamo capito che è importante riuscire a non giudicare negativamente taluni comportamenti della famiglia naturale ma, con forza e coraggio, operare degli interventi per il bene del bambino. Inoltre, in mezza a tanti disastri, è bello sapere che in questa città vi sono un sacco di persone che giornalmente, in silenzio, si adoperano per dare una vita migliore a  chi non è stato molto fortunato.


La storia di R & G

Conviviamo dal 1993 e siamo sposati da 7 anni, Gabriele ha avuto una figlia dal suo precedente matrimonio, oggi ha 23 anni e vive da sola. Abbiamo provato ad avere figli nostri senza successo (due gravidanze interrotte nel 1997 e nel 2000), nel 2001 appena è uscita la nuova legge sull'adozione abbiamo fatto domanda e siamo stati giudicati non idonei, con motivazioni discutibili (aspettativa di vita di Gabriele in relazione ad un bambino di circa 5 anni). Nel corso dell'istruttoria per l'adozione ci hanno parlato dell'affidamento e così,usciti dal tribunale dei minori, siamo andati nella Casa dell'Affidamento, consci del fatto che si trattava di un'esperienza diversa, sentivamo di avere comunque lo spazio emotivo per un bambino nella nostra vita.
A febbraio 2002 abbiamo partecipato a delle serate informative sull'affidamento ed abbiamo dato la nostra adesione.
A giugno 2002 ci hanno proposto di scegliere tra 3 bambini...dandoci pochissime informazioni su di loro. Abbiamo voluto conoscere C., l'abbiamo incontrato 3 volte in comunità, ma avevamo molti dubbi e paure,così la sua psicologa ci ha consigliato di lasciare perdere.
Uno di quei tre bambini era V. ma la causa in tribunale per il provvedimento di affido si è protratta per un anno.
Da ottobre 2002 a marzo 2003 abbiamo frequentato i gruppi misti e a giugno 2003 abbiamo conosciuto V. che oggi ha quasi 8 anni.
L'affidamento di V. è giudiziale, è stato disposto dal tribunale civile e c'è stato un passaggio diretto dalla sua famiglia a noi: attualmente rientra in famiglia un sabato ogni 15 giorni.
V. ha una madre tossicodipendente e sieropositiva che ha lasciato la famiglia quando lui aveva 3 anni; il padre è stato giudicato incapace di fare adeguatamente il genitore ed è un impiegato statale che saltuariamente lavora come muratore;V. ha due sorelle maggiori e un fratello minore che è in affidamento ad un'altra famiglia.
Le cose più belle:V. è molto intelligente, affettuoso e si è inserito bene nella nostra famiglia; dice che "noi siamo stati affidati a lui".
Le cose più brutte: le intromissioni della famiglia di origine ( difficoltà nel mantenere equilibri faticosamente raggiunti ), soprattutto quando la madre (che non ha diritto di vedere il bambino) compare improvvisamente  e lo carica di angosce; il fatto di non sapere bene come è stata la sua vita fino a 6 anni, e il fatto che ci sono molte cose che a noi non sono state raccontate.




La storia di Zucchino, Papy2 e Mamy3

Prima di iniziare a raccontare la storia di Zucchino è bene precisare il perché di questo soprannome. Il bimbo a noi affidato si è rivelato sin dall'inizio molto determinato, anche troppo, tanto che nei primi tempi usavamo chiamarlo "zuccone". Il suo atteggiamento si è poi ammorbidito un po' con il passare del tempo, ed ecco che da "zuccone" abbiamo iniziato a chiamarlo "zucchino", riconoscendogli i miglioramenti fatti! Il soprannome è durato pochi mesi, perché siamo passati rapidamente a "topolino", più tenero e sicuramente meno critico, ma poiché è un nomignolo molto diffuso, in questo racconto continueremo ad usare Zucchino! Al posto dei nostri nomi userò invece i nostri soprannomi, papy2 per mio marito, essendo il secondo papà nella vita di Zucchino, e mamy3 per me, che sono la sua "terza" mamma.
Io e Papy2 ci conosciamo da 11 anni, conviviamo da circa 10 anni e siamo sposati dal '97. A causa di miei problemi di salute non abbiamo potuto coronare il sogno di avere dei figli e quando ci è stata proposta la strada "scientifica" (vedi inseminazione artificiale) per la realizzazione del sogno abbiamo  deciso di percorrere altre strade. La nostra  relazione è molto forte, stiamo bene insieme e ci compensiamo a vicenda. Io sono quella che "spinge" sull'acceleratore, che parte in quarta, che si entusiasma per un progetto, che rischia di più e lui è quello che mi fa rallentare, dandomi il tempo di riflettere, di vagliare ogni aspetto, e di decidere più razionalmente. Lui è la parte "calma" della coppia, io sono quella più "agitata", ma insieme raggiungiamo un perfetto equilibrio. Io e Papy2 viviamo in una villetta bifamiliare nella prima cintura di Torino, noi stiamo al primo piano e i miei genitori vivono al secondo piano. Nella mia famiglia c'è ancora una sorella, anche lei abitante nel nostro stesso comune, separata e con due bambine di 7 e 9 anni alle quali siamo sempre stati molto legati.
Mia sorella ha vissuto dei momenti difficili,  come la separazione dal marito e noi le siamo stati accanto aiutandola a crescere le bambine, insieme ai miei genitori. E' stata un'esperienza importante, perché ci ha consentito di prendere atto della realtà di molte famiglie disagiate nelle quali spesso sono i bambini a pagare il prezzo più alto e difficilmente trovano figure "adulte" in grado di rispondere realmente ai loro bisogni emotivi ed affettivi.

Io e Papy2 abbiamo vissuto un'infanzia decisamente serena, lui è figlio unico ed io avevo un bel legame con mia sorella, avendo solo 11 mesi di differenza.

La nostra infanzia serena ed il nostro legame solido hanno reso possibile ogni sogno, incluso quello di costruire una famiglia "allargata", pur senza poter avere dei figli nostri.
Con l'esperienza vissuta con le mie nipoti ci siamo resi conto che avremmo potuto essere di grande aiuto in situazioni simili, ecco perché abbiamo pensato al percorso dell'affidamento. Ho visto le pubblicità di SOS AFFIDO ed ho contattato il numero verde. Ci sono voluti dei mesi perché qualcuno ci convocasse, abbiamo fatto i primi incontri conoscitivi ascoltando i racconti di genitori affidatari e poi abbiamo deciso di proseguire e andare...fino in fondo!
Il cammino è stato più lungo del previsto perché l'assistente sociale che ci ha seguito per un anno (tanto sono durati gli incontri e i colloqui per conoscerci meglio) ad un certo punto si è ammalata e la nostra pratica è stata passata ad una nuova assistente sociale che, però, ha dovuto iniziare tutto invalidando, o quasi, gli incontri precedenti.

Dopo 3 anni ci è stato proposto il caso di due bambini extracomunitari, uno di 5 e uno di 10 anni, ma dopo una serie di valutazioni non ce la siamo sentiti di affrontare un affido di quel tipo, fondamentalmente per la mia paura di non poter ottenere, in quanto donna, la giusta considerazione dai bambini, in particolare dal più grande cresciuto in Marocco, lasciando così che ogni onere ricadesse sulle spalle di mio marito. Era solo una paura irrazionale, forse, ma è bastata a frenarci.
Passano altri mesi e finalmente riceviamo una telefonata dall'assistente sociale che ci presenta un caso che, a quanto pare, fa al caso nostro. Nei primi incontri, a giugno del 2003, ci raccontano il minimo indispensabile, perché va protetta la privacy del bambino. Noi siamo molto curiosi, ma dobbiamo avere pazienza perché l'assistente sociale che segue il caso di Zucchino vuole prima essere sicura che siamo adatti al ruolo di suoi genitori affidatari. Ci raccontano la storia di un bambino di 8 anni  abbandonato dalla madre naturale a soli 6 mesi, e lasciato con un giovane papà che vive in condizioni precarie e che, pur avendo trovato una nuova compagna (che il bambino credeva essere la vera madre) ad un certo punto entra nel tunnel della droga e la situazione si aggrava rapidamente, il bimbo spesso viene lasciato a scuola, quasi dimenticato per ore e ore, e il caso balza all'attenzione dei servizi sociali. La  nuova compagna abbandona il papà di Zucchino ed alcuni gravi episodi convincono i servizi sociali ad intervenire. Inizialmente Zucchino viene portato dalla zia, la sorella del papà, che però non riesce a gestirlo e dopo neanche due mesi chiede ai servizi di trovare un'altra sistemazione al bambino, che viene così inserito in una comunità di Torino e cambia scuola. Passano tre mesi  da questi primi incontri conoscitivi ed ecco che, a settembre del 2003, viene organizzato un primo incontro con gli educatori della comunità dove alloggia Zucchino (da circa un anno).  Ci raccontano di un bambino molto chiuso, che si comporta un po' da bulletto, che non ama molto le coccole ed è particolarmente cocciuto ma, fondamentalmente, molto buono. Non ha tanta voglia di studiare, a scuola prende sempre tante note, ma per il resto è un bimbo normalissimo. Così dicono.

Il primo incontro con il bambino è molto emozionante, io e Papy2 in tachicardia e il piccolo Zucchino con l'aria persa, disorientata, incuriosita ma spaventata, dopo qualche minuto di silenzio cominciamo a parlare, ma lui  procede a monosillabi, "si", "no", "boh", e cose simili.
Gli incontri proseguono, con frequenza settimanale, per tutto il mese di settembre. Io e Papy2 andiamo a trovare Zucchino in comunità, lo aiutiamo a fare i compiti, poi lo portiamo agli incontri con lo psicologo e finalmente, ai primi di ottobre, passiamo un'intera domenica con lui.

Nel comune in cui viviamo si svolge ogni anno più o meno nello stesso periodo un'interessante rievocazione storica, e in quell'occasione nel 2003 festeggiammo anche il compleanno di mio padre, mi sembrava la situazione ideale per presentare il piccolo Zucchino a tutta la famiglia (i miei genitori, mia sorella, le nipotine). Al ristorante, dopo neanche 3 minuti, mi resi conto che l'idea non era così geniale, anzi, notai immediatamente la resistenza di mia madre che non tollerava il comportamento di Zucchino (non si può dire che mangiasse come un lord, ma non si poteva neanche pretendere!) . Le nipoti invece l'hanno accolto con molto calore e, nonostante una vena di gelosia, sono state molto affettuose ed hanno fatto di tutto perché si sentisse a suo agio, lo stesso hanno fatto mio padre e mia sorella.
Nel pomeriggio mi hanno raggiunto una cara amica che ha un bimbo della stessa età di Zucchino e i due hanno legato subito. La giornata è stata divertente e molto emozionante, Zucchino è stato bene con noi  e così abbiamo cercato di organizzare al più presto dei week end.
Nel mese di ottobre, tutti i week end Zucchino stava con noi, gli avevamo preparato la cameretta e ogni volta che arrivava andavamo insieme a lui a comprargli qualcosa che gli consentisse di "personalizzarla" e di sentirla più "sua". Un po' alla volta la cameretta prendeva forma, ma ogni week end iniziava con entusiasmo e finiva con grande tristezza, quando dovevamo riportarlo in comunità.
Io e Papy2 facevamo pressione perché il bambino potesse venire al più presto a vivere con noi, perché francamente non mi piaceva molto la comunità, mi sembrava un luogo piuttosto triste,  nel quale il bambino non veniva seguito correttamente (neanche dal punto di vista igienico, tanto per fare un esempio!).
Alla fine ottengo una data, il 16 novembre, e questo mi riempie di gioia! Zucchino è triste ogni volta che lo riportiamo in comunità la domenica sera, ma anche lui sa che quella data è sempre più vicina e noi lo chiamiamo tutte le sere per dargli la buona notte e fargli sapere che gli vogliamo bene.
Alla fine arriva la fatidica data, il venerdì sera andiamo a prenderlo in comunità e portiamo un paio di valigie che riempiamo con le poche cose che aveva, lui è eccitatissimo, saluta tutti affettuosamente ma non vede l'ora di venire a casa nostra. Ha con sè pochi giocattoli, ma essendo un bimbo generoso li regala tutti ai suoi compagni di comunità, un gesto che ci colpisce profondamente. Ci fermiamo a mangiare in un bel ristorante, lui si guarda intorno meravigliato e felice, chiamiamo il papà (che è in comunità per disintossicarsi) e gli racconta che è in un bellissimo ristorante e che mangia cose buonissime. La sua felicità ci riempie il cuore!

Il giorno dopo, per dargli il benvenuto, organizzo una festa alla quale invito alcuni parenti e gli amici più cari, tutti vengono portandogli un regalino e lui è molto sorpreso ed emozionato. I genitori di Papy2 si legano subito a lui e lui ricambia le loro attenzioni chiamandoli da subito "nonni".
All'inizio Zucchino ha problemi di salute, è molto raffreddato, è magrolino, è pieno di pustole che gli causano pruriti abnormi,  si gratta fino a farsi sanguinare le gambe, le braccia, il torace, la pancia. E' ipercinetico, non riesce a stare fermo un attimo, non riesce a fare per più di 5 minuti lo stesso gioco, parla a monosillabi, talvolta non risponde e io e Papy2 alla fine ci rendiamo conto che non capisce il nostro linguaggio. Per quanto ci sforziamo, ancora oggi, di parlare usando termini semplici, infatti, Zucchino non è in grado di comprendere quello che i suoi coetanei ormai capiscono bene e dobbiamo aiutarlo ad acquisire una certa familiarità con il linguaggio "basilare" per ogni bambino della sua età.

Inizia la scuola e Zucchino si ritrova in una piccola scuola, ben diversa da quelle alle quali era abituato a Torino, proprio accanto a casa, in una classe di 10 bambini di cui 7 femmine, con 7 diversi insegnanti, alcuni particolarmente "ostili".  Insieme all'assistente sociale avevamo presentato il caso di Zucchino agli insegnanti prima che lui iniziasse a frequentare quella scuola, cercando di metterli in guardia di fronte al possibile comportamento di un bambino con quel vissuto. Nonostante questo, però, gli insegnanti non riescono a gestirlo e durante un incontro richiesto da noi ci spiegano le "enormi" difficoltà talvolta insuperabili. "Il bambino non sta fermo un attimo, non riesce a concentrarsi, guarda sempre la finestra, non lega con gli altri, sta sulle sue, i compiti a casa sono fatti bene ma quelli in classe sono fatti male, non capisce niente di matematica, ma sembra comunque un bambino intelligente."
Da subito io e Papy2 seguiamo il bambino nei compiti, cercando di aiutarlo a recuperare il tempo perso, visto che negli anni precedenti aveva comunque avuto una scarsa attenzione a scuola, collezionando insufficienze, note, assenze, cosa che ha contribuito, insieme alla sua instabilità emotiva, al ritardo "formativo" rispetto ai coetanei. All'inizio è veramente dura, perché non capisce il nostro linguaggio, neanche le  frasi più semplici, e così inizio a spiegargli le cose con tanti gesti, mimando le cose, e disegnandole. Un po' alla volta, con tanta fatica anche da parte sua, i risultati arrivano, ma la scuola è ancora un ambiente ostile e dopo alcune indagini con le altre mamme, scopro che il bambino subisce un trattamento umiliante, talvolta anche aggressivo, in particolare da parte dell'insegnante di matematica, l'unico "maschio" tra tutte le maestre.

A quanto pare quel maestro è famoso per le sue urla, i calci, gli insulti, le tirate d'orecchie, e molti genitori hanno più volte fatto presente la cosa al preside senza alcun esito. Purtroppo credevo che fosse a causa delle difficoltà di Zucchino, ma le altre mamme mi confermano che non ha quell'atteggiamento solo con Zucchino, è così con tutti i bambini che stentano a comprendere la sua materia, la matematica, li accusa di essere "deficienti", strappa i loro quaderni, e li aggredisce verbalmente terrorizzandoli.

Dopo qualche tentativo di convincere il maestro a cambiare tattica suggerisco alle altre mamme di andare insieme dal preside. Dopo 3 incontri con il preside, non avendo ottenuto null'altro che l'aumento delle ostilità del maestro sui nostri figli, decidiamo di scrivere una lettera al provveditorato, nel maggio del 2004. Nessun risultato. Tutto tace. Il maestro è sempre più nervoso.

Nel frattempo Zucchino migliora, e finisce la quarta con la media del buono, un vero successo che gli consente di sentirsi un po' più sicuro di sé e delle sue possibilità. Anche nei rapporti con i compagni di classe le cose migliorano, le mamme sono molto solidali e sicuramente  hanno avuto un ruolo determinante nel far comprendere ai loro figli le difficoltà di Zucchino.
Il bambino migliora sotto tutti i punti di vista, dopo una visita da un bravo pediatra e le opportune cure  siamo riusciti a superare anche i problemi di sinusite quasi cronica, e otteniamo qualche miglioramento anche per l'eritema che lo tormenta e lo costringe a grattarsi fino quasi a sanguinare, che ci dicono essere di origine psicosomatica.
Nei primi giorni di dicembre del 2003 ci arriva una telefonata dal Tribunale che ci chiede di portare Zucchino a testimoniare al centro Hansel e Gretel di Moncalieri (TO), per una "faccenda di abuso sessuale". Il tribunale fortunatamente ci manda un fax che contiene i dettagli della vicenda, e durante l'incontro con lo psicologo che settimanalmente vedeva il bambino (del servizio di Neuropsichiatria Infantile dei Servizi Sociali)  cerchiamo di chiarire alcuni aspetti della vicenda anche per sapere come preparare il bambino. Francamente l'argomento mi ferisce profondamente, perché quello che ha subito, insieme ad un vissuto particolarmente povero affettivamente, deve averlo lacerato e svuotato ancora di più e questo mi provoca una rabbia che rende difficile, anche per me, affrontare il discorso con il bambino.
Armata di buona volontà e di tantissimo amore, cerco di avvicinarmi a lui e di introdurre l'argomento. All'inizio tenta di cambiare discorso, poi però gli dico che io so cosa si prova, che anche a me quando avevo la sua età era successa una cosa simile e so che vorrebbe non parlarne più...e allora lui si avvicina e comincia ad aprirsi, mi fa dei disegni che raccontano quello che è successo perché non riesce ad esprimersi a parole.

Allora gli dico che lui è un bambino molto coraggioso, e che non dovrà fare altro che raccontare questa storia a delle persone che faranno in modo che quel tizio non faccia più male a nessuno. Zucchino non è del tutto convinto, e ho l'impressione che mi nasconda ancora qualcosa.
Passa qualche giorno e torna sull'argomento, facendomi nuovamente dei disegni "osceni". Io colgo l'occasione per fargli altre domande, gli chiedo di spiegarmi alcuni particolari dei disegni e scopro così che il suo problema non è tanto quello di raccontare quello che lui ha subito, quanto la paura che la cosa possa creare dei problemi a suo papà. Lo rassicuro su questo aspetto, ma non riesco ad essere del tutto convincente con Zucchino, che rimane preoccupato per il papà.

Il bambino mi ha raccontato che spesso trovava il papà disteso per terra, quasi morto, con la siringa piantata nel braccio, e lui era solo in casa e cercava di svegliarlo con il terrore che fosse morto, urlava a squarciagola ma nessuno l'aiutava e lui aveva paura di tenere tra le braccia un morto, ma non uno qualunque, suo papà! Ancora oggi Zucchino teme che il padre non ce la faccia, con lui ha sempre un atteggiamento protettivo, come se il ruolo genitoriale fosse invertito, cosa che spiega anche l'atteggiamento apparentemente "bullo" del bambino. Oggi Zucchino può permettersi di vivere l'infanzia che gli è stata negata, ed ecco che si diverte a  fare il bagno con le paperelle, scopre il mondo di Bambie, Cenerentola, Paperino & Topolino, impara a disegnare, a "creare" nello stile Art Attack, a fare decoupage, comincia a "sognare" perché finalmente ci sono due adulti "presenti" che, forse, gli permettono di essere il bambino che non è mai stato.

Almeno fino a quando non incontra il papà. Una volta alla settimana ci sono gli incontri con lui, prima si svolgevano alla presenza di un educatore della comunità del padre, mentre oggi il padre (pur essendo ancora in comunità) può muoversi liberamente (ma non avendo l'auto siamo sempre noi a portare il bambino e ad andarlo a prendere). Zucchino torna dagli incontri completamente cambiato, è rabbioso, è di nuovo bullo, è sfiduciato, si graffia, si ferisce, e ricomincia ad odiarsi. Comincia a fare discorsi tipo "se morissi io al mondo non fregherebbe niente", oppure "se potessi cambierei corpo" oppure "sono proprio una schifezza di bambino"... Vive gli incontri con il papà come se lo "distruggessero", come se lo spezzassero internamente, sente un nostro "abbandono" ogni volta che lo accompagniamo dal padre, e ci chiede se davvero torniamo a prenderlo e sebbene razionalmente sia noi che lui sappiamo che sarà così, evidentemente la sua paura è così grande che il suo inconscio teme ancora di perderci!

Nel rapporto con me e Papy2  gli ostacoli più grandi ho dovuto superarli io, perché evidentemente gli abbandoni subiti da tutte le "mamme" della sua vita hanno contribuito alla sua opinione negativa sulle donne. Io, la sua nemica, ho dovuto dimostrargli di essere all'altezza delle sue aspettative, di sapere rispondere alle sue esigenze, anzi, di riuscire ad anticiparle, insomma ho dovuto stupirlo con effetti speciali per potermi conquistare la sua fiducia e il suo affetto. A distanza di 14 mesi dall'inizio dell'affido, oggi posso sentirmi soddisfatta, ho superato tanti ostacoli e mi rafforzo ogni giorno di più, preparandomi ad affrontare i prossimi (già, perché non posso illudermi che tutto sia passato, anzi!).

A differenza di quanto ci dicevano gli animatori della sua comunità Zucchino si è rivelato sin dai primi mesi un bambino coccolone, con un gran bisogno di abbracci, carezze, baci, la sera guardiamo insieme la TV e si sdraia sul divano appiccicandosi a me e qualche volta a Papy2, poi dobbiamo stargli accanto coccolandolo un po' per dargli la buona notte. Per fortuna è ancora disposto a investire in una relazione con nuovi genitori, io lo considero un piccolo miracolo...dopo tutte le delusioni che ha dovuto superare!

Lo abbiamo portato a sciare qualche giorno durante le vacanze di Natale del 2003, e nell'estate del 2004 è venuto con noi in Mar Rosso, l'abbiamo portato in gita sui quad e a fare immersioni, dedicandogli ogni istante del nostro tempo. Abbiamo notato che questa dedizione totale a lui, più che le novità che le circondavano, hanno avuto un effetto benefico, era più "calmo", più concentrato, più rilassato, e persino gli eritemi sembravano quasi scomparsi.

Il ritorno a casa però ha significato anche il ritorno alla realtà, gli incontri con il padre,  gli incontri con il passato che lo feriscono tanto. Un problema che ancora non trova soluzione, e non la troverà sino a quando il padre non avrà la forza di "crescere" e comportarsi da genitore, anziché da amico, fino a quando non la smetterà di lamentarsi con il figlio per la sua situazione sfortunata, perché non ha lavoro, perché non vale niente, perché non sa fare niente, senza rendersi conto che questo atteggiamento si riflette immediatamente sul bambino, aumentando la sua insicurezza!
Oggi Zucchino si sente parte della famiglia,ma ogni volta che deve fare i conti con il suo passato va inevitabilmente in crisi. Il rapporto con me è particolarmente forte, al punto che spesso mi confida problemi che non ha il coraggio di affrontare con Papy2. Stanno emergendo le sue difficoltà nella sfera sessuale, e poiché abbiamo sospeso gli incontri con il servizio di Neuropsichiatria Infantile, ho trovato una psicologa esperta in abusi e violenze sui minori con la quale sto iniziando un percorso per Zucchino. Nei momenti più critici ho iniziato anch'io a rivolgermi a una psicologa-psicanalista, con la quale ancora oggi ho incontri che mi aiutano a superare le difficoltà giorno per giorno.
Nonostante il grande amore per il bambino, infatti, talvolta ci rendiamo conto di non essere abbastanza preparati per sapere esattamente come affrontare le varie situazioni. Spesso sembrano difficili anche quelle decisioni che per dei genitori naturali sono  semplici e immediate. Sarebbe auspicabile un maggiore supporto psicologico sia ai bambini che alle famiglie da parte dei servizi sociali, ma nella zona di provincia nella quale risiedo i servizi sono piuttosto scadenti e il risultato è che ci siamo sentiti un po' "abbandonati". Ce la siamo comunque cavata, ma per iniziativa personale e perché la nostra condizione economica ci consente di sopportare una spesa di questo tipo (una psicologa per me, una per Zucchino), altrimenti avremmo cercato di affidarci al nostro istinto e al buon senso...rischiando però di commettere degli errori, che avrebbe poi pagato solo il bambino.
Oggi Zucchino ha un ottimo rapporto con noi, un buon rapporto con i compagni, comincia anche ad avere qualche amico e qualche amichetta, ma stenta ancora a donarsi nelle relazioni con gli altri, e non sopporta l'allontanamento da noi, neanche nel caso degli incontri con il papà (dice che lo portiamo dal papà per liberarci di lui!). Non riesce ad appassionarsi a qualche sport nonostante un fisico molto dotato e atletico, tende a voler restare sempre in casa e quando andiamo in giro ha quasi paura di non tornare più a casa (paura che aumenta nelle visite dal papà). E' ancora ipercinetico, ma meno rispetto a un anno fa. L'eritema va e viene...ma è sulla buona strada per una totale guarigione, la sua capacità di concentrazione sta migliorando, anche se bisogna trovare il momento giusto, sta recuperando un po' di "fantasia" e fanciullezza, è sempre molto sorridente e tendenzialmente allegro. A scuola è migliorato tantissimo, nella lettura, nella scrittura, nella comprensione dei testi (il linguaggio era il suo problema!), nella comprensione dei problemi (nonostante il maestro scorbutico) di matematica, nel comportamento in classe. Mentre prima per fare un compito banale impiegava due o tre ore, oggi riesce a fare tutti i compiti per la settimana successiva in un paio d'ore, se ben concentrato! Avendo più tempo libero, può dedicarsi di più al gioco, al disegno, e possiamo andare in giro a fargli vedere tutto quel mondo che aspetta solo di essere scoperto!
Restano ancora da superare i problemi legati agli incontri con il papà e, a quanto pare, anche con la madre naturale che dopo 10 anni ha espresso il desiderio di rivederlo, pur essendo ancora coinvolta in situazioni di tossicodipendenza, e sotto cura farmacologica pesante per gravi psicosi. Mi opporrò fino a che avrò la possibilità di farlo, perché ritengo che un incontro del genere possa mettere in crisi il bambino, che ha già difficoltà ad accettare il padre!
Restano inoltre da superare i problemi nella sfera sessuale di Zucchino, legati all'abuso subito per mesi (da parte di un amico del padre) ma per quello abbiamo iniziato una terapia che probabilmente darà i suoi frutti prima che l'adolescenza arrivi e sconvolga tutto il suo equilibrio non ancora creatosi!
Il futuro è ancora una strada tutta in salita, ma ogni giorno ci sentiamo più forti, e ci prepariamo ad affrontare anche pendenze apparentemente impossibili! Il trucco è cercare di guardare sempre in faccia i problemi, senza nascondersi mai, discuterne sempre, se possibile anche con il bambino, non fare mai mancare la comunicazione fisica dell'affetto che a volte credo sia l'unica che Zucchino è davvero in grado di sentire e comprendere e, soprattutto, affrontare sempre ogni giornata con il sorriso. Io sono felice di questa famiglia, per quanto strana o apparentemente sgangherata, per me è una bella famiglia allargata e il giorno in cui Zucchino sarà pronto ad accogliere un fratello o una sorella, probabilmente saremo felici di allargarla ancora di più!
Zucchino ha avuto un effetto "devastante" sulla nostra vita, l'ha scombussolata, l'ha rivoluzionata, ci ha costretti a mettere tutto in discussione,  i nostri valori, le nostre priorità, le nostre certezze, insomma noi stessi e il nostro modo di vivere. Io e  mio marito abbiamo una nostra società di consulenze in ambito informatico, con una decina di dipendenti, un'attività impegnativa che spesso ci lascia poco tempo libero, ma Zucchino ha fatto sì che imparassimo a dedicare al lavoro la giusta dose di tempo, trovando il modo di "vivere" dando a lui la priorità su tutto. Ha messo in discussione  tutto ciò che prima davamo per scontato, ma un terremoto del genere non può che provocare dei cambiamenti positivi, perché oggi, a distanza di 14 mesi dalle prime scosse, affrontiamo le scosse di assestamento con più forza, più serenità, sapendo di potercela fare perché possiamo contare l'uno sull'affetto dell'altro. E non c'è forza più grande!



M. e E. raccontano la loro storia

Siamo sposati da 31 anni e abbiamo due figli naturali: D. ha 30 anni e I. 27.
In affidamento Alex e Gigi (così li chiameremo) due gemelli di 8 anni .
Si tratta di un affidamento giudiziale fino al termine delle scuole elementari.

La storia è nata nel gennaio del 1996 quando la madre naturale dei bimbi era incinta e allo scadere della gravidanza aveva bisogno che qualcuno le tenesse , per il tempo necessario , un figlio di 16 mesi , Nicola .
Noi ci offrimmo e per tutto il periodo che fu ricoverata in ospedale Nicola rimase a casa. Il parto avvenne di sette mesi così i neonati furono tenuti per quasi un mese in ospedale, periodo in cui noi andavamo regolarmente a trovarli, ma i genitori  molto poco.

Quando i bambini  furono ritenuti idonei  li  dettero alla mamma .
Subito a casa loro si presentarono dei problemi, lei era un po'  depressa, il convivente stanco dal lavoro non riposava perché , a detta loro, i bambini piangevano troppo, chiesero se potevamo dare loro una mano.
Noi ci offrimmo di andare a casa loro per dare da mangiare ai bimbi, cambiarli e tenerli a bada , ma dopo qualche settimana ci dissero se eravamo disposti a tenere i bambini a casa nostra soprattutto la notte  così    loro avrebbero  potuto riposare. Tutto questo quando i bambini avevano circa due mesi.

Un giorno di febbraio, molto freddo, la mamma naturale venne a prenderli per portarli fuori a passeggio, li portò in giro per tutta la mattina  e quando li riportò a casa i bambini tremavano dal freddo, il giorno dopo  furono entrambi ricoverati al Regina Margherita con la polmonite.
Alex fu intubato ed era in fin di vita, da notare che  Efisia fu autorizzata dai genitori ad entrare nel reparto di rianimazione dove si trovava Alex e per due settimana di seguito giorno dopo giorno  il bambino dava segni di vita solo quando  lo toccava mia moglie. Gigi, invece, era stato sistemato in una tenda ad ossigeno per insufficienza respiratoria. I genitori naturali furono latitanti in tutta la situazione , da notare che quando si presentavano in ospedale era solo per criticare i servizi ospedalieri  e tutto e tutti. I bambini venivano accuditi in tutto, nutrirli, cambiarli e assisterli,  sempre da me e da mia moglie.
Vista questa situazione i Servizi Sociali  si interessarono del caso e ci chiesero se eravamo disposti a tenere a casa nostra i bambini.
All'inizio fummo un po' persi alla sprovvista  ma senza indugio accettammo .

Così si dispose per un affidamento consensuale che i genitori naturali accettarono subito.
Per più di tre mesi dopo l'affido i genitori si disinteressarono quasi  totalmente dei bimbi, ma prima dello scadere dell'anno i genitori fecero pressione che rivolevano i figli. Da notare che nel periodo estivo nelle feste di Natale e nelle feste di Pasqua i bambini venivano portati in ferie in Sardegna per mesi e mesi, i genitori naturali erano contenti.

Si fecero delle prove con educatori e genitori naturali , visite dallo psicologo , tutti in generale si rendevano conto che  non vi erano delle solide basi per il rientro dei bimbi,  ma  una nuova  assistente sociale che prese in mano il caso  era favorevole al rientro e cos,ì  qualche mese dopo lo scadere dell'anno, furono ridati   ai genitori naturali.
Dopo due giorni e due notti trascorsi a casa  loro i genitori naturali  ci riportano i bambini dicendo  le stesse cose che avevano detto un anno prima  e cioè che non riuscivano a dormire  e che lei , la  madre , non riusciva ad accudirli.

Dopo  l'assicurazione  "domani li prendo", "domani li prendo",  "domani li prendo", passò quasi un anno e i bambini erano sempre a casa con noi . Noi non  parlammo  della cosa ai servizi perché eravamo preoccupati in quanto qualcuno ci disse che se avessimo parlato i bambini li avrebbero messi in un istituto e li avrebbero dati in adozione.
Comunque,  decisi a sanare questa situazione anomala, decidemmo  di parlare con i genitori e con i servizi dicendo loro che i bambini li avremmo tenuti solo se fosse stato attivato un progetto di affidamento  .
A quel punto  i servizi fecero la relazione  e venne emesso un provvedimento di affidamento giudiziale fino al termine delle scuole elementari. Dopo sei anni di totale disinteresse dei genitori, nel frattempo il papà dei bimbi è morto , la madre  rivuole i bambini perché ormai sono grandi e devono rientrare a casa.
Ma in realtà è mossa solo da interessi  economici. I bambini non dimostrano  affetto nei suoi confronti  ma accettano la sua presenza perché educati a riconoscere il lei la madre naturale e  quindi mostrarle rispetto, nutrono però un certo interesse per il loro fratello Nicola, per questo motivo nell'estate 2004 lo abbiamo portato con noi  in Sardegna per tre mesi con il consenso della madre  e l'autorizzazione dei servizi.

Allo stato attuale i bambini vanno a casa della madre due domeniche al mese.




Un affido intra-famigliare, la storia di D. e A.


Premessa

Io A. lei, Dn., ci incontrammo 25 anni fa, crescemmo insieme condividendo, amore a parte, le gioie ed i dolori che comporta avere un portatore di handicap nelle rispettive famiglie, io una sorella audiolesa e lei un fratello costretto su una sedia a rotelle. E con la consapevolezza forse maggiore di chi non vive queste esperienze, nell'89 decidemmo di mettere su famiglia nonostante i timori di incappare in qualche scherzo che la vita ogni tanto ti propina e con la cognizione comunque di chi quel film lo ha già visto. Nel 90 (cavolo! Neanche un po' di respiro) nacque S. una bella bimba tutta suo padre e nel 2001, nel rispetto delle pari opportunità, arrivò R. un'altra bellissima bimba tutta sua madre.


La vicenda

A volte capita, si! A volte la cicogna sbaglia e si rende conto che i pacchi consegnati anni prima erano destinati ad altri ma...... Anche in queste circostanze! Dove le cose dovrebbero essere semplici e fluide come lo scorrere del fiume, il meccanismo s'inceppa, incespica e perde qualche tassello importante e allora...
Allora succede che quella cicogna cerca di correre ai ripari recuperando i pargoletti ormai grandi (V. 11 anni e Dv. 7 anni), e nell'attesa che l' ufficio pacchi smarriti faccia chiarezza su quale è l'indirizzo corretto presso il quale lasciare quel gravoso fardello, staziona per qualche mese presso asili nido per bimbi dispersi (8 mesi).
Nel frattempo il Consiglio Degli Uomini Saggi si riunisce ad esaminare fatti e misfatti per decidere il da farsi, ed i fatti più o meno sono i seguenti: mamma audiolesa, cresciuta in istituto specializzato per tali handicap, depressa, proviene da una famiglia normale ma incapace di rispondere in maniera adeguata alle esigenze "diverse" di questa figlia problematica. Padre audioleso, assente, poco consapevole dei propri limiti. Entrambi incapaci con il loro handicap di rispondere in maniera adeguata alle esigenze crescenti dei due pargoli; eppure nella bolla di consegna tutto questo non era evidenziato, pensa tra sé la cicogna.
I due pargoli crescono in parte con i nonni materni, vengono quindi a mancare le figure principali che ogni bambino ha il sacrosanto diritto di avere: un padre ed una madre , ma... Se non altro questa incapacità genitoriale è indotta da problematiche accidentali e non dettata da scelte sbagliate.
I due ragazzini hanno seri problemi d'inserimento nella nostra magnifica società, poco propensi al dialogo perché non hanno mai dialogato, introverso, taciturno, e soggetto a crisi depressive l'uno, ed estroverso, iperattivo, perennemente inquieto, l'altro.
Bene, detto questo.... Anzi no! Questo non diciamolo, lasciamo che chi si offre volontario ci sbatta contro, magari non se ne accorge, e lo annotiamo come fatto marginale non registrabile agli atti. Analizziamo i possibili volontari affidatari: allora! I parenti di lui no non si sono neanche fatti avanti se non solo per qualche aiuto sporadico. E questi Dn. e A. chi sono!? Ah gli zii materni! Però! Sembrano una buona risorsa! Disponibili, buona famiglia, lavorano entrambi, tiè venduto. Rettificate immediatamente l'indirizzo e rispedite con posta celere i pacchi.
Durante questi 8 mesi ospitammo nei fine settimana i ragazzi, e ci domandammo, durante le nostri notti insonni, come sarebbe cambiata la nostra vita con l'allargamento della nostra famiglia. Siamo così arrivati alla conclusione che valeva la pena dedicarci a farlo.


Le conclusioni

L'anno e mezzo che è trascorso ci ha permesso di conoscere meglio i bambini, ma restano ancora molti lati oscuri, perché hanno molte difficoltà ad esprimere le loro emozioni, i loro stati d'animo, e loro stessi non hanno costruito una propria identità.
Durante i primi mesi il nostro approccio verso di loro è stato quello di procedere per tentativi, e molte volte siamo tornati sui nostri passi, per ricominciare in maniera diversa. In questa fase non siamo stati supportati in alcun modo dal punto di vista psicologico, e certamente non eravamo preparati ad una situazione che nel tempo s'è rivelata più grave di quanto sembrasse inizialmente.
Basti pensare agli episodi di autolesionismo, aggressività fisica, anche nei confronti di noi adulti, crisi di rabbia in cui distruggevano anche gli oggetti a cui tenevano di più, ecc.. La nostra più grande difficoltà a gestire tutto questo è stata quella di riuscire comunque a salvaguardare le nostre due bambine, e mantenere la serenità e l'equilibrio di sempre.
La nostra piccola R. aveva 2 anni quando sono arrivati i suoi cugini, e per lei sono certamente come suoi fratelli.  La grande, S., ne aveva 13, e per lei c'è stata qualche difficoltà in più, anche perché il sano egoismo adolescenziale porta a dire "chi ce lo fa fare?". Noi stessi ci siamo interrogati sul "diritto" che avevamo di sottrarre molto tempo ed energie alle nostre figlie, a favore di una causa per la quale i progressi sono così lenti e faticosi da raggiungere. Ci siamo detti allora, e lo confermiamo oggi, che secondo noi è un'esperienza positiva anche per loro, che gli permetterà di affrontare meglio la vita, apprezzandone ogni piccola sfumatura, consapevoli che ogni passo avanti sarà fonte di sacrificio ed immensa soddisfazione, e impareranno a riconoscere con dignità i propri limiti cercando le giuste alleanze per poter comunque continuare.
Ci sono stati dei momenti in cui pensavamo di non farcela, quando il rifiuto (soprattutto di Dv.) verso di noi era manifestato in maniera continuativa e forte (tentativi di fuga, ripetizione continua di frasi del tipo "Dn. Non capisce niente", "non vi voglio bene per niente", " era meglio che io ero morto", " se morite tutti io sono contento", ed insulti di ogni tipo). Manifestazioni alle quali non riuscivamo a non far assistere anche  S. e soprattutto R., che ha cominciato a reagire in maniera violenta verso Dv., e ad imitarlo in molti dei suoi comportamenti e atteggiamenti.
Oggi possiamo dire che le cose vanno meglio. I bambini hanno fatto dei progressi enormi rispetto a quando sono arrivati. Ci sarebbero mille episodi da raccontare, ci piace ricordarne uno in particolare: quando V. e Dv. Sono arrivati da noi si sono molto stupiti che a casa nostra si ascoltasse molta musica. Per loro era strano che avessimo tanti CD e musicassette, e che ci fosse una radio in ogni stanza, ed invece una sola TV! La musica, che per loro era una novità, l'hanno apprezzata molto, e così abbiamo regalato anche a loro il radioregistratore per la loro cameretta.
Abbiamo una "nostra canzone del cuore", che ascoltavamo nel periodo in cui hanno cominciato a venire da noi: Geordie di De Andrè. Ogni volta che venivano per il fine settimana ci chiedevano di ascoltarla e poi di nuovo e di nuovo ancora. Oggi la ascoltiamo più raramente, ma appena partono quelle note, come per magia tutti 4 i bimbi smettono qualunque attività stiano facendo, e ascoltando rapiti ed incantati chiedono... Di nuovo..... Di nuovo....... Certamente ci vorrà ancora molto tempo perché possano trovare il loro equilibrio, ma qualche risultato si comincia a vedere.
Avranno bisogno di un supporto psicologico, che finalmente pare possa essere attuato. Questo è un aspetto importante che noi inizialmente abbiamo sottovalutato, vista la nostra completa inesperienza in questo campo. Ci siamo illusi che bastasse dare finalmente ai bambini la possibilità di crescere in una famiglia serena,  dei punti di riferimento stabili, carezze ed amore per far, seppur lentamente, dimenticare loro le privazioni che hanno sopportato "prima",  ed è un aspetto al quale i Servizi Sociali, con la loro esperienza, dovrebbero dare la priorità.
La scuola per entrambi i ragazzi è un grosso problema, essendo mancati gli stimoli, alle più elementari scoperte, in età infantile, dedicare la giusta attenzione necessaria all'apprendimento richiede oggi un grossissimo sacrificio da parte loro che non riescono nonostante gli sforzi a dare. Da parte degli insegnanti vi è sia una grossa comprensione, che  disponibilità, ma purtroppo manca quel sostegno in più da parte di personale altamente qualificato, e tutte le richieste fatte in tal senso spesso si scontrano con la scarsa disponibilità finanziaria dei budget scolastici nonché con l'inammissibile ipocrisia dei servizi di neuropsichiatria infantile che continuano a voler trattare i ragazzi con queste problematiche come ragazzi normali. Dv. ha comunque ottenuto il sostegno a scuola per 12 ore settimanali, una goccia nell'oceano, per V. pensiamo di richiederlo visto le grossissime lacune che vanno crescendo di pari passo con il proseguimento della scuola.
Nell'ultimo periodo per alleviare un po' la fatica quotidiana ci è stato riconosciuto un sostegno diurno per Dv che trascorre tre pomeriggi alla settimana presso una comunità. Questo progetto, anche se è appena partito sembra alleggerire, sia noi ma soprattutto Dv., permettendoci così momenti di ricarica che servono per affrontare le situazioni più critiche con più tranquillità.  I nostri rapporti con i genitori di Dv. E V. non sono mai stati conflittuali, e pur essendo sorella e cognato di A. non vi è neppure mai stato un forte legame per via delle grandi problematiche caratteriali della sorella. Vi è sicuramente in loro la consapevolezza di non poter far fronte ai propri figli.
Sia i genitori che i ragazzi non chiedono mai gli uni degli altri. Gli incontri sono organizzati una volta al mese in funzione della nostra e loro disponibilità e non avvengono più in luogo neutro come all'inizio. Le nostre aspettative sono quelle di riuscire a rendere Dv. E V. adulti autonomi che riescano, nonostante la loro trascorsa storia, a crearsi una vita dignitosa, normale e felice, e che sappiano dare ai loro eventuali figli quello che gli è stato negato. Questa oltre ad essere la nostra più grande speranza è anche la grande incognita che normalmente aleggia nei nostri pensieri anche per le nostre figlie S. e R., ma in maniera comunque diversa, forse più leggera, consapevoli della conoscenza che noi abbiamo delle nostre figlie, e che i messaggi che quotidianamente da sempre inviamo loro sono comunque assimilati.
Beh! Cara la mia cicogna il pacco lo hai riconsegnato, ma l'indirizzo sarà poi effettivamente quello giusto? "IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO".




La storia di D.


Siamo una coppia senza figli. Abbiamo entrambi 48 anni. Alla decisione dell'affido siamo arrivati dopo anni di impegno nel settore del volontariato ed in particolare dei minori in difficoltà.
Abbiamo avuto una prima esperienza disastrosa con un bambino che ha rivelato dei seri disturbi psichiatrici - non diagnosticati o comunque non comunicati agli affidatari - che ci hanno costretto alla rinuncia dopo appena un mese, nella completa assenza dei servizi e del supporto psicologico.
Dopo alcuni mesi ci è stata presentata la proposta di un affido consensuale di una bambina di 10 anni con serie difficoltà in famiglia. La mamma è in cura per dei problemi psichiatrici gravi ed il padre non è in grado di badarle, avendo un lavoro che lo impegna tutto il giorno.
La malattia della madre si è manifestata quando D. aveva 2-3 anni. La malattia ha avuto come conseguenza un progressivo sgretolamento del nucleo familiare: il padre, non accettando la gravità della situazione della compagna, la considerava responsabile di tutti i loro problemi, idea che ha profondamente inculcato anche nella bambina.

La situazione è precipitata quando la famiglia è rimasta anche senza casa. D. è stata allora messa in comunità, per un periodo che non sappiamo quanto sia durato, in quanto queste informazioni ci sono venute solo da lei.
Successivamente è stata mandata dal padre in un'altre regione, dove risiede la sua famiglia d'origine e dove D. ha frequentato la quarte elementare. Probabilmente il padre pensava di lasciarla presso questi parenti per sempre, ma D. ha avuto dei comportamenti di totale rifiuto, per cui, al termine dell'anno scolastico, è ritornata a casa.
Quando, dopo pochi mesi le condizioni di salute della madre si sono nuovamente aggravate, il padre ha deciso per l'affido.
L'inserimento di D. non ha avuto difficoltà in quanto era lei stessa a richiedere di trovarle una famiglia in cui vivere. All'inizio abbiamo avuto dei problemi per le sue condizioni di salute, in parte dovute a trascuratezza, in parte al suo vissuto. Aveva problemi ematici, frequenti epistassi, segni autolesionistici sulle braccia e sul viso. La notte soffriva di incubi, angosce e forme di sonnambulismo, per cui i primi mesi è stato come avere un neonato: ci davamo il cambio nella sua stanza perché solo la nostra presenza riusciva a tranquillizzarla.
Aveva, ed in parte ha tuttora, un enorme bisogno di affetto che rivolge verso chiunque si mostri in qualche modo attento a lei, anche se ora comincia ad attuare qualche comportamento critico e difensivo. Ora la bambina è con noi da un anno ed ha sicuramente fatto dei progressi.

E' molto spaventata del suo futuro. Continua ancora a ripetere che lei non vuole crescere, e spesso attua ancora comportamenti infantili. Si rivolge a noi per avere delle certezze, che purtroppo non siamo in grado di darle, in quanto i servizi sociali e il servizio di neuropsichiatria infantile, da cui è ormai saltuariamente seguita, nonostante i ripetuti solleciti, non hanno ancora prodotto un progetto che stabilisca, da un lato, i tempi della permanenza con noi e, dall'altro, i tempi e i modi del definitivo rientro in famiglia, che nel frattempo si è completamente disgregata.
I messaggi che ci arrivano e che le arrivano sono spesso contraddittori e ciò non giova alla formazione di un suo equilibrio. Il rendimento scolastico è comprensibilmente scarso, cosa che ha suscitato in noi non poca preoccupazione, visto che ormai D. frequenta la prima media. Non ha alcuna capacità di concentrazione, né a scuola, né a casa, ha delle lacune enormi, nessun metodo di studio. Tutto questo ci ha portato a temere che D. possa avere un deficit intellettivo, preoccupazione che abbiamo comunicato alla psicologa, la quale, dopo varie incertezze l'ha sottoposta a dei test, di cui non sappiamo ancora l'esito.

Per contro ci è stato più volte detto che nell'ottica complessiva dell'affidamento, "il problema del rendimento scolastico" è di secondaria importanza. Certamente questo è vero, ma non cancella la nostra preoccupazione, che riguarda il futuro di D. e la sua possibilità di realizzare qualcosa nella sua vita adulta, che la affranchi da quella situazione di povertà morale in cui è vissuta con la sua famiglia. Non solo, ma da alcuni mesi a questa parte, è D. stessa a desiderare di avere dei successi scolastici, per non sentirsi più in una posizione di inferiorità rispetto ai compagni.
Fortunatamente abbiamo un forte supporto dalla scuola (un istituto religioso), i cui docenti sono gli unici ad aiutarci concretamente a favorire la crescita personale e soprattutto di autostima - assolutamente inesistente - della bambina. Gli insegnanti hanno più volte richiesto di poter avere un colloquio con i servizi, per meglio intervenire sulla bambina, ma sinora con esito negativo.
La bambina rientra dal padre una volta ogni due settimane, dal mattino alla sera. Mentre nei primi mesi, questi incontri erano per D. fonte di grande tristezza al momento del distacco dal padre, ora sembra viverli come un dovere che bisogna affrontare. L'atteggiamento nei confronti del padre e delle ragioni che hanno portato la famiglia al progressivo sgretolamento, si è fatto decisamente più critico.
Da alcuni mesi il padre ha espresso il desiderio che qualche volta la bambina si fermi a dormire da lui. D. non condivide questo desiderio e tende a far sì che la cosa venga rimandata. Anche su questo i Servizi non si sono ancora espressi, acuendo il senso di incertezza di tutti, compreso il padre, che talvolta minaccia azioni di protesta più incisive.

Con la mamma il rapporto è stato molto difficile, ma oggi è un po' migliorato in quanto D. ha capito che la madre non è cattiva, come in famiglia le si era inculcato, e che tutto quello che di negativo ha fatto, anche nei suoi confronti, era causato dalla malattia. Talvolta D. chiede di poterla vedere, tuttavia in un anno i servizi non sono ancora riusciti,  anche a causa dei continui alti e bassi delle condizioni di salute della madre, a definire un piano regolare di visite.
L'unica certezza che al momento abbiamo è che la bambina oggi è con noi, che sta bene e che è serena.

Tutto il resto è nebbia.

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