HomeChi siamoDove siamoPrendere Appuntamento
Aree Tematiche
FAQ - Domande e Risposte
Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

si denuncia raramente, si fa fatica a credere ...

La violenza contro i bambini raramente viene denunciata


Il maltrattamento e l'abuso all'infanzia è stato paragonato a un gigantesco iceberg, di cui vediamo solo una porzione emersa. E' un fenomeno sotto stimato rispetto alla sua reale diffusione. Solo una piccolissima percentuale di reati contro i minori vengono denunciati ed una percentuale ancor più piccola di essi viene dimostrata come autentica in tribunale.

Come mai un fenomeno così grave e diffuso, che ha effetti nefasti sullo sviluppo mentale emotivo e sociale dei bambini, che produce sofferenza e danni che si ripercuotono sulla vita che avranno da adulti, rimane in gran parte nascosto?

I bambini maltrattati all'interno della famiglia non denunciano i genitori. Il bambino è totalmente dipendente dai suoi genitori e il suo sviluppo richiede molti anni prima di potergli garantire una certa autonomia. Durante questo lunghissimo periodo di dipendenza il bambino costruisce un legame di attaccamento che esclude la possibilità che il piccolo possa riconoscere la figura di attaccamento come cattiva, perché altrimenti se ne allontanerebbe e non potrebbe sopravvivere. Così questo meccanismo condanna i figli dei genitori inadeguati o maltrattanti a subire un danno senza poterlo decodificare come tale. Questi bambini, nel tempo strutturano modalità difensive o di autocolpevolizzazione per poter mantenere un legame con il genitore.

I genitori che maltrattano non chiedono aiuto

Il rapporto delle Nazioni Unite mette a fuoco l'aspetto dell'approvazione sociale della violenza:
coloro che commettono abusi sovente considerano la violenza fisica, sessuale o psicologica, come inevitabile e normale.

I genitori che considerano la violenza fisica come una forma normale di relazione verso il bambino possono avere un basso livello di istruzione, per cui il bambino è concepito come persona da coartare attraverso l'uso della forza, e non come un soggetto le cui capacità di comprensione migliorano se è sostenuto, o sono genitori con problemi psichiatrici o cui l' uso di sostanze li rende incapaci di controllare l'aggressività.

Ammettere la violenza espone il genitore a sentirsi socialmente colpevolizzato o disapprovato. In molti casi i genitori, che dovrebbero proteggere i propri figli, rimangono in silenzio nel caso in cui la violenza sia stata perpetrata dal coniuge o da un altro componente della famiglia, o da un membro più importante della società civile, come il datore di lavoro, o un leader della comunità locale. La paura è strettamente collegata alla discriminazione che di solito accompagna la denuncia della violenza, soprattutto in quelle culture dove "l'onore" della famiglia va preservato sopra ogni cosa, anche a svantaggio della sicurezza e del benessere dei bambini.

L'estrazione sociale e culturale svantaggiata impedisce a molti adulti di pensare che i problemi si possano risolvere parlandone.

Ammettere l'inadeguatezza come genitori comporta la paura di perdere l'aiuto economico che il servizio assistenziale eroga-

Un fattore importante della mancata richiesta di aiuto è nelle caratteristiche di segretezza e di negazione che presentano queste famiglie; i genitori maltrattanti non richiedono esplicitamente un aiuto, presentano una falsa immagine di sé, si nascondono dietro una facciata di rispettabilità, raramente riconoscono il loro ruolo nel generare sofferenza; i genitori abusanti negano perché nascondono anche a se stessi la realtà, in modo da evitare la disgregazione del proprio Sé.

Il meccanismo della negazione è più riscontrabile nei casi di abuso sessuale; a proposito di esso, Barret e Trapper sostengono che un coniuge non può credere che la moglie/il marito possa compiere certe azioni sul proprio bambino. Queste persone temono di perdere non solo la sicurezza emotiva ma spesso anche la tranquillità economica.

L'abusante, che può aver subito abusi da bambino, non riesce a conciliare il desiderio di essere un buon genitore con il danno che sta facendo al bambino. La negazione permette all'abusante di continuare ad abusare, e nel contempo di continuare a condurre una vita "normale", così da non sentire i sentimenti di vergogna e di stigmatizzazione che sentirebbe ammettendo i propri limiti .

La negazione sembra essere una terribile necessità per la famiglia che crede che il riconoscimento dell'abuso potrebbe distruggere tutto".




Gli operatori vivono incertezze e difficoltà nel rilevare la violenza ai minori.

Ci sono poi tutta una serie di aspetti che negli operatori che sono a contatto con i minori, creano resistenza e difficoltà ad intraprendere azioni coerenti per garantirne la tutela.

- A volte siamo abituati a pensare che il rischio per i minori coincida con la povertà o lo svantaggio sociale: se questa equivalenza è reale nelle società meno sviluppate dove il bambino a rischio appartiene a gruppi sociali svantaggiati, segnati da povertà, analfabetismo, nelle società evolute il bambino a rischio non è più quello povero o senza famiglia ma quello che vive in una famiglia che non ha le risorse atte a soddisfare i suoi bisogni.; bisogni che non sono più quelli dei pasti, del tetto, di leggere e scrivere, ma bisogni affettivi, di sicurezza, di relazioni sociali, di conoscenza. Queste sono famiglie che si trovano in tutte le classi sociali, anche in quelle colte ed economicamente adeguate, nelle quali i figli vivono situazioni di incuria, disattenzione,abuso sessuale, abbandono psicologico e affettivo, violenza assistita.


Il bambino può essere tutelato se può raccontare quello che gli succede ad un insegnante della scuola materna o elementare, ad un medico, ad uno psicologo.

Poter parlare di quello che succede è il primo passo per cambiare questa situazione.


Succede spesso che gli adulti, gli insegnanti, i medici, anche gli psicologi, hanno paura di far star male, di aprire delle ferite, che dimenticare fa stare meglioQuesta idea si combina facilmente con le resistenze e la vergogna a parlare delle vittime, schiacciate dai sensi di colpa; possiamo, come operatori, essere tratti in inganno da queste modalità e accondiscendere la tendenza della vittima a nascondere ricordi sgradevoli.




Far ricordare, parlare delle violenze,  è il primo passo verso la guarigione

Attualmente, grazie alle ricerche sul funzionamento della mente, gli psicologi che lavorano a stretto contatto con soggetti che hanno vissuto esperienze traumatiche, si vanno orientando nella direzione del far ricordare.

Oggi si sostiene quindi che il racconto di esperienze traumatiche del passato, quali l'aver subito violenza, ha un effetto positivo sulla salute non solo psicologica ma anche fisica dell'individuo.


Nel rapporto ONU del 2006si legge che "All'interno dell'ambiente familiare è molto difficile eliminare la violenza sui bambini e intervenire nei casi in cui si verifica, perché la famiglia è considerata dalla maggior parte delle culture la più "privata" delle sfere private. I servizi ai minori hanno un ruolo di vigile estraneità rispetto al bambino che è soprattutto "appartenente ai suoi genitori"




L'intervento nei confronti dei minori è difficile perché viene sentito in aperto conflitto con l'interesse della famiglia.
 
 La limitata diffusione nei servizi di un atteggiamento volto al controllo e alla valutazione delle capacità genitoriali. Ho rilevato, lavorando come supervisore o formatore presso diverse ASL, che sovente chi opera nel settore psichiatrico o dei Sert non è abituati a considerare l'alcoolismo o la tossicodipendenza o la malattia psichiatrica dei genitori come un elemento di rischio per i minori conviventi.

Questo può aver a che fare con l'organizzazione del servizio, ma anche con un atteggiamento interno tipico di chi esercita una professione di aiuto.

Siamo abituati a pensare che il cambiamento delle persone dipende dalla motivazione, dalla spontaneità della richiesta, e quindi vediamo il controllo come antitetico all'aiuto. Peccato che aspettare che una famiglia maltrattante chieda aiuto in modo esplicito sovente porta al fallimento dell'intervento.; queste famiglie chiedono aiuto attraverso comportamenti devianti e negativi.




Perchè si fa fatica a vedere e a credere ?


La violenza all'infanzia, ed in particolare l'abuso sessuale, è tendenzialmente impensabile.

Finchè mancava alla scienza e alla pratica medica la categoria clinica della "Sindrome del bambino battuto" il maltrattamento fisico e le violenze contro i bambini non potevano essere diagnosticate. La medicina e la pediatria hanno dovuto attendere gli scritti di Silverman e di Kempe degli anni '50 e 60 per poter formulare l'ipotesi dolorosa e sconcertante in base alla quale gli stessi genitori possono diventare capaci di violentare fisicamente i loro figli anche neonati, di commettere abusi sessuali e gravi maltrattamenti. Negli Stati Uniti qualche medico aveva  perfino definito una "Sindrome di ipersensibilità alle contusioni" su ossa ancora immature per spiegare i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto piccoli che arrivavano in Pronto Soccorso, senza dover ipotizzare la violenza dei genitori ed il maltrattamento.

Finchè mancava l'ipotesi del maltrattamento e dell'abuso sessuale, venivano sì rilevate nel neonato battuto le ossa fratturate, ma la causa non poteva essere individuata nell'impulsività e nel sadismo dei genitori, bensì in una debolezza organica del bambino. La comunità adulta e la stessa comunità scientifica hanno respinto la mentalizzazione del fenomeno della violenza fisica e sessuale ai danni dei bambini.

Ciò che porta la comunità adulta e la stessa comunità scientifica a sottrarsi alla responsabilità di percepire in modo pieno e responsabile il fenomeno del maltrattamento e dell'abuso all'infanzia è in particolare la difficoltà a mentalizzare la penosa ed intollerabile situazione di impotenza delle piccole vittime di violenze fisiche e sessuali. Essendo l'abuso sessuale, e a maggior ragione l'abuso psicologico ai danni dell'infanzia, fenomeni ancora più "invisibili" di quanto non appaia l'abuso e il maltrattamento fisico, in quanto lasciano tracce meno evidenti e riconoscibili, ci troviamo tuttora di fronte ad acute difese e resistenze nei confronti del loro riconoscimento come fenomeni socialmente significativi. Possiamo dire che abbiamo socialmente raggiunto un certo livello di consapevolezza, anche se non pienamente soddisfacente, sul fenomeno della violenza fisica ai danni dei minori; stiamo affrontando le resistenze legate alla rimozione e alla negazione del fenomeno dell'abuso sessuale; evidentemente ci vorrà ancora parecchio tempo prima che la comunità adulta sia in grado di prendere coscienza e di responsabilizzarsi in modo adeguato sul fenomeno della violenza psicologica, ancor più diffuso, ancor più caratterizzato dall'inconsapevolezza vuoi dell'abusante che dell'abusato, ancor più destinato a suscitare processi di resistenza.

Il maltrattamento all'infanzia risulta invisibile, in quanto è impensabile. Noi possiamo percepire solo le forme che in qualche misura sono già presenti nel nostro apparato psichico. Il maltrattamento all'infanzia è un fenomeno che tende ad essere evacuato dalla mente per diverse ragioni. Essendo troppo doloroso da pensare, il fenomeno risulta troppo difficile da percepire.

Ci sono quattro ordini di ragioni per cui la violenza all'infanzia, ed in particolare l'abuso sessuale, può risultare in qualche misura impensabile da parte della comunità adulta e da parte degli stessi esperti chiamati all'accertamento psicologico dell'attendibilità del minore: tali ragioni hanno a che fare con:
a) l'impatto con il dolore;
b) l'impatto con la confusione;
c) il bisogno di mantenere il ricorso all'idealizzazione;
d) l'ansia del conflitto.



L'impatto con la sofferenza e l'impotenza

Chi si avvicina alle situazioni di abuso sessuale e di maltrattamento ai minori è obbligato ad entrare in contatto con la sofferenza, con l'impotenza e con i processi emotivi di disgregazione del Sé sia della piccola vittima, sia dei soggetti del nucleo familiare dove si svolge l'abuso: il contatto con questi sentimenti penosi paralizza la pensabilità. Inoltre nell'identificazione con la vittima può essere riattivato in qualche misura un dolore specifico associato alle situazioni personali di sofferenza che qualsiasi adulto e qualsiasi professionista ha vissuto nel corso della propria infanzia e nella propria adolescenza, in forme più o meno gravi: situazioni di mancanza di rispetto della propria sessualità e dei propri bisogni emotivi. Risulta pertanto automatico nell'osservatore, per difendersi dal  dolore, mobilitare potenti angosce controtrasferali e attivare meccanismi difensivi che possono portare al disconoscimento mentale dell'abuso.


La confusione

La pensabilità è messa a dura prova dalla confusione. L'abuso sessuale e il maltrattamento ai danni dei minori è un territorio dove le confusioni inevitabilmente si generano e si accumulano: confusione nella coppia abusante-abusato tra i ruoli generazionali, tra  la vittima e l'aggressore, tra l'innocente e colpevole, tra il linguaggio della tenerezza del bambino e il linguaggio della passione dell'adulto; confusione tra il ruolo passivo e il ruolo attivo, tra l'amore e l'odio, tra il bene e il male,  tra la realtà e la fantasia nella vittima stessa; tra il piacere e il senso di colpa, tra l'eccitazione e l'impossibilità psicofisica di gestirla da parte del bambino; confusione tra il passato di vittima e il presente di aggressore sessuale nell'adulto, tra la comprensione e la condanna nei suoi confronti,  tra la gentilezza seduttiva e la strumentalizzazione brutale da parte dell'autore dell'abuso, etc.



Rinunciare al bisogno di idealizzazione

Mentalizzare l'abuso sessuale e il maltrattamento ai minori comporta inevitabilmente una qualche profonda rinuncia al bisogno di idealizzare la realtà. Il mondo degli adulti, le figure dei genitori, il funzionamento della famiglia appaiono attraversati da correnti di odio e di strumentalizzazione e caratterizzati pertanto da tratti  molto diversi da quelli  ottimali, desiderati e rassicuranti per tutti: tratti di benevolenza, di disponibilità, di protezione verso l'infanzia. La presa d'atto delle potenzialità violente e perverse che possono comparire nelle figure genitoriali può in qualche misura disturbare non solo il bisogno di mantenere una visione il più possibile ideale e positiva del genere umano e della realtà sociale, ma anche lo stesso bisogno di conservare un'immagine totalmente ideale della propria infanzia, della propria storia familiare e della propria realtà interna. Allontanare dalla percezione e dal pensiero l'abuso sessuale e il maltrattamento ai danni di un bambino può indubbiamente servire a difendere il ricorso all'idealizzazione come meccanismo difensivo con cui affrontare la realtà.



Incontrare il conflitto

Far rientrare fino in fondo l'abuso sessuale e il maltrattamento nel campo della pensabilità spinge il soggetto a decisioni e a comportamenti destinati ad andare incontro alla prospettiva ansiogena del conflitto: laddove le differenze sono abolite, come nell'incesto e nell'abuso sessuale in danno dei minori, si può determinare una spirale di violenza capace di contagiare tutti coloro che vi si avvicinano. L'adulto che pensa e prende sul serio fino in fondo una rivelazione di abuso sessuale da parte di un bambino viene ad essere coinvolto in un'identificazione molto rischiosa con la piccola vittima: anche lui può andare incontro a reazioni di aggressione e minaccia da parte di quella fetta del mondo adulto con la quale si porrà in conflitto per il fatto stesso di non aver lasciato le comunicazioni del bambino in un'area di silenzio e di incredibilità.  Come il bambino, per il fatto stesso di mettere in parola l'abuso rompendo il muro di ricatto e di omertà che l'accompagnava, l'operatore si espone a risposte di colpevolizzazione, di incredulità, di ritorsione punitiva da parte dell'autore della violenza.
 




Gli adulti fanno fatica a parlare con i ragazzi di sessualità...
non riescono proprio a farlo se di tratta di parlare di abusi sessuali



Marco, 29 anni, si rivolge a me per problemi di forte inibizione nei rapporti sociali. Laureato, il ragazzo è incapace di trovarsi un lavoro perchè non esce mai di casa, ha paura della gente, non riesce a parlare con estranei e non ha nessun amico, ha tendenze alla piromania e sente l'impulso di uccidere quando si trova a disagio con persone estranee.

Emerge dai colloqui che il ragazzo si masturba sette/otto volte al giorno dall'età di cinque anni e che tutti gli adulti che gli stavano vicino durante l'infanzia sapevano di questo suo comportamento (genitori e insegnanti ad esempio avevano più volte notato la cosa decidendo però di non intervenire). In un caso come questo l'incapacità dell'educatore di decodificare il messaggio che Marco trasmetteva tramite la propria masturbazione coatta ha impedito agli adulti di entrare in contatto con la sua sofferenza, sofferenza non vista o non capita fino a quando si è manifestata sotto forma di disturbo mentale nell'età adulta. La masturbazione naturalmente non era il vero problema di Marco, ma solo il sintomo di un disagio più profondo e diffuso.


Se è corretto affermare che spesso gli adulti adottano un comportamento troppo repressivo nei confronti della sessualità infantile, è anche vero che non affrontare la problematico sessuale in un bambino o un ragazzo che manifesta comportamenti problematici in campo sessuale, mascherandosi magari dietro il permissivismo o l'emancipazione, può essere semplicemente un altro modo in cui l'adulto esprime il proprio disagio nei confronti della tematica sessuale ("il problema c'è ma non lo voglio vedere, oppure non lo voglio affrontare adesso"). Educare infatti non significa "far finta di non vedere", oppure accettare qualsiasi cosa per paura di essere troppo repressivi, ma interagire con il soggetto che ci sta vicino, saperlo ascoltare, capire e solo successivamente, se necessario, anche punire o redarguire, rispettando però la sua diversità.

Se il sottocodice del disagio è scarsamente utilizzato dagli adulti, quello dell'abuso sessuale è quasi del tutto sconosciuto.

E' ancora oggi diffusa la convinzione che gli abusi sessuali ai danni dei bambini, (e qui considero "abuso" ogni forma di atteggiamento o comportamento sessuale adulto che può traumatizzare un minore o turbare gravemente il suo sviluppo psico-sessuale) siano episodi rari, per lo più relegati fra le fasce sociali più disgregate della società o ad atti di violenza compiuti da maniaci o malati mentali.

La rimozione sociale del fenomeno rimane ancora oggi una triste realtà. Le cause di questo rifiuto collettivo di "vedere" e di "ascoltare" i crimini commessi contro l'infanzia, ed in particolare quelli sessuali, sono da far risalire a due fattori fondamentali:

a) tali crimini sono in stridente contrasto con la rappresentazione morale e ideologica che la generazione adulta dà di se stessa; infatti l'etica sociale relativa all'infanzia è tendenzialmente ipocrita: "quando si imbatte nel cucciolo dell'uomo mostra il suo volto, splendente e sicuro. Prendendo atto dell'estremo stato di impotenza e di dipendenza che caratterizza la piccola creatura umana il discorso morale sembra non avere dubbi: amate e proteggete i bambini !"

b) la via che l'adulto dovrebbe percorrere per rendersi conto di quanti delitti vengono commessi quotidianamente contro i bambini è spesso ostruita dalla necessità di tenere rimosse le sofferenze della propria infanzia necessità che produce mancanza di empat con le sofferenze provate dai bambini ed inoltre cecità e sordità nei confronti di esse.



   


 


maltrattamento bambini, denuncia maltrattamento, abusi bambini, abusi sessuali, maltrattamento all'infanzia, infanzia maltrattata, bambini maltrattati, bambini abusati