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Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

sette sataniche e abuso sessuale sui minori

articolo di di Cristina Roccia e Sabrina Farci

Bambini vittime di abusi sessuali ritualistici

e sette sataniche:

una riflessione sul trauma e

sui meccanismo di difesa dalla sofferenza

in casi di violenze di estrema gravità




1) Cos'è l'abuso ritualistico

      Da circa vent'anni in tutto il mondo vengono segnalati casi di abusi di tipo ritualistico ai danni di bambini e di adolescenti. Sono ormai centinaia le persone che hanno dichiarato di aver dovuto sottostare ad abusi sessuali durante riti satanici, partecipare ad omicidi di neonati o bambini durante messe nere, a false sepolture in cimiteri o chiese.
      Kenneth Lanning, supervisore degli agenti speciali del National Center for the Analysis of Violent Crime dell'FBI Academy della Virginia, si è occupato per molti anni dei crimini denunciati da adulti o bambini a contenuto ritualistico o satanico riportando la propria esperienza nell'articolo "Investigator's guide to allegations of ritual child abuse" (1992). Il tema è inoltre analizzato da un punto di vista psicologico e psichiatrico da importanti ricercatori americani ed inglesi che hanno studiato il quadro clinico di bambini e di adulti che hanno riferito di aver subito questo genere di abusi durante la propria infanzia (Kirk Weir, S. Wheatcroft 1995; Putnam, 1991;  Kelly, 1997; Young, Sachs, Braun, Watkins,  19  ). Vediamo come il fenomeno viene descritto da questi ricercatori.

        Hill e Goodwing nel 1989 hanno condotto una ricerca su numerosi soggetti adulti che dichiaravano di essere sopravvissuti a violenze e torture ritualistiche. Hanno poi paragonato i loro racconti ai documenti storici della pre-Inquisizione che descrivevano il satanismo e le pratiche sataniche, compilando una lista di undici elementi dei rituali satanici. Sono emersi i seguenti elementi: 1) riti notturni intorno ad un tavolo speciale o ad un altare 2) orge rituali comprendenti  incesto, omosessualità e rapporti anali  3) imitazione e rovesciamento della messa cristiana 4) rituali che usano sangue, urina, escrementi, liquido seminale 5) sacrifici di embrioni umani e di bambini, spesso con l'utilizzo di coltelli seguito anche da riti di cannibalismo 6) rituali che utilizzano animali 7) rituali che utilizzano torce e candele  8) canzoni inneggianti al demonio 9) bere droghe o pozioni 10) danzare, o altri rituali, in circolo 11) smembramento dei cadaveri e estrazione del cuore. Hill e Goodwin, entrambi famosi psicologi e ricercatori, non affermano ovviamente che le evidenze storiche, che in tutti i casi da loro esaminati concordano con i racconti fatti dai loro pazienti, costituiscano la prova che i racconti dei loro pazienti siano veri, ma suggeriscono solo che questa può essere una delle interpretazioni possibili dei racconti di questi pazienti sui quali investigare.

             Alla stessa ipotesi giungono Young, Sachs, Braun, Watkins (19   ) professori di psicologia presso il Centro Nazionale per il Trattamento dei Disordini Dissociativi di ??????? che hanno descritto in modo dettagliato il quadro clinico dei loro pazienti che raccontano di essere stati vittime nell'infanzia di abusi rituali (nessuno di essi ha denunciato le violenze essendo ormai tutti pazienti adulti e quindi la veridicità dei loro racconti non può essere dimostrata).

        Kelly (op. cit.) ha svolto, e pubblicato nel 1997, una ricerca su quattro gruppi di pazienti, adulti e bambini, le cui dichiarazioni di abusi ritualistici vennero descritte dettagliatamente da quattro studi condotti da Kelly, Snow e Sorensen, Waterman e Young. La maggior parte dei soggetti intervistati da Kelly raccontò di attività sessuale forzata, abuso fisico e torture, ingestione di sangue, sperma ed escrementi umani (feci e urina), uso di droghe, minacce di violenza (fra cui in particolare minacce di morte o di poteri sovrannaturali, minacce da un demone o da un mostro o dal diavolo), simboli e oggetti satanici, uccisione o mutilazione di animali. Alcuni di loro dichiararono inoltre l'uccisione di bambini, di essere stati costretti a distendersi in bare ed a fingersi morti. Tutti i soggetti esaminati dichiararono di essere stati filmati e fotografati duranti gli abusi sessuali e durante i rituali a sfondo satanico.

Noi abbiamo avuto la possibilità di esaminare direttamente sette bambini dai quattro ai tredici anni che hanno dichiarato in Italia cose del tutto simili, e di leggere le dichiarazioni di alcuni altri bambini che con loro hanno dichiarato di aver subito violenze analoghe (vi sono stati due processi, il primo si è concluso con pesanti condanne per tutti gli imputati, confermate anche dalla Cassazione, il secondo si è concluso con condanne altrettanto severe in primo grado, il processo di Appello è in corso, coinvolgendo in tutto circa trenta imputati, sia donne che uomini).  I minori hanno dichiarato di aver dovuto subire violenza sessuale in diversi luoghi fra cui anche dei cimiteri, di aver dovuto a loro volta abusare sessualmente di altri bambini, di aver subito sevizie fisiche di ogni genere e violenze psicologiche di estrema gravità durante la celebrazione di messe nere inneggianti il diavolo. I bambini venivano inoltre chiusi in bare, spaventati con uomini mascherati da diavoli o da scheletri, obbligati ad uccidere gatti ed a berne il sangue. In alcune occasioni ci sarebbero stati anche degli omicidi di bambini che venivano uccisi non solo dagli adulti presenti, ma dagli stessi minori ai quali veniva ordinato di trafiggere con dei pugnali neonati o bambini reperiti fra i figli degli appartenenti alla setta o, sempre in base al racconto dei piccoli testimoni, fra figli di immigrati extracomunitari. Il "capo" del gruppo era un prete, i partecipanti tutti genitori, parenti o amici dei bambini coinvolti, fra cui molte donne, e la maggior parte di essi appartenevano a rispettabili e tranquille famiglie del ceto medio.  Molti bambini venivano anche fatti prostituire in case private. Tutti gli abusi venivano filmati e fotografati ed il materiale prodotto venduto al mercato clandestino rivolto ai pedofili (rispetto a questa parte le indagini non sono riuscite a trovare
riscontri certi che indicassero i responsabili di tale smercio).

        E' ormai certa  l'esistenza di video così detti "snaff" (che in gergo significa "morire, spegnersi")  in cui vengono riprodotte violenze sessuali che hanno come completamento la morte e la sevizia del minore abusato, e che vengono diffusi nel mercato clandestino di video pedofili o su Internet, producendo profitti altissimi per chi li produce (Cosco, 19   ; Camarga, 19   ).
      Nonostante la mole di dati raccolti circa questo genere di violenze contro i minori  tutti i casi di abuso ritualistico denunciati nel mondo non avevano mai trovato un riscontro in ambito giudiziario. Nelle situazioni di testimonianze non  credute in sede giudiziaria sono stati  ricostruiti in genere gravi scorrettezze a livello procedurale (Lanning, op. cit): bambini  intervistati sugli stessi argomenti oggetto dell'indagine decine e decine di volte da operatori diversi che in vario modo hanno formulato domande altamente suggestive, le interviste svolte in momenti molto stressanti per i minori (per es. quando erano affamati o stanchi, o spaventati dalla situazione). I bambini inoltre non sono mai riusciti a produrre una testimonianza precisa e ben strutturata in ambito penale. Per la prima volta, e proprio in Italia, i reati denunciati hanno trovato ampio riscontro in ambito giudiziario, alcune delle vittime minorenni hanno testimoniato dettagliatamente davanti a diversi magistrati le sevizie subite, e l'abuso è stato accertato non solo da un punto di vista clinico (psicologico e medico, in quest'ultimo caso con referti medici che confermavano con certezza delle violenze gravi anali e vaginali), ma anche da quello giuridico.

In questo articolo intendiamo riflettere su ciò che accade nel mondo interno di soggetti che attraversano traumi così estremi, individuare quali meccanismi di difesa essi abbiano utilizzato per sopravvivere psichicamente a tanto orrore, e quali indicatori post traumatici sia possibile riscontrare nella psicodiagnosi di  vittime di abusi di tipo ritualistico. Infatti i dati raccolti hanno messo in evidenza come ci si trovi dinanzi a soggetti molto diversi dalle "tipiche" vittime di abuso sessuale, intendendo con tale aggettivo tutte quelle caratteristiche psicologiche e comportamentali che sia la nostra esperienza clinica che la letteratura internazionale individuano come molto spesso presenti nei soggetti in età evolutiva coinvolti violenze sessuali  intra o extra famigliari (Malacrea, 1998;  Malacrea Vassalli, 1990; Luberti, 1997; Di Blasio, 2000). Ci auspichiamo che queste nostre riflessioni possano essere di aiuto e di sostegno a quanti, in futuro, si troveranno ad avere a che fare con l'orrore dell'abuso ritualistico.

       Per un bambino vittima di abuso sessuale rompere il silenzio che circonda la violenza  con una narrazione efficace e adeguata è un'operazione conflittuale e complessa che richiede molto tempo, in genere mesi, non di rado anche degli anni dal momento in cui l'abuso è stato scoperto (Foti, 1998). Non è assolutamente detto che la vittima si disponga ad una narrazione spontanea dell'abuso sessuale subìto, e tutto ciò è particolarmente vero quando ci si trova di fronte a violenze della gravità di quelle sopra riportate. Tali reati sembra che vengano coperti dal silenzio per molto tempo non solo per  vergogna o senso di colpa, come accade di solito alle vittime di incesto, ma soprattutto per la paura di ritorsioni da parte degli abusanti (vero e proprio terrore di essere uccisi) e per la paura di non essere creduti e scambiati per pazzi (e di conseguenza non protetti). E' indispensabile da parte dell'operatore sia un atteggiamento emotivo e relazionale adeguato a permettere lo sviluppo della narrazione dell'abuso alla presunta vittima, naturalmente senza  condizionarne la testimonianza, che una competenza clinica che gli consenta di individuare tempestivamente eventuali indicatori di violenze così particolari. Non meno importante è la disponibilità emotiva dell'operatore a credere all'esistenza di tanto orrore. Può essere a questo proposito interessante citare il pensiero conclusivo dell'articolo di K. Lanning sulla rivista Child Abuse and Neglect (1991): "Finchè non verranno trovate le prove di quanto le vittime dichiarano, il pubblico non può essere pronto a credere che bambini vengano uccisi e mangiati, o che numerosi  bambini scomparsi in America siano stati uccisi nei sacrifici umani. Nulla però prova che questi omicidi non si siano verificati".
         
            Che forme di ritualità sadiche e distruttive attuate da genitori nei confronti dei figli siano da sempre esistite nella comunità umana è ipotizzabile a partire dalla stessa Bibbia, testo di cui non si può escludere un qualche valore storico e culturale, come possibile rappresentazione di alcuni comportamenti e atteggiamenti dell'epoca. Già la Bibbia infatti parlava di abusi rituali in cui i genitori uccidevano e mangiavano i loro bambini (Libro della Sapienza, versetto 12): "... erano pieni di malvagità: si davano alla magia e ai riti infami, sacrificavano i loro figli senza pietà e facevano banchetti di carne e sangue umani. Ma tu hai colto sul fatto chi praticava questi riti sconci e per mezzo dei nostri antenati hai voluto distruggere quei genitori che uccidevano i figli indifesi..." (più in generale una panoramica storica sulla violenza distruttiva dei genitori sui figli è approfondita da Carloni,  Nobili, 1975).  D'altra parte la mente umana istintivamente rifiuta l'orrore dei sacrifici umani, classificandoli aprioristicamente come "impossibili",  e fatica a tollerare che tali atrocità possano esistere. Come scrivono J. Nursten e M. Smith nel loro articolo dal significativo titolo: "Bilieve or disbilieve? With particular reference to satanist abuse" (1996): "Forse la gente preferisce essere lasciata al buio, non sapere. Può darsi che la gente spesso non voglia confrontarsi con il dilemma fra il vedere e il non guardare". Gli autori evidenziano come nel 1963 i medici fossero generalmente incapaci di credere che i bambini portati nei loro ospedali con fratture o lesioni plurime sul proprio corpo fossero stati ridotti in quello stato dai loro genitori, cercando ogni altro genere di spiegazione possibile al quadro clinico che avevano davanti. Non dimentichiamo che solo negli ultimi vent'anni il mondo sembra disposto a credere, sia pur ancora con titubanza,  che l'abuso sessuale sui bambini sia una realtà tragicamente diffusa (pensiamo a quante scelte cliniche e teoriche sono state compiute in campo medico, psicologico, psicoanalitico per ricondurre aprioristicamente a fantasie le accuse mosse dai bambini ai loro genitori, o gli stessi indicatori fisici della violenza). Prima degli anni sessanta non era mai apparso alcun articolo scientifico che documentasse il maltrattamento contro i bambini benché, come ben tutti sappiamo, il mondo dell'infanzia sia stato da sempre vittima di terribili atrocità.
      Tutti gli studiosi di maltrattamento infantile unanimemente fanno osservare che per secoli la comunità adulta e la stessa comunità scientifica ha respinto la mentalizzazione del fenomeno della violenza ai danni dei bambini: basti pensare, per fare un esempio, a quanto tempo è occorso alla stessa medicina per definire categorie cliniche adeguate per diagnosticare "la Sindrome del bambino battuto", diagnosticata da Kempe solo agli inizi degli anni 60.  Negli Stati Uniti era stata perfino individuata una sindrome di ipersensibilità alle contusioni su ossa ancora immature, per spiegare i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto piccoli, senza dover ipotizzare la violenza degli adulti. Essendo l'abuso sessuale ai danni dell'infanzia un fenomeno ancor più "invisibile" di quello dell'abuso fisico, in quanto lascia tracce meno evidenti e riconoscibili, ci troviamo tuttora di fronte ad acute difese e resistenze nei confronti del suo riconoscimento come fenomeno socialmente significativo. La crescita sociale e culturale di consapevolezza del fenomeno dell'abuso all'infanzia procede attraverso diverse fasi temporali e attraverso il superamento di successivi sbarramenti di resistenza, come già aveva intuito Kempe. Non è escludibile che, nell'ottica descritta da Kempe,  il fenomeno dell'omicidio rituale e della tortura ai danni dei bambini possa essere oggi un aspetto della violenza all'infanzia al cui riconoscimento sociale si oppone ancora un forte  sbarramento di resistenza. 

        Certamente nei racconti delle vittime di abuso ritualistico ci sono dei particolari che risultano non impossibili, ma per lo meno molto strani. Ricordiamo comunque che la letteratura ha approfondito l'analisi di una varietà estremamente articolata di particolari strani, incredibili, bizzarri (Everson, 1999).. I bambini descrivono una setta satanica? E' difficile dare una risposta. Kelly (op. cit.) ricorda che occorre sempre valutare con attenzione la reale presenza di elementi religiosi nei racconti di abusi ritualistici fatti dalle vittime. Scrive l'autore: "E' possibile che non siano satanisti ma che invece usino riti e simboli satanici semplicemente per spaventare ed intimidire i bambini. Inoltre è difficile distinguere l'attività vera' satanica da altre che potrebbero essere classificare più propriamente come dei comportamenti bizzarri sessuali, riti neonazisti e delle aberrazioni mentali. Dai racconti dei bambini è difficile stabilire se i perpetuatori siano davvero impegnati in qualche forma di adorazione satanica o se semplicemente usano simboli satanici per spaventare le vittime. I perpetuatori potrebbero anche utilizzare costumi strani, riti bizzarri e oggetto occulti perché sanno che i bambini che devono confessare componenti ritualistiche bizzarre del loro abuso spesso vengono screditati". Il fatto che fra i perpetuatori negli abusi rituali siano spesso coinvolte delle donne (in nessun altri tipo di abuso sessuale si riscontra la presenza di così tante donne coinvolte attivamente nella violenze) rende ancor più difficile credere ai racconti dei piccoli testimoni (Kelly, op. citata).
 
       "In qualunque modo questa guerra finisca la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi" scrive Primo Levi (1986); "Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederebbe. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lagher, saremo noi a dettarla".
        Quanto dicono i piccoli testimoni di questa vicenda può sembrare inverosimile, così come inverosimile era ciò che gli ebrei sopravvissuti ai lagher hanno raccontato, anche se la storia ci ha poi dimostrato come fosse tutto tragicamente vero. Conoscere qualcosa in più sugli abusi di tipo ritualistico può aiutare tutti coloro che in futuro si imbatteranno in casi come questi ad avere degli strumenti per non restare ciechi di fronte alle richieste di aiuto dei propri piccoli pazienti, e per affrontare il problema con competenza e serietà. 
             

2) La "Sindrome del falso ricordo" in relazione all'abuso ritualistico

        All'inizio degli anni novanta in America le numerose accuse di abusi rituali satanici formulate prevalentemente da adulti che in psicoterapia ricordavano di aver subito violenze e torture dei quali avevano in precedenza perso la memoria, diede vita a studi e ricerche su questo fenomeno ed alla "scoperta", nel 1992, della così detta "Sindrome del falso ricordo". Su questo tema sono stati condotti negli ultimi anni diversi studi ma ancora non c'è accordo fra gli esperti su che cosa si intenda esattamente per "falso ricordo".  Sono in molti negli Stati Uniti a ritenere che tale termine sia stato coniato non su basi scientifiche: Ceci, Bronfenbrenner, Eckman e Shepard sono stati fra i 17 ricercatori che hanno sottoscritto una dichiarazione con la quale si afferma  che la Sindrome del Falso ricordo è un "termine estraneo alla psicologia, creato da una fondazione privata il cui scopo dichiarato è fornire sostegno ai genitori accusati". Gli autori esortano, per  "onestà intellettuale", a lasciare il termine "Sindrome del falso ricordo" alla stampa popolare (citato in K. Pope, L. S. Brown, 1999). Questa definizione in effetti fu inventata da John Kihlstrom che ha  fondato negli Stati Uniti un'associazione denominata "False Memory Syndrome Foundation", associazione che ha lo scopo dichiarato di difendere gli adulti ingiustamente accusati di aver commesso abusi sessuali sui minori (Pope e Brown, op. citata). .

         Tale concetto (Sindrome del falso ricordo), sebbene non basato su alcuna base scientifica e ancora tutto da dimostrare anche per quanto riguarda la sua stessa esistenza, ha trovato un largo consenso nella comunità scientifica internazionale al punto da diventare un termine normalmente utilizzato nelle aule giudiziarie per spiegare le accuse di abuso sessuale rivolte da soggetti che hanno tutte le caratteristiche per essere considerati testimoni credibili. Il largo consenso espresso dagli addetti ai lavori e dalla gente comune al concetto di Falso Ricordo è facilmente spiegabile con le resistenze di ordine culturale che da secoli hanno impedito alla comunità scientifica di riconoscere i maltrattamenti all'infanzia, ed in particolare l'abuso sessuale. Tutto ciò è inoltre particolarmente  credibile se si considera che la Sindrome del falso ricordo è nata proprio in relazioni alle dichiarazioni di abusi sessuali di tipo ritualistico. Felicity De Zulueta a questo proposito sintetizza molto bene le motivazioni profonde che portano la comunità adulta a non poter riconoscere fino in fondo l'esistenza dei crimini contro i bambini (1999, pag. 200, 201): "Appena i clinici  sperimentano realmente le emozioni che originano dalle esperienze traumatiche dei loro pazienti devono fuggirne o difendersi.... Le vittime di trauma hanno fatto capire ai loro terapeuti quanto essi siano vulnerabili. Nella loro identificazione empatica con i pazienti comprendono che ciò che è successo a queste vittime può altrettanto facilmente succedere a chi si occupa di loro. Questa consapevolezza della nostra mortalità e della nostra tremenda vulnerabilità è ciò contro cui la maggior parte di noi ha impiegato la vita intera ... La vittima di trauma ha la consapevolezza che il suo senso di invulnerabilità fosse un'illusione. Inoltre essa non può dare un senso a ciò che le è successo. Poiché la maggior parte di noi vive in un mondo su cui crede di avere un certo controllo, e che quindi è comprensibile, l'esperienza di essere completamente impotenti, nodo cruciale del trauma, manda in frantumi questa seconda illusione. ... Quindi ciò che il clinico vede nei suoi pazienti è proprio quanto la vita possa essere terribile senza queste illusioni. Ciò che il clinico non può tollerare di pensare è quanto essa faccia affidamento sulle proprie illusioni per poter sopravvivere". Questa affermazione risulta essere massimamente corretta  rispetto ai racconti di abusi ritualistici, di torture, di violenze apparentemente gratuite commesse dagli adulti su bambini.

      Analizzando le "prove" e le ricerche  su cui si basa la teoria della Sindrome del falso ricordo è possibile comprenderne la sua poca solidità scientifica. La "prova" sperimentale dell'esistenza dei falsi ricordi risiederebbe in una ricerca condotta da Loftus nel 1993 in cui l'autrice dimostrò che ottenendo la collaborazione dei genitori o di una parente stretto era possibile convincere un bambino o un adolescente di essersi perso in un supermercato anche se ciò non era mai avvenuto. Era la prova che un adulto dotato di potere, prestigio e autorevolezza può creare dei falsi ricordi in soggetti in età evolutiva (Pope e Brown, op. citata). Questa ricerca fu molto contestata nella sua validità scientifica sia perché eseguita su un campione troppo piccolo e su un argomento troppo limitato per poter essere generalizzato, sia perché troppo poco paragonabile ad una vera e propria esperienza traumatica che molto più difficilmente può essere indotta dall'esterno. Venero fatti degli esperimenti di controllo (Pezdek, 1995; Pezdek, Finger e Hodge, 1996, citati in Pope) che non hanno per nulla confermato i dati di Loftus. Questi ulteriori esperimenti hanno dimostrato che se era facile indurre un falso ricordo su un'esperienza molto frequente nella popolazione infantile (quanti bambini possono davvero dire di non essersi mai persi in un supermercato?), in nessun caso si è riusciti ad indurre un falso ricordo di un'esperienza molto più inusuale, quale quella si essere stato sottoposto ad un clistere.

       In conclusione ancora oggi non si è giunti a nessun dato certo sull'esistenza e la diffusione dei falsi ricordi.  Nonostante ciò comunque, anche dando per certa l'esistenza di un tale nuovo disturbo psicologico,  tutti gli autori che si sono occupati di questo argomento concordano che affinché si formi un falso ricordo in un soggetto privo di patologie psichiatriche che compromettano il suo rapporto con la realtà, è necessario che qualche evento, in genere esterno all'individuo, solleciti ed attivi il falso ricordo. Va specificato che il falso ricordo è molto diverso dalla fantasia (nel primo caso infatti il soggetto sarebbe convinto della veridicità di ciò che dice, nel secondo caso no). Park E. Dietz, psichiatra forense (citato in Lanning, 1992) analizza i meccanismi che possono produrre dei falsi ricordi su questi argomenti: per i pazienti in psicoterapia l'interpretazione ripetuta di sogni a contenuto satanico dei quali il terapeuta invitava il paziente a tenere un diario e quindi, scrivendoli, veniva data loro una particolare importanza e parvenza di realtà; sostanze che alteravano la coscienza (droghe o alcool); influenza del gruppo (per es. all'interno di gruppi di psicoterapia in cui altri pazienti raccontavano le  violenze da loro subite): lettura di vividi racconti di avvenimenti successi ad altri con il quali il soggetto si identifica emotivamente (per esempio romanzi o articoli di giornali riportanti racconti di riti satanici); visione di film; terapie basate sull'ipnosi.
      
       Lanning descrive le caratteristiche dei racconti di abusi ritualistici basati su false memorie, caratteristiche sulle quali concordano la maggior parte degli esperti. Il racconto di eventi complessi è incompleto, privo di particolari secondari, privo di sequenze cronologiche, spesso le persone rispondo con incertezza ed affermano che i loro ricordi legati all'evento traumatico sono "vaghi", "confusi", "offuscati". Tali individui spesso sono stupiti del fatto che alcuni loro ricordi sono molto nitidi ed altri invece molto vaghi.

       Seganti si è occupato nel 1997 della  "False Memory Syndrome". La possibilità di distinguere un falso da un vero ricordo attinente ad un abuso in ambito medico legale è fondata per Seganti su tre parametri:
a) la coerenza del racconto accusatorio con gli altri parametri della biografia, della personalità, della sintomatologia e la non genericità del ricordo recuperato.
b) la tendenza biografica del portatore del trauma ad esporsi al pericolo di nuovi traumi senza esserne cosciente
c) la presenza di dettagliate descrizioni della congiura del silenzio, e cioè del meccanismo di rimozione che ha portato alla scomparsa del ricordo.
Questi tre parametri sono indagati attraverso l'analisi delle espressioni linguistiche e comunicative usate dalle presunte vittime, tenendo conto delle condizioni emotive e relazionali che si sono determinate tra soggetto esaminato e soggetto esaminatore.

        L'ipotesi dei falsi ricordi emersi a seguito di film/video musicali a contenuto satanista è stata  formulata negli ultimi anni negli Stati Uniti dove sembra che le ricerche abbiano dimostrato che il 12% della produzione televisiva può essere classificata come film dell'orrore a sfondo satanico (The National Coalition on Television Violenze News, 1988, citato in Lanning, op. citata). Ora, anche se non ci risulta che in Italia sia mai stata fatta una ricerca di questo genere che ci consenta di fare un confronto di dati, l'esperienza quotidiana di chi scrive non concorda certamente con questi dati. Nel nostro paese i film trasmessi in televisione che riportano omicidi rituali, messe nere, violenze sessuali di gruppo nei cimiteri non sono certo frequenti nella programmazione televisiva, neppure nelle ore notturne, anche se sembra che  esistano in Italia video rock provenienti dall'America a contenuto satanico.

         Diversi autori (Lanning op. citata;  C. Climati 1996), riportano il fatto che riti satanici siano descritti in America in alcuni giornalini a fumetti, o da alcuni complessi Rock molto famosi che scrivono testi delle canzoni inneggianti il demonio, o anche in alcuni film trasmessi in televisione, o ancora in specifici siti Internet (ve ne sono diversi anche in Italia consultabili da chiunque sia interessato al satanismo). E' evidente il rischio, evidenziato da molti esperti, che questo materiale possa produrre delle false memorie se utilizzato da alcuni tipi di soggetti in alcune specifiche circostanze, ma è altrettanto evidente che difficilmente dei bambini nel nostro Paese possono avere accesso ad un circuito mediatico di questo genere. Le canzoni rock, un rischio che sembra reale per gli adolescenti americani, non solo non sono fruibili da un pubblico di bambini italiani, ma ancor meno lo sono per il fatto di essere in lingua inglese e pertanto nel nostro paese questo rischio è molto ridotto. Alcune indagini svolte in America hanno comunque dimostrato come l'uso negli adolescenti di simboli satanici e di temi musicali rock non sia direttamente collegabile alle asserzioni di abuso ritualistico o sessuale fatti dai bambini e dagli adulti che si dicono vittime di tali reati (F.W. Putnam, 1991)

        Per comprendere meglio se sia possibile per un bambino non abusato inventare abusi ritualistici sono state condotte negli Stati Uniti delle ricerche per conoscere le conoscenze sul diavolo dei bambini. Goodman nel 1994 svolse uno studio in laboratorio con bambini che dimostrò che i bambini possedevano una conoscenze stereotipata del diavolo e del crimine e che non mostravano una conoscenza di attività satanica associata ad abuso sessuale sul bambino. I ricercatori conclusero che è improbabile che i bambini possano inventarsi storie di abusi sessuali  satanici da soli (ricerca citata in Kelly, 1997).


3) La reazione al trauma  

        I bambini che noi abbiamo avuto la possibilità di esaminare coinvolti in questa drammatica vicenda sono, come si può facilmente immaginare, tutti molto sofferenti e, come emerge dalla psicodiagnosi e dai test, gravemente traumatizzati. Tuttavia colpisce l'assenza in questi minori di gravi patologie mentali, di gravi disturbi di personalità o del carattere, del Disturbo Post Traumatico da Stress (presente solo in una bambina su sette), problematiche che ci si sarebbe aspettati di trovare in considerazione degli eventi narrati. Le funzioni intellettive si sono conservate integre, a scuola il rendimento è relativamente buono, l'adattamento alla realtà esterna (scuola, famiglia affidataria, l'allontanamento da casa) è più che positivo. In considerazione del fatto che il potere traumatico degli eventi descritti è stato estremamente elevato (come dimostrano i risultati dei test somministrati ai bambini che indagano il loro mondo interno), e le violenze a cui sono stati esposti di particolare gravità, è interessante riflettere come sia stato possibile per questi minori sopravvivere a tanto orrore conservando un sostanziale equilibrio mentale, equilibrio che ha consentito loro, tra l'altro, di affrontare con successo il procedimento penale che li ha visti in più occasioni come testimoni attenti e precisi di omicidi e violenze di ogni genere. A questo proposito occorre proporre una riflessione sulle diverse reazioni al trauma che esistono da individuo a individuo, e sulle diverse conseguenze psicopatologiche ad esso correlate.

        Recentemente l'incidenza e le conseguenze dell'abuso sessuale hanno finalmente avuto l'attenzione che meritavano, ma questa nuova attenzione al problema ha portato come conseguenza la tendenza da parte dei ricercatori a raggruppare tutte le vittime di violenza sessuale in uno stesso gruppo diagnostico, alla ricerca di un'unica sindrome che permetterebbe al clinico di creare una rassicurante "diagnosi di abuso sessuale". Althea J. Horner (1993) e i teorici della teoria delle relazioni oggettuali e della psicologia del Sé ci ricordano invece quanto sia importante per il clinico fare una diagnosi strutturale del paziente proprio per poter comprendere la diversità di reazione e di conseguenze psicopatologiche al trauma da un individuo ad un altro. Occorre valutare non solo i sintomi manifestati dal paziente (secondo una diagnosi psichiatrica che vede nel DSM IV il suo punto di riferimento), ma anche e soprattutto  le funzioni dell'Io, con i suoi punti di forza e di debolezza, e del Super Io, la coesione del Sé, la qualità delle relazioni oggettuali e l'organizzazione del mondo delle rappresentazioni interne, delineando quindi un quadro di come sia organizzato l'apparato psichico di quel paziente.

         Con il termine "oggetto" si intende la persona che nei primi anni di vita del bambino si prende cura di lui, e la teoria delle relazioni oggettuali afferma che ciò che il bambino interiorizza non è semplicemente l'oggetto (cioè la persona), ma la relazione con questo oggetto, relazione che nel tempo viene introiettata dal soggetto e diventa parte integrante della sua personalità e del suo modo di rapportarsi agli altri. Kohut (1984) considera la psicopatologia come un danno del Sé, come il risultato di disturbi nei primi rapporti Sé/oggetto Sé, cioè nel rapporto con la persona che provvede alla cura del bambino. La funzione di questa persona e la sua responsabilità è quella di essere specchio empatico del bambino rispetto a se stesso, in modo da favorire lo sviluppo di un Sé coeso e positivamente considerato. E' questa la funzione che Kohut definisce "Oggetto Sé". Mentre l'Io interagisce con le altre istanze psichiche interne (Es e Super Io), l'Es interagisce con gli "oggetti", cioè evolve come risultato di interazioni con oggetti significativi dell'ambiente e con oggetti interni corrispondenti.

         Una diagnosi strutturale di questi tipo consente al clinico di cogliere le specifiche differenze esistenti fra bambino e bambino al momento del trauma, e di conseguenza di comprendere meglio perché ad uno stesso evento traumatico ogni individuo reagisca in modo diverso, sia pur con alcune costanti comuni. Occorre chiedersi, afferma la Horner: "Chi è la persona a cui è accaduto? Quale era l'età del bambino? Il che fase dello sviluppo psicologico è avvenuto il deragliamento emotivo? Il Sé era coeso o differenziato? Il bambino era ben individuato, con un oggetto buono interno ben strutturato? La crisi edipica era stata superata ? L'incesto è  avvenuto in adolescenza e, oltre all'impatto del trauma e alle sue conseguenze, ha compromesso i compiti evolutivi adolescenziali?". L'effetto globale sul funzionamento dell'Io sarà diverso a seconda di queste o altre variabili, e di conseguenza anche la reazione al trauma sarà diversa. Le funzioni dell'Io sono, secondo Horner: il rapporto con la realtà, regolazione e controllo delle pulsioni (sia sessuali che aggressive), processi di pensiero, meccanismi di difesa, funzioni autonome e relazioni oggettuali. E' evidente che ad un diverso funzionamento dell'Io corrisponde una diversa capacità del soggetto di far fronte a stimoli altamente stressanti, per esempio mettendo in atto meccanismi di difesa più o meno funzionali ad arginare il potere traumatico dell'evento esterno.

       E' ormai un dato di fatto che alcune vittime di traumi anche molto gravi e ripetuti nel tempo non sviluppano un Disturbo post traumatico da stress, malattie depressive, disturbi di personalità o gravi malattie di ordine psichiatrico (anche se la maggior parte delle vittime invece sviluppa patologie di elevata gravità), e che l'esposizione agli stessi  fattori stressanti può determinare un impatto di vario tipo su ogni singola persona. Non in tutti coloro che sono stati esposti a un trauma si verificherà qualcuna o tutta la gamma delle reazioni post traumatiche comunemente identificate (van Der Kolk, 19   ). Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare questa variabilità, includendo fra di esse il temperamento pre-morboso, la struttura delle relazioni oggettuali e la coesione del Sé, certi fattori di flessibilità inter personale,  la presenza o l'assenza di psicopatologie preesistenti  o concomitanti, la possibilità da parte del soggetto traumatizzato di mettere in atto efficaci strategie difensive dal dolore rispetto all'esperienza traumatica, oltre che a specifici fattori genetici ancora non pienamente conosciuti (De Zulueta, 1999; Horner, 1993).
        A complicare ulteriormente il problema della reazione ad un evento traumatico vi è l'analisi delle conseguenze a breve e lungo termine del trauma. A volte sono proprio i bambini che nell'immediatezza dell'evento traumatico reagiscono con maggior tranquillità ad avere le conseguenze più gravi in termini di psicopatologia nell'età adulta. Alcuni meccanismi di difesa che nell'immediato sembrano funzionare particolarmente bene rispetto al compito richiesto, proteggere cioè il soggetto dalla sofferenza, meccanismi come la rimozione, la dissociazione e tutte quelle difese che permettono al soggetto di non pensare a quanto di terribile gli sta accadendo, sembrano esporre l'individuo nel lungo periodo a problematiche psicopatologiche di notevole portata se non pensate e rielaborate all'interno di un contesto psicoterapeutico.

           Le differenti reazioni al trauma sono state ancora troppo poco studiate per permetterci di avanzare ipotesi diagnostiche sicure. E' estremamente recente lo studio serio ed approfondito di questa materia, ed ancora molto abbiamo da imparare su cosa succeda nella mente di bambini esposti alla tortura, ai rapimenti, a sevizie sessuali, ad omicidi. E' significativo che solo nel DSM IV (19    ) sia stata inserita la categoria i diagnostica del Disturbo Post-traumatico da stress3. Il Disturbo Post-traumatico da stress è una categorie diagnostica specifica messa in correlazione con eventi altamente stressanti ed estremi, fra cui è specificamente indicato anche l'abuso sessuale e lo stupro (D. Houts, 1999; Gabbard, 1995). E' ormai certo che l'incesto e l'abuso sessuale su di un bambino producono sempre conseguenze gravi sulla vittima, minando a volte in modo irreversibile il suo sviluppo psico-fisico, e che la gravità della psicopatologia che la vittima svilupperà dipende in parte da come il soggetto reagisce all'evento stressante, come sopra descritto. Tuttavia è altrettanto certo, anche se ancora meno indagato dalla ricerca scientifica, che ciò che accade dopo l'evento traumatico nella realtà esterna della vittima ed il contesto sociale in cui quest'ultima è inserita possono contribuire largamente a determinare una prognosi più o meno negativa (cf. De Zulueta, 1999; Dominici, 1998; Malacrea, 1998 - 1999; A Miller, 1987; van Der Kolk, 19   ). Determinante risulta la solidarietà che la vittima riceve dalla società, dai famigliari (nei casi di incesto per esempio molto importante è il comportamento della madre), dagli operatori che si occupano del caso. Non è certo ininfluente per un bambino rispetto alle conseguenze future dell'abuso subito essere creduto e protetto, ascoltato con attenzione ed empatia, oppure al contrario essere emarginato, o essere non creduto laddove dichiara avvenimenti realmente sperimentati, o lasciato in balia di coloro che hanno in passato abusato di

lui. Il tema è stato studiato in relazione alle vittime dell'Olocausto e dei disastri naturali: se è vero che la maggior parte dei sopravvissuti ha sviluppato gravi problemi psicologici (quasi tutti hanno un Disturbo Post-traumatico da stress anche dopo molti anni dal trauma), è anche vero che non tutti hanno riportato lo stesso livello di sofferenza mentale. Porre una eccessiva attenzione sui problemi di vulnerabilità della vittima porta a sottovalutare l'importanza dei fattori sociali e delle conseguenze che questi ultimi hanno sulle vittime (Van Der Kolk, 1987).  Per esempio le vittime dell'Olocausto che hanno vissuto in Israele hanno sviluppato problematiche psicologiche molto meno gravi di quelle delle vittime che hanno vissuto in altri paesi dove la solidarietà sociale e la coesione del gruppo era inferiore o, peggio, del tutto assente.
        L'intervento riparativo della realtà esterna, fatta quindi dei tanti piccoli e grandi interventi che gli operatori possono mettere in atto durante l'iter istituzionale che necessariamente segue lo svelamento di un abuso, può essere determinante per ridurre, o al contrario aggravare, le conseguenze psicologiche del trauma. "Si potrebbe dire", afferma Malacrea (1998, pag. 85), "che tutta la terapia nelle situazioni di abuso sessuale debba svolgersi all'insegna del realismo... Diventa così necessario che la verità, finalmente venuta alla luce, si espanda fino a investire concretamente tutti quelli che essa riguarda... Tale processo è anche l'antidoto più efficace al vissuto di impotenza che, per quanti adattamenti si tenti di costruire, resta sempre uno dei principali e devastanti pesi da cui la vittima si sente oppressa".

          Lo stesso processo penale, con tutto ciò che esso comporta, può aggravare le problematiche psicologiche della vittima facendola diventare vittima anche di interventi istituzionali sbagliati, ma può al contrario, se ben gestito, essere un'occasione di crescita per i soggetti minorenni coinvolti, e rivestire un ruolo per certi versi anche "terapeutico". L'aggettivo "terapeutico" potrà sembrare un po' azzardato, considerando il fatto che in generale il processo penale viene vissuto dagli operatori come un intralcio all'elaborazione del trauma ed all'intervento di psicoterapia. In parte lo è (cf. l'intervento di Laura De Rui in questo libro). Certo spesso è davvero questo che si verifica quando magistrati ed operatori sono impreparati a gestire problematiche tanto complesse, o si rivelano insensibili alla sofferenza minorile. Tuttavia l'intervento penale, che non dimentichiamo è inevitabile ai fini della protezione della vittima da nuovi abusi, può diventare, se ben gestito, un facilitatore della narrazione di violenze che, in assenza di un contesto istituzionale in cui essere narrate, potrebbero essere fatte oggetto di rimozione più o meno intensa da parte di chi le ha subite. Se partiamo dal presupposto che la narrazione del trauma è uno dei passi indispensabili, anche se non l'unico ovviamente, verso il suo superamento, e che tale narrazione ha sempre effetti benefici e terapeutici (anche se nell'immediato può produrre una intensa sofferenza nel narratore,  Penna Baccher     ???),  ecco che il processo può diventare l'occasione (se al minore viene garantita l'assistenza psicologica che può aiutarlo a dare un significato a ciò che gli viene chiesto) per narrare cose che diversamente verrebbero taciute, per contrastare quei meccanismi di difesa (quali la rimozione e la dissociazione) che durante l'abuso proteggono la vittima dall'invasione di sentimenti e pensieri intollerabili, ma che a lungo termine diventano disfunzionali per il soggetto. L'essere ascoltati, creduti e protetti risulta inoltre indispensabile per la vittima ai fini di superare quel vissuto di impotenza di cui parlava Malacrea ed osservato anche da tutti i più autorevoli esperti internazionali (van Der Kolk per esempio ritiene estremamente importante che la vittima abbia la possibilità, meglio se subito dopo la violenza, di essere aiutata a riprendere il controllo della situazione). Il senso di impotenza infatti spesso accompagna le vittime per tutta la vita. Per  rimettere ordine nel proprio mondo interno bisogna prima mettere ordine nel mondo esterno: bisogna che venga stabilito chi è la vittima e chi il colpevole, ma anche che cosa veramente è accaduto tenuto conto che la giovane età delle vittime e l'impatto del trauma sulla psiche, troppo spesso impedisce loro di comprendere appieno il significato delle azioni violente alle quali hanno dovuto sottostare.

        Come vedremo nel capitolo successivo, proprio il processo penale è stato per i bambini da noi conosciuti e coinvolti in questa vicenda, l'occasione per mettere in parola quanto è loro accaduto, e per stimolarli a superare quelle difese di tipo dissociativo che producono, se non adeguatamente contrastate quando ancora non pienamente facenti parte della personalità del soggetto, Disturbi Dissociativi dell'Identità nell'età adulta (DSM IV), o problematiche relative a "ricordi dissociati" così frequenti proprio nelle persone che dichiarano di essere state vittime di abusi ritualistici all'interno di riti satanici (Pope, Brown, 1999). Tali disturbi in soggetti adulti portano a problematiche psicologiche ed a volte psichiatriche di notevole gravità, difficilmente curabili, e per molto tempo del tutto misconosciute dalla psichiatria ufficiale.


4) Le difese di tipo dissociativo utilizzate per difendere la mente dall'orrore

         Negli ultimi decenni gli psichiatri hanno rivolto una particolare attenzione allo studio dei sopravvissuti a situazioni traumatiche estreme, quali i reduci del Vietnam o gli ebrei che sono stati deportati nei campi di concentramento. Per comprendere che cosa abbia consentito ai bambini coinvolti negli abusi di tipo ritualistico da noi incontrati di sopravvivere a tanto orrore occorre fare riferimento a questo genere di studi che si occupano di analizzare cosa accade nella mente di un individuo esposto a torture fisiche e psicologiche di estrema gravità.

          Abbiamo avuto occasione di ascoltare da una di queste bambine la descrizione minuziosa e dettagliata delle difese di tipo dissociativo messe in atto durante l'abuso sessuale, difese descritte anche dai prigionieri dei campi lagher durante l'Olocausto. Facciamo riferimento ad un brano che spiega il funzionamento dei meccanismi dissociativi nelle persone normali coinvolte in episodi di tortura e  descritto da White e Gillinand nel libro I meccanismi di difesa (1977, pag. 107):
                  
        "La dissociazione grave e incontrollabile può verificarsi nelle persone normali soltanto in casi di estrema tensione, e comunque soltanto temporaneamente. Stuart Miller (1962) ha riferito una quantità di affascinanti esempi in cui degli episodi dissociativi hanno salvato la vita di prigionieri sottoposti a spietati interrogatori da parte della Gestapo. Uno dei tanti prigionieri... dopo essere restato per molto ore con il naso premuto contro il muro di una latrina durante l'interrogatorio, d'improvviso cominciò a vedere (credendovi di esservi effettivamente) uno splendido giardino su un'isola meravigliosa. Molti sopravvissuti alle prigioni naziste hanno riferito esperienze analoghe. Il fenomeno era abbastanza noto tra gli involontari ospiti della Gestapo al punto che fu coniata l'espressione Il cinema dei prigionieri' ". In termini psicologici possiamo chiamare quanto sino ad ora descritto come "difese dissociative". La dissociazione è sempre la risposta ad un trauma (Gabbard, 1995). Gabbard  (pag. 276, 1995) così descrive le difese dissociative:
         "Per coloro che ne abbiano la capacità psichica  la dissociazione può essere considerata parte integrante della modalità a breve e lungo termine  che taluni individui hanno per adattarsi ai traumi. Le difese dissociative perseguono la duplice funzione di aiutare le vittime ad allontanarsi dall'evento traumatico nel suo accadere, mentre rimandano anche la necessaria rielaborazione che le collochi nel panorama dei rimanenti aspetti della loro vita.... Questi meccanismi mentali permettono alle vittime di compartimentalizzare l'esperienza così che essa non sia più accessibile alla coscienza, come se il trauma non fosse mai accaduto".
      
       Felicity De Zulueta (1999) descrive bene questo meccanismo di difesa quando si interroga sulle  conseguenze del trauma sui bambini. L'autrice osserva che alcuni  bambini traumatizzati, anche vittime di traumi molto gravi e ripetuti nel tempo, non sviluppano un Disturbo post traumatico da stress, o malattie depressive, disturbi di personalità o gravi malattie di ordine psichiatrico.  L'autrice osserva giustamente che l'esposizione a fattori stressanti può determinare un impatto di vario tipo su ogni singola persona e sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare questa variabilità, fra cui anche la possibilità da parte del soggetto traumatizzato di mettere in atto efficaci strategie difensive dal dolore rispetto all'esperienza traumatica.
       "Nello studio delle origini traumatiche della violenza è di estrema importanza considerare la maggiore capacità del bambino di raggiungere spontaneamente l'autoipnosi e di dissociarsi", scrive De Zulueta (pag. 235). "... questo meccanismo di difesa gioca un ruolo importante nell'evitare l'impatto di un trauma insostenibile. Privato delle fonti di protezione esterna, il bambino affronta l'abuso ricorrendo a cambiamenti interni, uno dei quali è la dissociazione. Cosi, per esempio, alcune ragazze abusate hanno la sensazione di lasciare il proprio corpo e di guardare dall'alto ciò che viene  fatto loro mentre vengono molestate o stuprate".
        Paola, la più grande delle bambine coinvolte negli abusi ritualistici (dodici anni), nella descrizione di quanto accadutole durante le violenze sessuali e le torture fisiche commesse nei suoi confronti da diversi componenti della sua famiglia nucleare, descrive le difese di tipo dissociativo utilizzate durante le violenze sessuali.  Paola racconta che quando uno dei suoi parenti l'ha chiamata in camera per la prima volta picchiandola e violentandola con brutalità ed estrema violenza la sua reazione fu di sconcerto; non capiva che cosa stava capitando e nella sua testa cercava disperatamente di darsi una spiegazione di quanto stava accadendo. Si chiedeva che cosa avesse fatto lei per meritare tutto ciò, ma non riusciva a darsi una risposta convincente. La violenze fisica (sberle in faccia in prevalenza) era tanto intensa che dopo un po' gli occhi le si annebbiarono, incominciava "a vedere doppio", a sentire una sorta di anestesia che compare quanto il dolore supera la capacità del soggetto di sopportare. Per non vedere l'orrore di quanto le stava capitando Paola chiudeva gli occhi e a quel punto il suo cervello "andava fuori", nel senso che il dolore veniva sentito solo più con il corpo e non più con il cervello (così almeno lei descrive quanto le stava accadendo). La sensazione era terribile perché Paola oltre al dolore si sentiva spaventata dal non sentirsi più "padrona del proprio cervello":  la testa era andata in un altro posto, fuori dalla stanza, al punto che Paola incominciava a sentire rumori che non erano certamente presenti sul luogo del reato (per esempio il rumore delle macchine) e temeva di non poter ritrovare la propria testa che era andata da qualche parte (proprio come nel "Cinema dei prigionieri") lasciando il corpo abbandonato nella mani dell'aguzzino. La sensazione era particolarmente spaventosa perché Paola era decisamente sveglia mentre ciò accadeva, e quindi cercava attivamente di recuperare la propria testa e di riportarla sul collo, se così possiamo dire, per riprendere il controllo della situazione.  In altre situazioni di violenza Paola dice di essersi vista sul soffitto e di guardare con distacco il proprio corpo martoriato dalle torture e dalla violenza sessuale. Anche la percezione delle sensazioni fisiche durante i processi dissociativi erano alterate: la vista annebbiata, l'udito ovattato (la sensazione era come di sentire i rumori indossando delle cuffie), anche le "idee" ed i pensieri erano annebbiati.
       Paola ricorda che in quei momenti l'abusante in qualche modo si accorgeva che lei non era più presente nella stanza (forse sembrava svenuta, o forse semplicemente non reagiva come ci si sarebbe aspettato alle sollecitazioni fisiche), e che cercava di "svegliarla" scuotendola violentemente e intimandole di ritornare presente a se stessa.                                                   
       E' questo un  particolare che abbiamo sentito raccontare anche da diverse altre ragazze e bambine che hanno messo in atto difese di tipo dissociativo durante le violenze sessuali, e documentato dalla ricerca clinica internazionale (van der Kolk,        ). Evidentemente gli abusanti hanno bisogno di una vittima attenta e presente durante gli abusi perché proprio nella loro partecipazione (ora caratterizzata da paura, dolore e terrore, altre volte da eccitazione, piacere e complicità a seconda del tipo di bisogni perversi l'abusante si trova a dover soddisfare) risiede la possibilità di provare  piacere e di eccitarsi del perverso o del sadico. 

       Le difese di tipo dissociativo sono descritte da Paola anche in altri passaggi del procedimento penale, quando per esempio afferma  di avere vissuto per un certo periodo dopo l'allontanamento come in un libro, senza capire che cosa le stava succedendo, e che solo dopo un po' si è resa conto che quella non era la storia di un libro ma la realtà. E' possibile che questo non fosse solo una metafora del suo stato d'animo, ma che davvero la minore provasse, almeno in una certa misura, una sensazione di estraniamento e distacco dalla realtà che la circondava, cosa peraltro notata anche da tutti coloro che le stavano vicino. E' la visita ginecologica che spinge Paola  a prendere pienamente contatto con la realtà negata,  a scuotersi dalle proprie difese, a capire che quella che stava vivendo non era affatto la storia di un libro, non apparteneva in alcun modo all'immaginario, ed in quell'occasione la ragazza ha cercato attivamente di contrastare la dissociazione (comportamento che lei descrive come il suo sforzo di svegliarsi da quel libro) cercando di riprendere il controllo della propria vita. Anche se può sembrare strano quanto dalla minore affermato circa la sua sensazione di vivere in un libro, la sua risposta è psicologicamente comprensibile e coerente: ella ricorre ad un meccanismo difensivo, altamente compatibile con la situazione descritta dalla bambina. Proprio grazie alla sua capacità di estraniarsi dalla realtà, di non accorgersi di ciò che le sta capitando, di sapersi guardare dall'esterno come il personaggio di una storia di un  libro, Paola ha probabilmente potuto creare le condizioni per poter  salvaguardare la possibilità di un buon contatto con il proprio mondo emotivo (aspetto invece in genere gravemente compromesso nei soggetti che utilizzano altri meccanismi di difesa dal dolore), di una buona coesione del Sé, contatto emotivo da ripristinare nel momento in cui le circostanze si rivelassero più favorevoli e meno sconvolgenti.

       Le difese utilizzate da un soggetto durante il trauma diventano a poco a poco facenti parte del suo modo abituale di reagire ai momenti di difficoltà, ed è questo l'aspetto maggiormente preoccupante di questo meccanismo di difesa. Se la dissociazione è altamente funzione durante l'evento traumatico, altrettanto disfunzionale diventa nella altre situazioni. Le difese di tipo dissociativo possono essere utilizzate, in epoca successiva al trauma, per evitare altri potenziali traumi o per difendersi da essi, con il risultato di una coartazione della personalità che, in alcuni casi, può portare anche a gravi disturbi nell'età adulta (per esempio il Disturbo dissociativo dell'identità secondo il DSM IV, confronta De Zulueta, op. citata e G. Gabbard, op. citata). Può accadere che il soggetto ogni volta che si trova in difficoltà reagisca con difese dissociative che lo portano, a lungo andare, ad una sensazione di estraneamento dalla realtà, rendendo inaccessibile a se stesso e agli altri il proprio mondo emotivo, ed erigendo una vera e propria barriera fra sé e quanti lo circondano. Per esempio durante la visita ginecologica Paola non ha la minima reazione, assolutamente indifferente, una separazione tra sé e il suo corpo e quanto avviene intorno a lei molto grave, così come non ha nessuna reazione quando viene allontanata da casa. Una  situazione che ripropone per via associativa, come per esempio la visita ginecologica, qualche aspetto del trauma, riattiva inconsciamente le difese allora utilizzate. In verità tutti i sintomi del Disturbo Post-traumatico da stress contengono qualche aspetto di dissociazione, di depersonalizzazione o di derealizzazione, perché conseguenze spesso inevitabili di traumi di estrema gravità, anche se non in tutti i soggetti tali sintomi si spingono al punto da rendere il soggetto totalmente estraneo dalla realtà, o affetto da disturbi dissociativi dell'identità.
 
      La ricerca clinica sulle vittime di gravi traumi ha dimostrato che in genere la reazione alla violenza è di tipo dissociativo, come quella sopra descritta, oppure predomina una reazione di aumentato erousal (cioè                       ), anch'esso uno dei sintomi elencati dal DSM IV come facenti farte del Disturbo Post Traumatico da Stress. Questo genere di soggetti sarà particolarmente vulnerabile rispetto a tutto ciò che comporta un'attivazione eccessiva dell'erousal e predisposto a sviluppare disturbi a questo collegati (per es. Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbi della condotta, Disturbi dell'attenzione, comportamenti violenti ed antisociali). E' stato infatti dimostrato dalla ricerche condotto da van der Kolk e dai suoi collaboratori, che questi bambini anche una volta diventati adulti hanno una iper attivazione cronica dell'erousal fisiologico (anche con il battito cardiaco cronicamente accelerato rispetto alla norma), con tutto ciò che questo può comportare in termini di incapacità ad apprendere: se un bambino è sempre costantemente in una situazione di allarme e di attivazione fisiologica rispetto a questo allarme non potrà di certo prestare attenzione a quanto la maestra sta spiegando ma passerà il tempo ad osservare il comportamento extraverbale dell'insegnate per intravedere eventuali attacchi, oppure reagirà in modo eccessivo a stimoli che possono anche lontanamente ricordare il trauma etc... Sembra che i maschi siano più predisposti della femmine a questo genere di reazione al trauma, così come sembra che tanto più la vittima è giovane tanto più sia facile che metta in atto difese di tipo dissociativo (van der Kolk, op. citata).


5) Vissuti ed emozioni delle vittime di abusi ritualistici

      5. a) Il senso di colpa e l'assenza di ambivalenza verso gli abusanti

     Le difese di tipo dissociativo sono state utilizzate da diversi dei bambini vittime di questa tragica vicenda. Se è vero che la dissociazione è una delle possibili difese messe in atto dalle vittime di abuso, è anche vero però che spesso  le vittime di incesto non riescono a fare ricorso a questo genere di difese, o non riescono a ricorrervi in modo così intenso da riuscire a proteggersi sufficientemente da emozioni e pensieri devastanti.  E' possibile che la gravità di ciò che stava accadendo durante i rituali di tipo satanico in cui, a dire delle vittime, si è arrivati persino a far uccidere bambini da altri bambini, abbia paradossalmente funzionato come una sorta di schermo protettivo da tutte quelle emozioni che invece troppo spesso invadono la mente delle piccole vittime di incesto. E' possibile che tutti i bambini si fossero resi conto della mostruosità di quanto stava accadendo, della malvagità e della follia presenti nei loro abusanti, e che sia stata assente sin dall'inizio quell'ambiguità e quella confusione che troppo spesso caratterizza invece gli abusi sessuali "tradizionali", lasciando il posto solo al terrore ed al dolore fisico causato dalle atroci violenze.

      Da quanto i bambini hanno raccontato è possibile ipotizzate che essi si siano sentiti in balia di adulti malvagi, che abbiamo pensato che questi adulti (parenti e genitori delle vittime) fossero a loro volta influenzati dal Demonio a cui venivano celebrate messe nere nei cimiteri,  che si siano sentiti in pericolo di vita, costretti ad obbedire per poter sopravvivere nel vero e proprio senso della parola.  E' ragionevole supporre che questi sentimenti abbiano fatto scattare fra i piccoli coinvolti da un lato delle difese dalla sofferenza mentale particolarmente intense, dall'altro una solidarietà fra vittime quasi sempre assente nei casi di incesto o di abuso. Analizziamo i sentimenti provati dalle vittime di abusi sessuali non di tipo ritualistico per proporre una riflessione su alcune differenze riscontrate nei vissuti dei minori coinvolti in questa vicenda.

     Una delle conseguenze più gravi dell'abuso sessuale è il senso di colpa che accompagna, spesso per sempre ed anche dopo una lunga psicoterapia, le vittime di abuso sessuale. Non è certo raro che le bambine ed i bambini si sentano più complici che vittime, e non  è infrequente che gli operatori, qualunque  professione esercitino,  trovino  inconciliabili  le  violenze   narrate  dai bambini  e  dagli  adolescenti  con  i  sentimenti  di  amore   e attaccamento  provati da quegli stessi bambini nei confronti dei loro aguzzini.  Sono  ormai numerosi  gli  esperti  che  hanno studiato  questo  fenomeno e che ne  hanno  dato  interpretazioni diverse. Summit nel 1983 ha chiamato questo fenomeno "Sindrome di adattamento" (simile alla Sindrome di Stoccolma riscontrata  non a  caso anche nelle vittime dei rapimenti che in alcuni  casi  si sono  innamorati  dei propri carcerieri), e ne ha sottolineato l'estrema  frequenza nelle vittime di abuso sessuale pur  essendo per  il  soggetto  che ne è  portatore  molto  disfunzionale.  Anche Gabbard (1995) ha messo in evidenza un fenomeno analogo nelle vittime di rapimenti o torture, oltre che nei bambini maltrattati. Nell'incesto il minore  non  solo si trova costretto ad adattarsi ad  una  realtà famigliare alla quale di fatto non  in grado di  sottrarsi,  ma viene abilmente manipolato dall'adulto che in alcuni casi, molto più frequenti di quanto si immagini, riesce a coinvolgerlo  nella propria visione del mondo perversa.
       Anche  Alice  Miller fornisce una chiave  di  lettura  per questo  fenomeno, rifacendosi all'idealizzazione difensiva che  i bambini  maltrattati  hanno  bisogno  di  mantenere  dei   propri genitori  prefere
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