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Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

senso di colpa e ambivalenza negli abusi sessuali


Senso di colpa e ambivalenza nelle vittime di abuso

E' possibile provare piacere durante gli abusi sessuali?



Non è infrequente che i bambini abusati siano convinti  di aver  essi  stessi desiderato l'atto sessuale per il  quale  oggi l'adulto  viene condannato dalla società, così come spesso nei casi di incesto il bambino non viene obbligato a  fare  del sesso,  ma  viene  iniziato ad esso con  modalità  seduttive  (un panino in  più per pranzo, un regalo, l'assenza di  percosse  in cambio  del sesso al quale si accompagnano coccole e  complimenti etc.).  "Sei  la più bella del sole, sei  stata  fantastica,  sei meravigliosa, sei meglio della mamma" sono frasi che tante  volte abbiamo  sentito  raccontare delle bambine abusate  e  che  erano pronunciate dall'adulto abusante.

Le bambine vengono di fatto  in molti  casi trasformate in "esperte del sesso",  in  "fantastiche lolite",  e proprio questa consapevolezza le rende  oppresse  dal senso di colpa, le fa sentire più complici che vittime.  Stefano  Cirillo afferma che  nell'esperienza  del Centro  Bambino  Maltrattato di Milano è emerso che nei  casi  di adolescenti  abusati  in  famiglia  da  loro  seguiti  il  motivo prevalente per il quale l'abuso aveva potuto durare anni nel  più assoluto  segreto è che  il  minore  aveva  subito  una   forte fascinazione  da parte dell'adulto abusante. Anche la  paura,  la vergogna,  il  senso  di colpa avevano avuto  il  loro  peso  nel mantenimento  del segreto, ma il vero motivo per il quale  queste ragazze   non  avevano  svelato  l'incesto    che   esse   erano affascinate dal loro stesso "torturatore".

Benché questi sentimenti siano diffusi nelle piccole vittime di  abuso  sessuale, non  facile essere  spettatori  della  loro "confessione": queste bambine (per i maschi il discorso  diverso e  meriterebbe  una  trattazione a parte)  raramente  riescono  a trovare  il coraggio di raccontare questo aspetto dell'abuso  che di  solito è  un  segreto nel  segreto,  una  parte  della  loro personalità  della  quale  si  vergognano  o  di  cui  non   sono consapevoli.

E' importante che l'adulto che ascolta  la  bambina sia  in  grado  di  contenere  dentro  di  sé  empaticamente   la consapevolezza  di  avere a che fare  con  emozioni  intensamente contraddittorie,  in cui amore e odio possono essere  compresenti in modo ugualmente intenso. Gli operatori, psicoterapeuti compresi, non sono esenti  da reazioni  emotive  molto intense quando entrano in  contatto  con l'ambivalenza  delle vittime di gravi  maltrattamenti, abusi e violenze sessuali, incesto.  L'analisi del  controtransfert diventa in questi casi  indispensabile,  anche come preliminare ad ogni possibile ascolto e non solo in contesti terapeutici;  oggi  sappiamo  che  ciò che  dice  il  soggetto è  determinato  da  ciò  che  è pensabile per  il  terapeuta.  Solo  se  si  potrà accogliere  la  dichiarazione  d'amore  della bambina verso il proprio padre, ed ascoltare la sua rabbia  verso le  leggi  ingiuste che puniscono i padri  incestuosi,  si  potrà andare  oltre  la presentazione di un falso Sé  con il  quale  la ragazzina  ha imparato a presentarsi al mondo.

Ed  è questo  anche l'unico  modo per non condannare la piccola vittima di abuso e violenza sessuale al  silenzio, per  non  costringerla a negare la propria consapevolezza  di  un fallimento ed imporle i panni di vittima innocente e passiva  che impedirà  l'instaurarsi   di  un reale  rapporto  terapeutico  in quanto  le si offre un'immagine degli eventi e dei sentimenti  ad essi  sottesi nei quali non le  possibile riconoscersi  fino  in fondo.

La    difficoltà   dell'operatore   rispetto   a    questa problematica  è da ricondurre in gran parte al fatto che spesso la vittima di abuso sessuale e di incesto non si comporta come una vera e propria  vittima di un sopruso o di una violenza:

Anna per esempio  è una ragazzina provocatoria,  aggressiva,  ipersessualizzata  (lei  stessa  oggi abusante di coetanee ospiti della comunità dove è stata inserita),  continuamente  in  fuga  per  ritornare  a  casa dove l'aspetta un padre che per anni l'ha violentata nella più totale indifferenza della madre.  Di frequente  queste bambine sono reticenti,  omertose,   raccontano qualche particolare dell'abuso ma continuano a mantenere di fatto un'alleanza  con  l'abusante  esponendosi  al  rischio  di  veder continuare   l'abuso sessuale.  In  altri  casi   questi   bambini sembrano   desiderare   coscientemente  di  ritornare   a   farsi maltrattare,  ed anche questo  un comportamento  è estremamente  in contraddizione con il tipico ruolo di vittima di una violenza.


Esiste  un ulteriore fattore che complica  notevolmente  la presa incarico dei bambini maltrattanti, ed in particolare  delle vittime di abuso sessuale: la loro ambivalenza nei confronti  del maltrattamento stesso e l'enorme contraddizione fra quanto dicono a  parole  e  quanto esprimono attraverso  il  linguaggio  extra-verbale  o  somatico.

Mentre  Lucia  (oggi  in  affidamento  pre-adottivo)  afferma per esempio di voler tornare da suo padre  (che per anni ha commesso su di lei ogni tipo di maltrattamento fisico e abuso sessuale), è evidente come l'interruzione  della  sua convivenza con  il  nucleo famigliare incestuoso le  abbia  portato  dei  giovamenti   immediatamente visibili  da chiunque: c'è un  progressivo e netto  miglioramento del  suo  stato  di salute avendo in  precedenza  lei  sviluppato un'anoressia, uno sblocco delle sue capacità di apprendimento che al  contrario durante l'abuso sessuale erano del tutto  "congelate",  così come   il   suo  pensiero  era   gravemente   destrutturato   non consentendole neppure di produrre delle frasi di senso compiuto.

Anche  Sonia (vittima di abuso sessuale in epoca molto precoce dal  padre), che  durante l'abuso si era innamorata perdutamente del  genitore abusante sviluppando un comportamento altamente aggressivo  verso la madre (aveva allora quattro anni), proprio durante l'incesto manifesta un grave  episodio di  regressione  con destrutturazione  del  linguaggio,  mutismo, grave depressione  con  totale  inibizione  del  gioco  e   dei movimenti, bulimia. Il suo corpo lanciava un grido disperato  che evidentemente  non  poteva avere accesso alla coscienza  ed  alla parola.

Sul  piano  somatico  quindi Lucia  e  Sonia  esprimono  un profondo disagio, lanciano un grido di aiuto agli adulti  intorno a  loro,  grido poi negato sul piano verbale.  C'è  una  profonda scissione  fra ciò che queste bambine vivono  in una parte  della loro  mente  e  ciò  di cui invece  sono  consapevoli  sul  piano razionale. Non   è  facile  vedere  dietro  una  bimba   spaventata   e sofferente,  il  cui comportamento (per le bambine  per  es.  che chiedono  apertamente  di  essere protette dall'abuso)  o  le  cui somatizzazioni  lanciano inequivocabilmente un grido di aiuto  ed una  richiesta  di protezione, anche la  bambina  innamorata  del proprio  genitore,  il partner attivo dell'adulto  perverso  (per intenderci la bambina che riesce a farsi dire: "sei  fantastica!" dopo l'atto sessuale).

Spesso  questo "segreto nel segreto" è mantenuto con  forza dalle  piccole vittime di abuso per timore che le loro mamme  non siano  in  grado  di  tollerare la  sconvolgente  verità,  ed  in  qualche modo ciò  spesso corrispondente al vero.

Per esempio  la madre  di Valentina, dieci anni, che pur ha lottato per anni  per  proteggere  la  propria  figlia dall'abuso  sessuale  del  marito separato,    è stata  colta  da  conati  di  vomito  frequenti   e ripetuti, che sono durati per alcuni mesi, quando la figlia le ha rivelato,  sia  pur in modo molto sfumato, i giochi  sessuali  ai quali partecipava, non costretta "con la forza", con il padre.   Da un  lato  la  bambina  chiedeva  aiuto  alla  madre,  più   volte supplicandola  di  non  farla  più  andare  a  casa  del   padre, dall'altro  le nascondeva la verità.

Anche i professionisti più esperti possono incontrare  delle difficoltà   a  tollerare  l'ambivalenza,  o  "l'amore   per   la violenza"  che  certi  bambini  si  portano  dentro,  o  la  loro ambivalenza   verso   gli  abusanti,  e   possono   arrivare   ad incentivare,   anche  nel contesto terapeutico,  una  personalità caratterizzata  da un falso Sé.  E' il caso di  Annalisa,  odiata, nel vero e proprio senso della parola, dalla propria madre che la maltrattava  fisicamente  in modo molto grave  e  la  disprezzava verbalmente, ed abusata sessualmente, oltre che fisicamente,  dal proprio  padre  per anni.

Annalisa oggi di dieci anni  e  con  un ritardo mentale medio grave, ormai in affidamento preadottivo da un  anno e mezzo, arriva un giorno in seduta con una  foto  della propria  madre  naturale strappata e aggiustata  con  lo  scotch. "L'ho  strappata per farti piacere", dirà al terapeuta  che  solo allora si renderà conto di non aver saputo tollerare, su un piano emotivo  profondo, l'amore della bambina per una  famiglia  tanto distruttiva, non consentendole quindi fino in fondo di  esprimere la  propria sofferenza per la separazione dalla propria  famiglia di origine che pure lei stessa aveva voluto chiedendo aiuto  alle proprie  insegnanti  rispetto alla  violenza  sessuale.  Annalisa potrà   solo allora esprimere in modo esplicito il  desiderio  di tornare  a  casa,  sia  pur  consapevole  che  i   maltrattamenti sarebbero  continuati,  e verbalizzare il  proprio  desiderio  di rivedere  il  padre del quale rimpiange i  momenti  di  tenerezza durante  i rapporti sessuali (rapporti che pure lei stessa  aveva sempre detto essere caratterizzati da forte dolore fisico  dovuto a penetrazione anale, orale e tentativi di penetrazione  vaginale  che hanno prodotto nella minore persino un blocco delle  funzioni sfinteriche   che  ha  reso  necessario  in  due  occasioni   uno svuotamento manuale dell'intestino).

Annalisa ha potuto dire  che il  padre  è stato l'unico che le abbia mai  dato  affetto  prima della   nuova   famiglia  adottiva,  portare  al   terapeuta   la convinzione di essere una bambina profondamente cattiva,  sporca, "pazza"   e   degna  quindi  solo  del   disprezzo   del   mondo.  Contemporaneamente Annalisa ha potuto esprimere ai nuovi genitori adottivi  il terrore di essere rapita di notte dal  padre,  dando così un senso ad un comportamento presente da sempre nella  nuova famiglia,  quello  cioè di chiudere a chiave  in  modo  ossessivo porte  e finestre e di camminare sempre attaccata agli adulti  di riferimento.
Nel  caso  di Annalisa si è  in presenza  di  una  profonda scissione  di personalità (difficile pensare alla stessa  persona che  dice  di voler tornare dal padre e che chiude  a  chiave  le porte  per  non  essere  da  lui  rapita)  e  la  compresenza  di sentimenti  tanto intensi quanto contrastanti  verso una  stessa persona  ci  indica  con  chiarezza  la  profonda  confusione   e l'immensa   sofferenza  con  le  quali  questi  soggetti   devono convivere  quotidianamente. Sono ormai diversi ormai  gli  autori che   individuano  nella  scissione  di  personalità  una   delle conseguenza  dei  maltrattamenti  subiti  durante  l'infanzia.
Summit nel 1983 ha chiamato questo fenomeno "sindrome di adattamento" (simile alla sindrome di Stoccolma riscontrata  non a  caso anche nelle vittime dei rapimenti che in alcuni  casi  si sono  innamorati  dei propri carcerieri), e  ne  ha  sottolineato l'estrema  frequenza nelle vittime di abuso e violenza sessuale, ma anche di gravi maltrattamenti fisici, pur  essendo per  il  soggetto  che ne è  portatore  molto  disfunzionale (quindi i utile e dannosa).  Il minore  non  solo si trova costretto ad adattarsi ad  una  realtà famigliare  alla quale di fatto non  in grado di  sottrarsi,  ma viene abilmente manipolato dall'adulto che in alcuni casi,  molto più frequenti di quanto si immagini, riesce a coinvolgerlo  nella propria visione del mondo perversa.

 Anche  Alice  Miller fornisce una chiave  di  lettura  per questo  fenomeno, rifacendosi all'idealizzazione difensiva che  i bambini  maltrattati  hanno  bisogno  di  mantenere  dei   propri genitori  preferendo  percepire se stessi come cattivi  e  quindi meritevoli  delle  violenze  che  devono  subire,  piuttosto  che prendere  atto  di essere delle vittime innocenti  ed  inermi  in balia   di   un  persecutore.  Anche   il   concetto   di "identificazione  con l'aggressore", inizialmente  introdotto  da Anna  Freud  e  poi ampiamente ripreso  da  Ferenczi, propone  delle  spiegazioni per quanto da  sempre  osservato  nei bambini maltrattati e nelle vittime di abusi e violenze sessuali. Se gli abusi o le molestie sessuali persistono per molto tempo, il bambino può adeguarsi alla situazione,  attraverso forme di anestesia emotiva e di estraniamento, interiorizzando  sentimenti di disvalore, che   coniugandosi con  l'impotenza, la  confusione, la vergogna e la  colpa possono produrre frammentazione del Sé e disturbi dissociativi. E' come se il soggetto creasse scomparti separati nella mente dove immette immagini contradditorie:  c'è il genitore buono che ti vuole bene e c'è quello che ti abusa sessualmente. Il bambino, per salvare quel che c'è di buono nel genitore, immagazzina nella mente queste immagini buone e si aggrappa ad esse per sopravvivere, negando le esperienze dolorose e la propria sofferenza. Alice Miller dice che un bambino annulla la percezione di propri sentimenti dolorosi, li nega poiché è costretto a vivere con i genitori che sono i garanti della sua sopravvivenza; egli è come un ostaggio vicino a persone che lo danneggiano e lo coinvolgono in situazioni patologiche

Ci  si  può  trovare di fronte a bambini,  o  ad  interi nuclei famigliari, che hanno una visione del mondo completamente distorta,  diversa  da  quella  delle  persone  comuni,  ed   una percezione degli eventi molto diversa dalla nostra. Molti bambini o  adolescenti  vittime di abuso e molestie sessuali (in particolar modo di incesto) "amano" o  valutano  in modo  positivo  ciò  che a qualsiasi soggetto  non  perverso  può apparire  sbagliato o connotato negativamente. "Chi le  ha  fatte queste  leggi  che  dicono che i papà che fanno  l'amore  con  le figlie  devono andare in carcere? Secondo me non fanno niente  di male  questi  papà, non il mio per lo meno. Io lo  aspetterò  per sempre  e  prima  o poi lui verrà a  prendermi",  afferma  Lucia,  dieci  anni (in affidamento) ed abusata dal padre dall'età di tre. Frequenti  sono le bambine che si comportano come piccole Lolite, che  erotizzano ogni  aspetto della propria vita, o adolescenti che mettono  in  atto comportamenti perversi. Anche  Sonia, sedotta ed abusata dal proprio padre  in  età molto  precoce  ed  oggi in psicoterapia, a soli  sette  anni  si comporta  in  modo  seduttivo con uomini  adulti  e  bambini,  fa fantasie  erotiche sulla fidanzata di Calimero, gioca  con le Barby mettendo in scena scene erotiche delle quali spesso è lei stessa la protagonista. Per difendersi da  pensieri ed emozioni vissute come intollerabili Sonia ha imparato a vivere "nel  paese  della  felicità", come lei  ben  esprime  quando  il terapeuta  le  chiede di disegnare una famiglia inventata  e  lei produce  la famiglia di alberi "sempre felici", dove il dolore  o le  emozioni spiacevoli non esistono... "proprio come  nella  mia vita  perché io sono sempre felice". Per poter vivere  nel  paese della felicità Sonia ha dovuto sviluppare una personalità scissa (spaccata in due), in  cui da un lato c'è la bambina felice, che va bene  a  scuola, che vuol bene alla sua mamma, dall'altro una bambina oppressa dai sensi  di colpa ed ancora segretamente attaccata se non al  padre (oggi   decaduto  dalla  potestà),  al  contesto  erotizzato   ed incestuoso  con lui vissuto. Le due parti di Sonia  non  sembrano parlarsi fra loro, ed  difficile anche per il terapeuta  entrare in  contatto con la Sonia che pensa di meritare solo la  morte  o cibo pieno di vermi (come emerge invece dal materiale  proiettivo somministratole  o dai suoi giochi). Difensivamente  la  famiglia diventa una famiglia di alberi, come per prendere le distanze dal pericolo  di prendere coscienza, sia pur lontanamente, di  quanto sia  improbabile che nel mondo degli esseri umani  possa  davvero esistere questo paese in cui va tutto bene.



"Sindrome di adattamento", ambivalenza, senso di colpa negli abusi sessuali

Summit nel 1983 ha chiamato questo fenomeno "sindrome di adattamento" (simile alla sindrome di Stoccolma riscontrata  non a  caso anche nelle vittime dei rapimenti che in alcuni  casi  si sono  innamorati  dei propri carcerieri), e  ne  ha  sottolineato l'estrema  frequenza nelle vittime di abuso e violenza sessuale, ma anche di gravi maltrattamenti fisici, pur  essendo per  il  soggetto  che ne è  portatore  molto  disfunzionale (quindi i utile e dannosa).  Il minore  non  solo si trova costretto ad adattarsi ad  una  realtà famigliare  alla quale di fatto non  in grado di  sottrarsi,  ma viene abilmente manipolato dall'adulto che in alcuni casi,  molto più frequenti di quanto si immagini, riesce a coinvolgerlo  nella propria visione del mondo perversa.

 Anche  Alice  Miller fornisce una chiave  di  lettura  per questo  fenomeno, rifacendosi all'idealizzazione difensiva che  i bambini  maltrattati  hanno  bisogno  di  mantenere  dei   propri genitori  preferendo  percepire se stessi come cattivi  e  quindi meritevoli  delle  violenze  che  devono  subire,  piuttosto  che prendere  atto  di essere delle vittime innocenti  ed  inermi  in balia   di   un  persecutore.  Anche   il   concetto   di "identificazione  con l'aggressore", inizialmente  introdotto  da Anna  Freud  e  poi ampiamente ripreso  da  Ferenczi, propone  delle  spiegazioni per quanto da  sempre  osservato  nei bambini maltrattati e nelle vittime di abusi e violenze sessuali.

Se gli abusi o le molestie sessuali persistono per molto tempo, il bambino può adeguarsi alla situazione,  attraverso forme di anestesia emotiva e di estraniamento, interiorizzando  sentimenti di disvalore, che   coniugandosi con  l'impotenza, la  confusione, la vergogna e la  colpa possono produrre frammentazione del Sé e disturbi dissociativi. E' come se il soggetto creasse scomparti separati nella mente dove immette immagini contradditorie:  c'è il genitore buono che ti vuole bene e c'è quello che ti abusa sessualmente. Il bambino, per salvare quel che c'è di buono nel genitore, immagazzina nella mente queste immagini buone e si aggrappa ad esse per sopravvivere, negando le esperienze dolorose e la propria sofferenza. Alice Miller dice che un bambino annulla la percezione di propri sentimenti dolorosi, li nega poiché è costretto a vivere con i genitori che sono i garanti della sua sopravvivenza; egli è come un ostaggio vicino a persone che lo danneggiano e lo coinvolgono in situazioni patologiche

Ci  si  può  trovare di fronte a bambini,  o  ad  interi nuclei famigliari, che hanno una visione del mondo completamente distorta,  diversa  da  quella  delle  persone  comuni,  ed   una percezione degli eventi molto diversa dalla nostra. Molti bambini o  adolescenti  vittime di abuso e molestie sessuali (in particolar modo di incesto) "amano" o  valutano  in modo  positivo  ciò  che a qualsiasi soggetto  non  perverso  può apparire  sbagliato o connotato negativamente.

"Chi le  ha  fatte queste  leggi  che  dicono che i papà che fanno  l'amore  con  le figlie  devono andare in carcere? Secondo me non fanno niente  di male  questi  papà, non il mio per lo meno. Io lo  aspetterò  per sempre  e  prima  o poi lui verrà a  prendermi",  afferma  Lucia,  dieci  anni (in affidamento) ed abusata dal padre dall'età di tre. Frequenti  sono le bambine che si comportano come piccole Lolite, che  erotizzano ogni  aspetto della propria vita, o adolescenti che mettono  in  atto comportamenti perversi.

Anche  Sonia, sedotta ed abusata dal proprio padre  in  età molto  precoce  ed  oggi in psicoterapia, a soli  sette  anni  si comporta  in  modo  seduttivo con uomini  adulti  e  bambini,  fa fantasie  erotiche sulla fidanzata di Calimero, gioca  con le Barby mettendo in scena scene erotiche delle quali spesso è lei stessa la protagonista. Per difendersi da  pensieri ed emozioni vissute come intollerabili Sonia ha imparato a vivere "nel  paese  della  felicità", come lei  ben  esprime  quando  il terapeuta  le  chiede di disegnare una famiglia inventata  e  lei produce  la famiglia di alberi "sempre felici", dove il dolore  o le  emozioni spiacevoli non esistono... "proprio come  nella  mia vita  perché io sono sempre felice". Per poter vivere  nel  paese della felicità Sonia ha dovuto sviluppare una personalità scissa (spaccata in due), in  cui da un lato c'è la bambina felice, che va bene  a  scuola, che vuol bene alla sua mamma, dall'altro una bambina oppressa dai sensi  di colpa ed ancora segretamente attaccata se non al  padre (oggi   decaduto  dalla  potestà),  al  contesto  erotizzato   ed incestuoso  con lui vissuto.

Le due parti di Sonia  non  sembrano parlarsi fra loro, ed  difficile anche per il terapeuta  entrare in  contatto con la Sonia che pensa di meritare solo la  morte  o cibo pieno di vermi (come emerge invece dal materiale  proiettivo somministratole  o dai suoi giochi). Difensivamente  la  famiglia diventa una famiglia di alberi, come per prendere le distanze dal pericolo  di prendere coscienza, sia pur lontanamente, di  quanto sia  improbabile che nel mondo degli esseri umani  possa  davvero esistere questo paese in cui va tutto bene.

Cristina Roccia



La vittima può avere "un  ruolo attivo" nell'abuso sessuale?

Ho parlato di "ruolo attivo" della vittima. L'affermazione richiede alcune precisazioni: innanzitutto va ribadito con fermezza che qualunque minore vittima di un abuso sessuale è sempre e comunque una "vittima", e mai un partner partecipante come alcuni criminologi invece sostengono.l

Il confronto fra i maltrattamenti che devono patire i bambini e quelli a cui sono sottoposti gli adulti presenta, afferma Alice Miller, oltre agli aspetti del grado di maturazione del Sè, della lealtà e dell'isolamento ancora un altro tratto. Al prigioniero (adulto) sottoposto a maltrattamenti non è consentito, è vero, di opporre resistenza o di ribellarsi alle umiliazioni, ma egli è tuttavia libero di odiare dentro di sè il suo aguzzino. Questa possibilità di vivere i suoi sentimenti, anzi di condividerli con altri prigionieri, gli consente di non dover rinunciare al proprio Sè. E' appunto questa l'opportunità che manca al bambino. Egli non deve odiare suo padre, come ordina il quarto comandamento e come gli fu inculcato sin da quando era piccolo, ma d'altra parte non può neppure odiarlo, se deve temere di perderne l'amore ed infine non lo vuole odiare, perchè lo ama".
La piccola vittima di un abuso sessuale non può dunque opporsi al proprio aggressore sia perchè troppo giovane per potersi adeguatamente difendere (a livello fisico ma ancora di più a livello psicologico), sia perchè non in grado di poterlo "odiare" senza rischiare di rimanere completamente sola e abbandonata a se stessa.

E pur vero tuttavia che in molti casi il minore ha svolto anche un "ruolo attivo" nell'esperienza di abuso sessuale, ad esempio non rivelando per una certa fase la violenza sessuale (che in molti casi viene segnalata dopo anni), non rifiutando con fermezza le attenzioni sessuali dell'adulto o traendo piacere dai "vantaggi secondari" dell'abuso sessuale (soprattutto l'affetto che l'autore dell'abuso apparentemente dava alla minore in cambio della sua accondiscendenza, affetto che risulta particolarmente importante in questi bambini che non hanno in genere figure di riferimento adulte soddisfacenti da un punto di vista affettivo e comunicativo).

La vittima è perfettamente consapevole, per quanto piccola possa essere, di tale "ruolo attivo", e si sente in genere profondamente in colpa, non comprendendone l'inevitabilità.

Francesca ad esempio, 14 anni, è oggetto di atti di libidine da parte del padre dall'età di sei anni. Con il sopraggiungere dell'adolescenza la ragazza non accetta più le avances del padre, e tenta di ribellarsi chiedendo aiuto alla madre, che tuttavia, come avviene quasi sempre in queste situazioni, si dichiara disponibile solo a "controllare" che il marito non violenti la figlia ma non a far cessare la situazione di abuso. Francesca mi dice che non ne può più, che vuole che questa situazione abbia fine, ma nello stesso tempo cerca in tutti i modi di scusare il padre: "Lui è buono, adesso ce l'hanno tutti con lui e non è giusto. Io non voglio che venga punito, che soffra. Vorrei solo che mi trattasse come un padre vero, e non come un'amante". Incontro l'intera famiglia e Francesca ripete questa sua richiesta, persino di fronte al padre che la insulta e le ricorda di come a lei queste attenzioni piacessero e che lei "ci stava". Il padre arriva a paragonare la figlia alla pastiglia per il mal di pancia:

"Quando ero in tensione andavo dalla bambina a consolarmi. Lei era come una pastiglia per il mal di pancia che allevia il dolore, niente di più". Ciò nonostante Francesca mantiene il suo atteggiamento ambivalente.

Ascoltare il minore (o la minore) vittima di un abuso sessuale senza accettare anche la sua ambivalenza significa trasmettergli la richiesta in base alla quale egli (o ella), per essere accettato dall'adulto e non perdere il nuovo legame affettivo, dovrà recitare "la parte" della vittima totalmente passiva e indifesa. Tutto ciò rafforzerà ulteriormente nel bambino o nella bambina la sua immagine negativa: "Negare questa consapevolezza di un proprio fallimento, presente anche in bambine molto giovani, e imporre quindi al minore i panni decisamente troppo stretti e semplificati della vittima innocente, rischia in primo luogo di impedire l'instaurarsi di un reale rapporto terapeutico (o di aiuto), in quanto offre un'immagine degli eventi e dei sentimenti a essi sottesi in cui non le è possibile riconoscersi fino in fondo".

Nel libro "Il Babbo di Cinzia" un giudice che ha intrapreso un'esperienza di formazione basata sullo psicodramma ha descritto un caso di incesto in cui gli interventi di aiuto messi in atto dal Tribunale per i Minorenni e dai Servizi Sociali sono falliti proprio per questa incapacità degli operatori di tener conto dell'ambivalenza della minore che essi si proponevano di tutelare. Maria infatti ha subito violenza sessuale da parte del padre dall'età di undici anni fino al giorno in cui, adolescente, si rivolge ad un movimento femminista chiedendo di essere allontanata da casa e manifestando il desiderio che il padre venisse punito.

Un'altra componente psichica di Maria (la componente che gli operatori non hanno saputo cogliere) è però innamorata del padre. Questa componente psichica rimossa, ma non cancellata, induce Maria a tornare dal padre anche contro le disposizioni del Tribunale. Il giudice si rende conto troppo tardi di questa ambivalenza della ragazza: "Certamente è vero che io tengo molto a Maria (capirò poi che è perchè io non ne avevo colto la complessità e l'ambivalenza), mi illudevo che fosse lei a provare i miei sentimenti, piuttosto che cercare io di capire i suoi, e che non potrei sopportare che lei deluda le aspettative che nutro nei suoi confronti e cerco di fare in modo che questo non accada".

Solo aiutando la ragazza ad esplicitare con chiarezza la propria ambivalenza ed i propri sensi di colpa legati all'esperienza di abuso subita, l'operatore potrà dare la possibilità alla minore di raggiungere un'elaborazione autentica e definitiva di tale esperienza, con il conseguente distacco emotivo dalla situazione di abuso e dall'autore dello stesso. Il giudice ha modo di rendersi conto nella drammatizzazione della vicenda e nella conseguente riflessione di quanto la propria soggettività abbia condizionato la gestione del caso, attraverso la proiezione delle proprie componenti psichiche sulla realtà soggettiva di Maria (figli, alunni, minori in carico professionale etc.) e non solo fra i bambini che occupano le prime pagine dei giornali o che abitano nei cosiddetti "quartieri a rischio". Solo con un'efficace campagna di prevenzione e di sensibilizzazione potremo imparare a cogliere i segnali dell'abuso sessuale, ed accorgerci che essi sono molto meno nascosti ed incomprensibili di quanto possano apparire ad un'osservazione superficiale.

Cristina Roccia
 

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