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FAQ - Domande e Risposte
Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

la vittima fra amore e odio per l'abusante


articolo di Cristina Roccia

LA VITTIMA DI ABUSO SESSUALE

FRA AMORE E ODIO PER L'ABUSANTE


     1) Anna: "Io sto bene così"

     Anna  ha  15  anni quando viene portata  in  consulenza;  ha sedotto  e  quasi  violentato un coetaneo che  vive  con  lei  in  comunità.  E'  una ragazza difficile, per anni   scappata  dalle comunità  nelle  quali era ospitata ed ha fatto fallire  tutti  i tentativi  di affidamento eterofamiliare che sono  stati  tentati per lei (a dieci anni per esempio ha cercato di sedurre il  padre affidatario  che  si  spaventato e  l'ha  allontanata).   Quando scappa torna dai propri genitori, entrambi tossicodipendenti e la madre    anche malata di aids, affermando di  non  volere  altra famiglia se non la sua. Anna se viene lasciata sola, nei  momenti di   difficoltà   si  tagliuzza  le  braccia  con   una   lametta ricoprendosi di sangue, di notte si sveglia urlando in preda agli incubi  e  teme di essere uccisa.

     La  ragazza sceglie di raccontarmi la sua storia  attraverso il  disegno. I disegni parlano della sua sofferenza e mi  aiutano ad avvicinarmi al suo dolore.
 
     DISEGNO  1) Disegna come di sente Anna: "Mi sento  osservata da tanti occhi mentre cammino su un sentiero nel bosco. Non ci si può nascondere. E' buio. E' nero nero".

     DISEGNO 2) Disegna che cosa c'é nel buio: "E' tutto buio. Io sono  l  dentro  e piango, piango così tanto che  si  forma  una pozzanghera.  Ci  sono  degli occhi che mi guardano  e  che  sono contenti  di  vedermi piangere. Mentre piango un po'  alla  volta loro diventano colorati".

     Esco  dalla stanza della consulenza perché hanno suonato  al campanello. Mi trattengo cinque minuti ed Anna al mio ritorno  mi fa  trovare  il disegno del pagliaccio: "Non sempre  i  pagliacci ridono...  Dentro di loro si può nascondere anche la  pi  grande tristezza".

     Anna  mi  racconterà in modo più che  credibile  che  quando aveva sei anni la sua mamma  stata legata al letto pi volte  da alcuni uomini "cattivi" che la torturavano, la tagliuzzavano  con le  lamette  e  poi  a turno la  violentavano  mentre  gli  altri ridevano  ed  incitavano il violentatore di  turno.  Anna  veniva obbligata da quegli uomini a guardare, non poteva neppure  girare la  testa  dall'altra parte. Doveva essere  spettatrice  di  quel massacro.  Un giorno, e poi  molte altre volte ancora da  allora, la  madre  implorava pietà e chiedeva di lasciarla in pace  e  di prendersi  la  figlia  al  posto  suo:  "Prendete  la   bambina, divertitevi  con  lei", sono le parole che  Anna  ricorda  ancora oggi.  Lei,  bambina  ancora troppo piccola per  capire,  non  sa spiegarsi  il  perché tutto ci accadesse, ma ricorda  ancora  il terrore provato di fronte alla minaccia fattale da quegli uomini: "Se  parli  ti  ammazziamo, ti tagliamo  con  la  lametta".  Anna ricorda anche di essere stata portata dalla madre in appartamenti dove  diverse  persone si bucavano: "Io aspettavo in  un  angolo, aspettavo  perch  sapevo che prima o poi tornavamo  a  casa.  L almeno potevo chiudere gli occhi per non guardare".


      DISEGNO 3) Disegna che cosa  per te la paura: "Una persona che  cammina  su  una strada e ci sono  tante  persone  pronte  a saltarle addosso. Non c' via di scampo".

      DISEGNO  4) Disegna che cosa  per te il dolore: "Una  mano con  un  coltello  che vuole fare del male. Una  persona  con  un coltello che vuole fare del male all'occhio".


      Negli occhi, nell'aver visto troppo orrore va collocato  il trauma  di questa bambina. Anna disegna grandi occhi,  occhi  che guardano,  occhi  che  vengono accoltellati,  occhi  che  non  ti lasciano via di scampo, occhi che si nutrono della sue lacrime e ne  traggono piacere, occhi che avrebbero voluto chiudersi e  che invece sono stati tenuti forzatamente aperti. 
      Ma  un  secondo ed altrettanto grave  evento  traumatico   stato  per Anna l'essersi sentita venduta dalla propria  madre  a quegli  uomini  malvagi. Non sappiamo se  questi  uomini  abbiano accolto  l'invito  della   madre:  Anna non  ha  avuto  il  tempo necessario per dirmelo perché poco tempo dopo la consulenza si   interrotta  in quanto la ragazza  stata espulsa  dalla  comunità che  me l'aveva inviata. Adescava i ragazzini dentro e  fuori  la comunità,  e  la  situazione  era  diventata  per  gli  educatori insostenibile. Ma forse non  poi neanche così importante  sapere se   Anna  sia  stata  abusata  sessualmente  dagli  uomini   che torturavano  la  madre in quanto   difficilmente  delle  violenze fisiche  dirette su di lei avrebbero potuto aggiungere  orrore  a tanto orrore, o rivestire un potere traumatico maggiore di quanto abbiano fatto le situazioni descritte.

       Io  ho ascoltato Anna, ho letto nei suoi occhi il  terrore di  essere tradita da me e consegnata nelle mani dei  torturatori di sua madre ( tutt'ora convinta di essere in pericolo di vita), ho  raccolto  il  suo  dolore nascosto  dietro  la  maschera  del pagliaccio colorata che tanto bene lei stessa ha disegnato. Tutto avviene senza una lacrima, con la maschera sul volto, senza altra emozione  se  non la paura. Dentro di me le emozioni  sono  state tante:  incredulità,  orrore, angoscia,  compassione,  voglia  di piangere. Sono stata male, molto male.  Ciò che ho fatto fatica a tollerare maggiormente sono state per  le dichiarazioni di amore di  Anna  verso la propria madre, madre che  lei  stessa  ammette essere stata da sempre disinteressata a lei, che tutt'ora non  la vuole  e  della  quale ricorda violenze  fisiche  e  psicologiche pressoché  quotidiane. Anna vuole la sua mamma e chiede di  poter tornare a casa non nella speranza che le cose possano cambiare in meglio,   ma   nella  certezza  che  le  violenze   su   di   lei continueranno.  Oggi è   lei  la  "cattiva",  quella  che  seduce ragazzini sprovveduti e uomini adulti.





      Non  infrequente che gli operatori, qualunque  professione esercitino,  trovino  inconciliabili  le  violenze   narrate  dai bambini  e  dagli  adolescenti  con  i  sentimenti  di  amore   e attaccamento  provati da quegli stessi bambini nei confronti  dei loro  "aguzzini".  Sono  ormai numerosi  gli  esperti  che  hanno studiato  questo  fenomeno e che ne  hanno  dato  interpretazioni diverse. Summit nel 1983 ha chiamato questo fenomeno "sindrome di adattamento"  (simile alla sindrome di Stoccolma riscontrata  non a  caso anche nelle vittime dei rapimenti che in alcuni  casi  si sono  innamorati  dei propri carcerieri), e  ne  ha  sottolineato l'estrema  frequenza nelle vittime di abuso sessuale pur  essendo per  il  soggetto  che ne è  portatore  molto  disfunzionale.  Il minore  non  solo si trova costretto ad adattarsi ad  una  realtà famigliare  alla quale di fatto non  in grado di  sottrarsi,  ma viene abilmente manipolato dall'adulto che in alcuni casi,  molto più frequenti di quanto si immagini, riesce a coinvolgerlo  nella propria visione del mondo perversa.

       Anche  Alice  Miller fornisce una chiave  di  lettura  per questo  fenomeno, rifacendosi all'idealizzazione difensiva che  i bambini  maltrattati  hanno  bisogno  di  mantenere  dei   propri genitori  preferendo  percepire se stessi come cattivi  e  quindi meritevoli  delle  violenze  che  devono  subire,  piuttosto  che prendere  atto  di essere delle vittime innocenti  ed  inermi  in balia   di   un  persecutore  (1988).  Anche   il   concetto   di "identificazione  con l'aggressore", inizialmente  introdotto  da Anna  Freud  e  poi ampiamente ripreso  da  Ferenczi, propone  delle  spiegazioni per quanto da  sempre  osservato  nei bambini maltrattati.


         Ci  si  può  trovare di fronte a bambini,  o  ad  interi nuclei famigliari, che hanno una visione del mondo  completamente distorta,  diversa  da  quella  delle  persone  comuni,  ed   una percezione degli eventi molto diversa dalla nostra. Molti bambini o  adolescenti  vittime di abuso sessuale "amano" o  valutano  in modo  positivo  ci  che a qualsiasi soggetto  non  perverso  può apparire  sbagliato o connotato negativamente. "Chi le  ha  fatte queste  leggi  che  dicono che i papà che fanno  l'amore  con  le figlie  devono andare in carcere? Secondo me non fanno niente  di male  questi  papà, non il mio per lo meno. Io lo  aspetterò  per sempre  e  prima  o poi lui verrà a  prendermi",  afferma  Lucia,  dieci  anni ed abusata dal padre dall'età di tre. Frequenti  sono le bambine che si comportano come piccole Lolite, che  erotizzano ogni  aspetto della propria vita, o adolescenti che proprio  come Anna  mettono  in  atto comportamenti perversi  (Welldon, 1995).

      Anche  Sonia, sedotta ed abusata dal proprio padre  in  et molto  precoce  ed  oggi in psicoterapia, a soli  sette  anni  si comporta  in  modo  seduttivo con uomini  adulti  e  bambini,  fa fantasie  erotiche sulla fidanzata di Calimero o su Sailor  Moon, gioca  con le Barby mettendo in scena scene erotiche delle  quali spesso   lei stessa la protagonista. Per difendersi da  pensieri ed emozioni vissute come intollerabili Sonia ha imparato a vivere "nel  paese  della  felicità", come lei  ben  esprime  quando  il terapeuta  le  chiede di disegnare una famiglia inventata  e  lei produce  la famiglia di alberi "sempre felici", dove il dolore  o le  emozioni spiacevoli non esistono... "proprio come  nella  mia vita  perché io sono sempre felice". Per poter vivere  nel  paese della felicità Sonia ha dovuto sviluppare una personalità scissa, in  cui da un lato c'è la bambina felice, che va bene  a  scuola, che vuol bene alla sua mamma, dall'altro una bambina oppressa dai sensi  di colpa ed ancora segretamente attaccata se non al  padre (oggi   decaduto  dalla  potestà),  al  contesto  erotizzato   ed incestuoso  con lui vissuto. Le due parti di Sonia  non  sembrano parlarsi fra loro, ed  difficile anche per il terapeuta  entrare in  contatto con la Sonia che pensa di meritare solo la  morte  o cibo pieno di vermi (come emerge invece dal materiale  proiettivo somministratole  o dai suoi giochi). Difensivamente  la  famiglia diventa una famiglia di alberi, come per prendere le distanze dal pericolo  di prendere coscienza, sia pur lontanamente, di  quanto sia  improbabile che nel mondo degli esseri umani  possa  davvero esistere questo paese in cui va tutto bene.

      Possiamo  parlare  di personalità  perversa  nelle  piccole vittime  di abuso sessuale, o di una visione del mondo  perversa? Su questo punto sarebbe auspicabile sviluppare una ricerca ed  un dibattito  nelle  sedi appropriate. E' certo comunque  che  questa caratteristica  dei  nuclei famigliari incestuosi  e  dei  minori abusati  non  va sottovalutata dagli operatori  incaricati  della valutazione o della cura di questi soggetti.

      Non   infrequente che i bambini abusati siano convinti  di aver  essi  stessi desiderato l'atto sessuale per il  quale  oggi l'adulto  viene condannato dalla società, così come spesso  nelle relazioni  incestuose il bambino non viene obbligato a  fare  del sesso,  ma  viene  iniziato ad esso con  modalità  seduttive  (un panino  in  pi per pranzo, un regalo, l'assenza di  percosse  in cambio  del sesso al quale si accompagnano coccole e  complimenti etc.).  "Sei  la pi bella del sole, sei  stata  fantastica,  sei meravigliosa, sei meglio della mamma" sono frasi che tante  volte abbiamo  sentito  raccontare delle bambine abusate  e  che  erano pronunciate dall'adulto abusante. Le bambine vengono di fatto  in molti  casi trasformate in "esperte del sesso",  in  "fantastiche lolite",  e proprio questa consapevolezza le rende  oppresse  dal senso di colpa, le fa sentire più complici che vittime.

        Stefano  Cirillo (1990) afferma che  nell'esperienza  del Centro  Bambino  Maltrattato di Milano  emerso che nei  casi  di adolescenti  abusati  in  famiglia  da  loro  seguiti  il  motivo prevalente per il quale l'abuso aveva potuto durare anni nel  pi assoluto  segreto    che  il  minore  aveva  subito  una   forte fascinazione  da parte dell'adulto abusante. Anche la  paura,  la vergogna,  il  senso  di colpa avevano avuto  il  loro  peso  nel mantenimento  del segreto, ma il vero motivo per il quale  queste ragazze   non  avevano  svelato  l'incesto    che   esse   erano affascinate dal loro stesso "torturatore".
 
      Benché questi sentimenti siano diffusi nelle piccole vittime di  abuso  sessuale, non  facile essere  spettatori  della  loro "confessione": queste bambine (per i maschi il discorso  diverso e  meriterebbe  una  trattazione a parte)  raramente  riescono  a trovare  il coraggio di raccontare questo aspetto dell'abuso  che di  solito    un  segreto nel  segreto,  una  parte  della  loro personalità  della  quale  di  vergognano  o  di  cui  non   sono consapevoli.  E' importante che l'adulto che ascolta  la  bambina sia  in  grado  di  contenere  dentro  di  sé  empaticamente   la consapevolezza  di  avere a che fare  con  emozioni  intensamente contraddittorie,  in cui amore e odio possono essere  compresenti in modo ugualmente intenso.

Gli operatori, psicoterapeuti compresi, non sono esenti  da reazioni  emotive  molto intense quando entrano in  contatto  con l'ambivalenza  delle vittime di gravi  maltrattamenti.  L'analisi del  controtransfert diventa in questi casi  indispensabile,  anche come preliminare ad ogni possibile ascolto e non solo in contesti terapeutici;  oggi  sappiamo  che  ci che  dice  il  soggetto   determinato  da  ci  che  pensabile per  il  terapeuta  (Ayoun, 1997).  Solo  se  il  terapeuta sarà in  grado  di  ascoltare,  e tollerare, che Anna possa amare  la propria madre a tal punto  da rifiutare   una   nuova  famiglia,  nonostante  tutto   ci   che quest'ultima  le ha fatto, si potr andare oltre la maschera  del pagliaccio che ride con la quale ben si rappresenta la ragazza. E solo  se  si  potr accogliere  la  dichiarazione  d'amore  della bambina verso il proprio padre, ed ascoltare la sua rabbia  verso le  leggi  ingiuste che puniscono i padri  incestuosi,  si  potrà andare  oltre  la presentazione di un falso Sé  con il  quale  la ragazzina  ha imparato a presentarsi al mondo. Ed  questo  anche l'unico  modo per non condannare la piccola vittima al  silenzio, per  non  costringerla a negare la propria consapevolezza  di  un fallimento ed imporle i panni di vittima innocente e passiva  che impedirà  l'instaurarsi   di  un reale  rapporto  terapeutico  in quanto  le si offre un'immagine degli eventi e dei sentimenti  ad essi  sottesi nei quali non le  possibile riconoscersi  fino  in fondo  (Cirillo et altri, 1990, vedi l'interessante caso  clinico pag.235).

       La    difficoltà   dell'operatore   rispetto   a    questa problematica  da ricondurre in gran parte al fatto che spesso la vittima di abuso non si comporta come una vera e propria  vittima di un sopruso o di una violenza: Anna per esempio  una ragazzina provocatoria,  aggressiva,  ipersessualizzata  (lei  stessa  oggi abusante),  continuamente  in  fuga  per  ritornare  a  casa.  Di frequente  queste bambine sono reticenti,  omertose,   raccontano qualche particolare dell'abuso ma continuano a mantenere di fatto un'alleanza  con  l'abusante  esponendosi  al  rischio  di  veder continuare   l'abuso  stesso.  In  altri  casi   questi   bambini sembrano   desiderare   coscientemente  di  ritornare   a   farsi maltrattare,  ed anche questo  un comportamento  estremamente  in contraddizione con il tipico ruolo di vittima di una violenza.

      Esiste  un ulteriore fattore che complica  notevolmente  la presa incarico dei bambini maltrattanti, ed in particolare  delle vittime di abuso sessuale: la loro ambivalenza nei confronti  del maltrattamento stesso e l'enorme contraddizione fra quanto dicono a  parole  e  quanto esprimono attraverso  il  linguaggio  extra-verbale  o  somatico.  Mentre  Lucia  (oggi  in  affidamento  pre adottivo)  afferma per esempio di voler tornare da suo padre  per continuare   ad   essere  da  lui  abusata,      evidente   come l'interruzione  della  sua convivenza con  il  nucleo  famigliare incestuoso   le  abbia  portato  dei  giovamenti   immediatamente visibili  da chiunque: c'è un  progressivo e netto  miglioramento del  suo  stato  di salute avendo in  precedenza  lei  sviluppato un'anoressia, uno sblocco delle sue capacità di apprendimento che al  contrario durante l'abuso erano del tutto  "congelate",  così come   il   suo  pensiero  era   gravemente   destrutturato   non consentendole neppure di produrre delle frasi di senso compiuto e comprensibile.  

        Anche  Sonia (abusata in epoca molto precoce dal  padre), che  durante l'abuso si era innamorata perdutamente del  genitore abusante sviluppando un comportamento altamente aggressivo  verso la madre, proprio durante l'incesto manifesta un grave  episodio di  regressione  con destrutturazione  del  linguaggio,  mutismo, grave   depressione  con  totale  inibizione  del  gioco  e   dei movimenti, bulimia. Il suo corpo lanciava un grido disperato  che evidentemente  non  poteva avere accesso alla coscienza  ed  alla parola.
 
      Sul  piano  somatico  quindi Lucia  e  Sonia  esprimono  un profondo disagio, lanciano un grido di aiuto agli adulti  intorno a  loro,  grido poi negato sul piano verbale.  C'è  una  profonda scissione  fra ci che queste bambine vivono  in una parte  della loro  mente  e  ci  di cui invece  sono  consapevoli  sul  piano razionale.
 
     Non   è  facile  vedere  dietro  una  bimba   spaventata   e sofferente,  il  cui comportamento (per le bambine  per  es.  che chiedono  apertamente  di  essere protette dall'abuso)  o  le  cui somatizzazioni  lanciano inequivocabilmente un grido di aiuto  ed una  richiesta  di protezione, anche la  bambina  innamorata  del proprio  genitore,  il partner attivo dell'adulto  perverso  (per intenderci la bambina che riesce a farsi dire: "sei  fantastica!" dopo l'atto sessuale).

     Spesso  questo "segreto nel segreto"  mantenuto con  forza dalle  piccole vittime di abuso per timore che le loro mamme  non siano  in  grado  di  tollerare la  sconvolgente  verità,  ed  in  qualche modo ci  spesso corrispondente al vero. Per esempio  la madre  di Valentina, dieci anni, che pur ha lottato per anni  per  proteggere  la  propria  figlia dall'abuso  sessuale  del  marito separato,    stata  colta  da  conati  di  vomito  frequenti   e ripetuti, che sono durati per alcuni mesi, quando la figlia le ha rivelato,  sia  pur in modo molto sfumato, i giochi  sessuali  ai quali partecipava, non costretta con la forza, con il padre.   Da un  lato  la  bambina  chiedeva  aiuto  alla  madre,  pi   volte supplicandola  di  non  farla  pi  andare  a  casa  del   padre, dall'altro  le nascondeva la verità.

     Anche i professionisti più esperti possono incontrare  delle difficoltà   a  tollerare  l'ambivalenza,  o  "l'amore   per   la violenza"  che  certi  bambini  si  portano  dentro,  o  la  loro ambivalenza   verso   gli  abusanti,  e   possono   arrivare   ad incentivare,   anche  nel contesto terapeutico,  una  personalità caratterizzata  da un falso Sé.  E' il caso di  Annalisa,  odiata, nel vero e proprio senso della parola, dalla propria madre che la maltrattava  fisicamente  in modo molto grave  e  la  disprezzava verbalmente, ed abusata sessualmente, oltre che fisicamente,  dal proprio  padre  per anni. Annalisa oggi di dieci anni  e  con  un ritardo mentale medio grave, ormai in affidamento preadottivo da un  anno e mezzo, arriva un giorno in seduta con una  foto  della propria  madre  naturale strappata e aggiustata  con  lo  scotch. "L'ho  strappata per farti piacere", dirà al terapeuta  che  solo allora si renderà conto di non aver saputo tollerare, su un piano emotivo  profondo, l'amore della bambina per una  famiglia  tanto distruttiva, non consentendole quindi fino in fondo di  esprimere la  propria sofferenza per la separazione dalla propria  famiglia di origine che pure lei stessa aveva voluto chiedendo aiuto  alle proprie  insegnanti  rispetto alla  violenza  sessuale.  Annalisa potrà   solo allora esprimere in modo esplicito il  desiderio  di tornare  a  casa,  sia  pur  consapevole  che  i   maltrattamenti sarebbero  continuati,  e verbalizzare il  proprio  desiderio  di rivedere  il  padre del quale rimpiange i  momenti  di  tenerezza durante  i rapporti sessuali (rapporti che pure lei stessa  aveva sempre detto essere caratterizzati da forte dolore fisico  dovuto a penetrazione anale, orale e tentativi di penetrazione  vaginale  che hanno prodotto nella minore persino un blocco delle  funzioni sfinteriche   che  ha  reso  necessario  in  due  occasioni   uno svuotamento manuale dell'intestino). Annalisa ha potuto dire  che il  padre   stato l'unico che le abbia mai  dato  affetto  prima della   nuova   famiglia  adottiva,  portare  al   terapeuta   la convinzione di essere una bambina profondamente cattiva,  sporca, "pazza"   e   degna  quindi  solo  del   disprezzo   del   mondo.  Contemporaneamente Annalisa ha potuto esprimere ai nuovi genitori adottivi  il terrore di essere rapita di notte dal  padre,  dando così un senso ad un comportamento presente da sempre nella  nuova famiglia,  quello  cioè di chiudere a chiave  in  modo  ossessivo porte  e finestre e di camminare sempre attaccata agli adulti  di riferimento.

       Nel  caso  di Annalisa si è  in presenza  di  una  profonda scissione  di personalità (difficile pensare alla stessa  persona che  dice  di voler tornare dal padre e che chiude  a  chiave  le porte  per  non  essere  da  lui  rapita)  e  la  compresenza  di sentimenti  tanto intensi quanto contrastanti  verso una  stessa persona  ci  indica  con  chiarezza  la  profonda  confusione   e l'immensa   sofferenza  con  le  quali  questi  soggetti   devono convivere  quotidianamente. Sono ormai diversi ormai  gli  autori che   individuano  nella  scissione  di  personalità  una   delle conseguenza  dei  maltrattamenti  subiti  durante  l'infanzia . 



       3) L'ambivalenza nel contesto giudiziario

       Questa  difficoltà  a vedere la complessità  della  realtà dell'abuso   evidente anche in ambito giudiziario,  per  esempio laddove  i  giudici ed i periti da essi  incaricati  di  valutare l'attendibilità della testimonianza dei minori che dichiarano  di aver subito abusi sessuali stentano a credere ai bambini ed  agli adolescenti  che  manifestano un profondo  attaccamento  verso  i genitori  abusanti; pensiamo ai piccoli testimoni  reticenti  dei quali  abbiamo  parlato in precedenza, od  alle  adolescenti  che scappano   dalle   comunità   per  tornare   a   vivere   insieme all'abusante,  o  ai  testimoni  che  ritrattano  le  accuse   in precedenza  formulate. Spesso la confusione  della  testimonianza dei minori, ben descritta da Sorensen e Snow (1991)  proprio  la conseguenza  del conflitto interno fra il rivelare l'abuso ed  il mantenere  il  segreto,  vuoi  per  proteggere  l'abusante  dalla carcerazione,    vuoi    per   proteggere   se    stesse    dalla colpevolizzazione.
    
       Recentemente un Pubblico Ministero mi diceva di quanto sia stato difficile per i giudici capire come fosse possibile che una ragazzina  che  raccontava  di aver subito  violenze  sessuali  e fisiche   dal  padre  per  anni  continuasse  a  farsi   da   lui "violentare" (verbo da lei stessa usato) anche quando, in  affido eterofamigliare,  avrebbe  potuto  facilmente  ricevere  aiuto  e protezione. C'era riscontri oggettivi della sua deposizione,  per es.  testimoni  che avevano visto padre e  figlia  affittare  una camere  l'albergo  una  domenica pomeriggio,  ma  perché  mai  la ragazzina ci andava visto che avrebbe potuto opporsi chiedendo ai genitori affidatari di far interrompere le visite al padre?

       Anche  la  nuova  legge  sulla  violenza  sessuale  sembra misconoscere  l'aspetto della fascinazione e della seduzione  nei reati di abuso sessuale verso i minori, o per lo meno gli effetti devastanti  che  essa  ha per la psiche di  un  soggetto  in  et evolutiva,  prevedendo  uno sconto di pena per i  reati  commessi senza  violenza  o  minaccia. E' evidente che le  violenze  e  le minacce possono fare molto male ad un bambino, ma altrettanto,  e forse per certi versi ancora più male, possono fare le carezze  e le  lusinghe se servono a produrre una vittima umile e sottomessa nelle  mani di un adulto perverso. Troppo spesso ci si  trova  di fronte a una totale assenza di minacce o di violenza, per lo meno nel senso giuridico del termine, e ad bambine sempre più  piccole che si sentono come Barby provocanti  ammaliatrici di uomini.

       Si   può   arrivare  pertanto  a  sentenze   di   condanna  dell'imputato  in  cui di fatto si colpevolizza,  anche  se  solo parzialmente,  la vittima, ripetendo in qualche modo un  percorso di stigmatizzazione delle bambina che in precedenza ha avuto come oggetto le donne violentate (era troppo provocante, perché andava in  giro  di  notte da sola? etc...). Nel caso  di  Annalisa  per esempio  se  da un lato la condanna del padre  ha  segnato  senza dubbio  un grande passo avanti nella storia della  giurisprudenza nei  casi  di  abuso  (un uomo  viene  condannato  in  base  alla testimonianza di una bambina ritardata mentale), dall'altro  deve farci riflettere su alcuni aspetti importanti legati all'incesto.

      A  pag. 44 della sentenza di condanna si legge  (manteniamo l'anonimato sull'imputato per garantire quello della minore):
     "... Non si può sottovalutare la gravità del fatto  commesso su  persona  minore e handicappata proprio da colui  che  avrebbe dovuto  svolgere  nei  suoi confronti  le  funzioni  educative  e  protettive  primarie, sicché la sanzione va  commisurata  secondo parametri  che  devono necessariamente  allontanarsi  dal  minimo edittale. Si deve tuttavia riconoscere che questa valutazione  di allarmante  gravità  almeno parzialmente mitigata proprio  dalle considerazioni  svolte da ultimo, e cio dall'ipotesi,  formulata dallo stesso prof. X (P.S. perito del Tribunale,  neuropsichiatra infantile)  ed  in linea con la personalità  dell'imputato,  uomo particolarmente,  forse morbosamente legato alla figlia  e  certo non  sorretto  da  supporti culturali  adeguati  per  gestire  un problema  come  quello  di Annalisa, che  egli  non  abbia  tanto "aggredito" quanto piuttosto "risposto", con modalità sicuramente abnormi,  alla  richiesta  di affetto della  figlia:  per  questi motivi,  e  tenuto conto dell'unico precedente,  non  grave,  non specifico,  risalente nel tempo, si riconoscono  all'imputato  le circostanze attenuanti generiche".

       Le  osservazioni del prof. X alle quali si  riferiscono  i giudici  vengono  riprese  a  pag.  43  della  motivazione  della sentenza:  "Se  non   è possibile che  Annalisa  abbia  inventato, ovvero  abbia creato una realtà fantasmatica, è invece  possibile che,  date le pulsioni sessuali di cui poteva  essere  portatrice all'epoca  (P.S. presumibilmente circa cinque/sei anni), dato  il suo  deficit cognitivo e la sua distorsione  relazionale  precoce nei  confronti  della  madre,  dato  il  suo  rapporto  affettivo assolutamente privilegiato verso il padre, abbia ricercato in lui quello  che  gli esperti chiamano  'matérnage',  esercitando  una potente   richiesta   di  affetto  protezione,   accudimento   ed utilizzando,  a  tal fine, anche  tematiche  sessuali  (citazione deposizione  del  prof. X) e che il padre le abbia  risposto  con modalità molto simili alle sue, senza fare un'opera di critica  e selezione  fra  messaggi di richiesta di affetto  e  messaggi  di richiesta sessuale".

      La  condanna   in definitiva di tre anni e  sei  mesi.  E' sicuramente  importante  che  Annalisa sia stata  creduta,  e  di conseguenza  adeguatamente protetta, ma non si può  non  cogliere nella  motivazione della sentenza, che si appoggia a  valutazioni cliniche   di   un   neuropsichiatra   infantile,   una    chiara colpevolizzazione della vittima che in qualche modo, proprio come un  tempo  avevano fatto le donne violentate, ha  "provocato"  il padre.  E' importante che anche in ambito giudiziario  si  prenda atto  di  che così' davvero l'abuso sessuale di  un  bambino,  di quanto   frequente   sia  il  coinvolgimento  del   minore   nella "relazione"  pedofila  o incestuosa, e di quanto  proprio  questo aspetto  dell'abuso anziché essere motivo per uno sconto di  pena dovrebbe  essere al contrario un'aggravante in quanto il  privare il  bambino  del  proprio ruolo di vittima gli  toglie  anche  il diritto  di  piangere, di poter gridare al mondo:  "Non    colpa mia!", e lo condanna ad un futuro carico di sofferenza.

       In  quanto  ad Annalisa, le auguro  che  quando  diventerà grande  nessuno  le  dia mai la  motivazione  della  sentenza  di condanna di suo padre.  Potrà così pensare che se lei da la colpa interamente a se stessa di quanto le  accaduto almeno i  giudici hanno  deciso  che  la colpa (o responsabilità)   tutta  di  suo padre.

      Non  ho  volutamente proposto o fornito  soluzioni  per  il conflitto e l'ambivalenza delle vittime di maltrattamenti e abusi sessuali.  Che cosa succede di questi bambini  diventati  adulti? Un'adeguata psicoterapia potrà aiutare questi soggetti a superare il  lacerante  conflitto interno fra amore e odio,  fra  colpa  e rabbia? Potrà aiutarli a superare la scissione di personalità che li caratterizza? Non esistono in Italia ricerche approfondite  su questo tema, anche perché il superamento di traumi tanto profondi richiede  un  contesto psicoterapeutico continuativo  nel  tempo, della  durata  di  anni,  e  non  sempre  questi  bambini   hanno l'occasione   di  avere  accanto  a  se  adulti  disponibili   ad accompagnarli  in  questo  cammino non certo  facile.  Spero  che questo  articolo  possa essere di stimolo a chi si  occupa  della presa  in carico delle vittime di abuso affinché si  sviluppi  una ricerca in tal senso.


                          BIBLIOGRAFIA

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