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Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

Un'esperienza di psicoterapia con una adolescente vittima di abuso sessuale.

articolo di  Cristina Roccia e Alessandro Vassalli

Disturbi Dissociativi dell'Identità (Personalità multipla).

Un'esperienza di psicoterapia con una adolescente vittima di abuso sessuale.


Sara è seduta davanti a me e sbuffa1. E' una bellissima ragazza di diciassette anni, con un lungo ciuffo di capelli che le cade sul viso. Tutto il tempo della prima seduta con me Sara lo occupa a soffiare sul suo ciuffetto di capelli guardando l'orologio, apparentemente impaziente di andare via. Ho ascoltato il suo silenzio cercando di vedere oltre quel viso annoiato, quel ciuffo di capelli che va su e giù, quella sua aria di sfida e di strafottenza. Nei suoi occhi ho visto la paura.

 L'ascolto dell'adolescente vittima di gravi maltrattamenti o di abusi è una sfida per ogni adulto. Troppo spesso non c'è niente da "ascoltare" nel vero e proprio senso della parola: può accadere di trovarci di fronte a ragazzi silenziosi, vuoti, privi di contenuti da comunicare nei loro discorsi, senza  interessi, a volte depressi,  a volte aggressivi o provocatori. Chi ha avuto occasione di lavorare in una comunità per adolescenti, soprattutto se le ospiti sono ex vittime  di abuso sessuale, sa  quanto sia difficile  relazionarsi con loro, accettare le loro difficoltà  troppo spesso nascoste dietro a comportamenti bizzarri.

"Tanto io lo so che nessuna famiglia mi ha voluto", mi dirà Sara quando dopo alcune sedute ha incominciato ad instaurare una relazione con me, a sentire la situazione meno nuova, meno fonte di ansia e quindi maggiormente controllabile. "E chi la vuole una come me? Faccio troppo schifo, lo so da sola, non rispetto mai le regole, rispondo male, vado in giro vestita in un modo che fa vergognare, non faccio un cazzo da mattina a sera. Io lo so che anche gli educatori non mi vogliono. Mi tengono perché sono obbligati, non sanno dove mettermi, ma a diciotto anni secondo me mi sbattono fuori. Tanto sono io che me ne voglio andare, non saranno loro a sbattermi fuori". Le parole di Sara, drammatiche nella loro crudezza, fanno riflettere perché terribilmente corrispondenti al vero. Sara è una ragazza che davvero nessuno vuole, a mala pena sopportata dagli adulti che si prendono cura di lei, con una lunga storia  di violenze  sessuali intra-famigliari e di percosse alle spalle, di interventi istituzionali sbagliati, di abbandoni. Un tempo bambina odiata e rifiutata dalla famiglia, oggi è lei che induce negli altri sentimenti di fastidio, di rifiuto, di rabbia anche negli adulti che si avvicinano a lei con le migliori intenzioni. Sara non è un caso isolato; spesso l'adolescente vittima di maltrattamenti induce nell'adulto che si prende cura di lui (psicologo, insegnante, educatore o genitore che sia) sentimenti negativi che agiscono nella relazione a volte in modo incontrollato e incontrollabile.

Ascoltare l'adolescente vittima di abuso sessuale significa ascoltare non solo e non tanto il suo dolore e il racconto delle esperienze di violenza, troppo spesso entrambi nascosti ed invisibili, ma soprattutto le comunicazioni extra verbali che questi ragazzi ci fanno attraverso il loro corpo, l'espressione del viso, l'abbigliamento, il comportamento, i sintomi somatici, le emozioni, le difficoltà scolastiche e lavorative. Attribuire a queste comunicazioni il giusto significato, comprenderne le motivazioni profonde e nascoste, può aiutare l'adulto a provare comprensione e preoccupazione verso questi ragazzi, accettando con meno fatica alcuni loro comportamenti. Ciò che è decisivo è riuscire a restare nella relazione, per quanto problematica essa sia, con la fiducia e la speranza di un cambiamento.


1) Anamnesi

Sara è la quinta figlia di una famiglia multi-problematica. Dopo di lei nascono altri due bambini. Per anni subisce violenza da parte di un fratello maggiore, sempre chiamato da Sara "lo stronzo" perché pronunciarne  il nome è troppo doloroso, uomo deforme, gobbo, violento, che ha violentato e picchiato da sempre anche la sorella maggiore di Sara (oggi ritardata mentale ed anoressica, convive ancora con i genitori). Le violenze sessuali incominciano quando la mia paziente ha sei anni: un giorno "lo stronzo" la chiude a chiave in una  stanza e cerca di violentarla. La bambina, terrorizzata, al termine delle violenze chiede aiuto alla sorella maggiore che le risponde che bisogna rassegnarsi, che tanto non si può fare niente per fermarlo. "Io sono ancora molto arrabbiata con mia sorella perché quando lo stronzo la violentava io, anche se ero piccola, cercavo di aiutarla, facevo rumore e casino così arrivava mio padre, e anche se me le prendevo perché avevo disturbato, almeno lui smetteva. A volte bussavo insistentemente alla porta così lo disturbavo. Lei invece non faceva neanche questo".  L'unico che ha cercato di difendere Sara è stato il fratello maggiore di un anno, Gianni, che standole sempre vicino tentava di dissuadere il violentatore con la sua presenza. "Ma Gianni era un bambino agitato, sempre incazzato, che si prendeva un sacco di botte da tutta la famiglia. I miei genitori per punirlo non gli davano da mangiare per giorni interi, e lui moriva di fame e per sopravvivere andava a rubare il cibo nei supermercati. Solo che a volte lo beccavano, lo portavano in Questura e chiamavano i miei genitori, che così gli davano altre botte e non gli davano da mangiare per giorni e giorni per insegnargli che non bisognava rubare". Oggi Gianni è tossicodipendente e un delinquente incallito. Ha sviluppato disturbi di ordine psichiatrico che ne hanno richiesto il ricovero in una casa di cura.

"Quando andavo alle elementari ero una bambina molto cattiva e tutti dicevano che ero matta. Non parlavo con nessuno e ogni volta che qualcuno mi parlava io picchiavo, ma picchiavo forte, proprio per fare male. Picchiavo soprattutto i maschi, che sono tutti stronzi. In quinta elementare ho quasi ammazzato un mio compagno. Lui mi ha fatto incazzare e io gli ho spaccato una pietra in testa. Gli ho proprio spaccato la testa, usciva tutto il sangue, credo che volessi proprio ammazzarlo. Mi hanno mandato dalla psicologa e io le ho detto che in casa mi violentavano. Non le ho detto proprio così, ma glie l'ho fatto capire. Lei non mi ha risposto niente e mi hanno messo in comunità. Ma anche lì facevo la pazza, e nessuno mi sopportava. Facevo incazzare tutti, spaccavo i mobili, rispondevo male, picchiavo, morsicavo, ero come una selvaggia. tutti avevano paura di me e stavo sul culo agli educatori, alla psicologa, alle maestre. Stavo sul culo a tutti. Un giorno non ne hanno proprio potuto più di me e mi hanno rimandata a casa. Non perché pensassero che andava bene che io tornassi a casa, ma perché nessuno mi poteva più sopportare. 'Che se la tengano loro quella stronza!', avranno pensato, e così son tornata a casa dove mi son presa un sacco di botte perché avevo parlato e "lo stronzo" mi ha accolto con un sorriso di trionfo che voleva dire: 'Hai visto che ho vinto io?'  ".
La ricostruzione dei fatti fatta da Sara appare realistica, anche se ovviamente rappresenta il suo punto di vista. All'epoca del primo allontanamento da casa non viene accertato se esistesse davvero un abuso sessuale perpetrato ai suoi danni. Qualche anno dopo, visto che i disturbi della condotta della ragazza aumentavano diventando sempre più preoccupanti, Sara viene inviata in psicoterapia presso un servizio di Neuro Psichiatria Infantile. A quindici anni Sara scappa di casa e chiede aiuto all'assistente sociale. In quell'occasione dice in modo chiaro ed inequivocabile che vuole essere protetta dalle violenze del fratello maggiore, e pertanto viene collocata in una comunità alloggio del Nord Italia. A seguito di ciò anche i due fratelli minori di Sara vengono allontanati da casa e collocati in comunità, con il permesso però di tornare a casa ogni fine settimana e durante le vacanze.
     Al suo arrivo in comunità Sara è una ragazzina minuta, descritta come un "animaletto terrorizzato da tutto". Le spalle curve, lo sguardo sempre rivolto in terra, cammina strisciando contro i muri. L'umore è depresso, la comunicazione molto scarsa, il linguaggio non adeguatamente sviluppato, l'abbigliamento trasandato e poco femminile. Inspiegabilmente, nonostante la gravità del caso, la segnalazione non sfocia in un'indagine penale. Solo tre anni dopo, a seguito delle richieste continue di Sara sull'esito del  procedimento penale a carico di suo fratello, quest'ultimo viene indagato per il reato di "maltrattamento in famiglia" (il reato di violenza sessuale era ormai non più perseguibile perché era passato troppo tempo dal momento della prima segnalazione senza che la minore sporgesse querela, essendo ancora in vigore la vecchia legge sulla violenza sessuale antecedente il 1996), ma dopo un altro anno ancora non c'è stato ancora nessuna decisione circa un suo eventuale rinvio a giudizio.
 
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2) Il rifiuto

Chiunque abbia subito l'incesto, afferma Welldon (1995), a prescindere dal sesso di appartenenza, incontra enormi difficoltà a creare rapporti interpersonali, e questi ostacoli corrispondono allo stato confusionale causato da esperienze traumatiche e precoci di abuso. La profonda ferita prodotta dall'abuso sessuale o dalle situazioni di estremo maltrattamento può indurre  nel soggetto una sfiducia di base verso "gli altri". Non è infrequente sentire frasi come: "Odio gli uomini e non mi fido delle donne" pronunciate da ragazze che vivono il mondo come nemico, con diffidenza e sospettosità. In molte situazioni l'adulto si sente relegato dietro un sottile ed invalicabile muro, invisibile ma molto resistente, che impedisce ogni forma di avvicinamento fra se stessi e il minore del quale ci si vuole prendere cura. Questi  meccanismi di difesa, messi in atto dal minore  nella relazione quotidiana con un genitore affidatario, un educatore, un terapeuta, possono indurre nell'adulto sentimenti di contro-identificazione. E' difficile riuscire a reggere il bisogno di questi ragazzi di mantenere le distanze, la loro paura di coinvolgersi in qualunque rapporto interpersonale. Come adulti ci si può sentire rifiutati, impotenti, ed agire di conseguenza. Le difese che separano  il minore dal resto del mondo sono, in molte situazioni, tanto forti da non permettere non solo un sano accesso alle relazioni affettive, ma neppure una naturale ed indispensabile curiosità verso la vita. Un atteggiamento di rassegnazione e disinteresse verso la vita, le persone e le cose che li circondano è una tragica quanto diffusa problematica di molti adolescenti vittime di gravi maltrattamenti. A volte questo ritiro dal mondo si manifesta con un fallimento nella vita lavorativa o scolastica, ma in molti casi esso può spingersi fino al punto di portare l'adolescente ad una totale apatia in cui niente e nessuno riesce a risvegliare un qualche interesse. Non è infrequente che il muro di difese che il soggetto erige fra se stesso ed il mondo assuma la forma del comportamento aggressivo, provocatorio, strafottente. Può capitare che un atteggiamento aggressivo, oppositivo, venga scambiato per sicurezza, determinazione. In realtà è molto spesso sintomo di estrema fragilità, di paura. I ragazzi che ostentano questo tipo di atteggiamento sono quelli che hanno bisogno di protezione, aiuto nelle loro decisioni, anche se questo può voler dire scontrarsi duramente con loro (Di Rienzo ed altri,1999).

Lasciasi amare significa rischiare di essere uccisi per questi bambini. La solitudine e il rifiuto, a volte, possono essere percepiti come meno pericolosi dell'amore. I tentativi del minore di allontanarci da lui possono essere vissuti in modo meno persecutorio e negativo se si riesce a leggerli come un disperato tentativo di sopravvivenza psichica. Cercare doveristicamente di amare un bambino che non si riesce ad  amare è un'operazione destinata a fallire in partenza. Scrivono Di Rienzo ed altri (1999): "Quando ci si trova di fronte a bambini che hanno sofferto molto e a lungo prima di essere adottati, ci si sente disarmati. Il loro mondo interiore, caratterizzato dalla mancanza di affetti, è difficile da riempire di contenuti costruttivi. Può capitare che si richiudano in loro stessi opponendo un muro in apparenza invalicabile, o che aggrediscano per paura di dover entrare in relazione con i genitori e per il timore di essere rifiutati ancora una volta". Il mondo interno di questi bambini è in genere popolato di fantasmi terrificanti, caos, rabbie indicibili, mostri, ricordi terribili e dolorosi. Tutto questo il  minore porta a coloro che si prendono cura di lui, tutto questo gli fa vivere e sperimentare standogli vicino, e questo è ciò che spesso ci si trova dentro cercando di amare un adolescente abusato.
      Sara per molti mesi si è comportata proprio in questo modo, sia in comunità che in psicoterapia. Per molto tempo la mia paziente ha trascorso le sedute osservandomi, studiando le mie reazioni alle sue provocazioni, cercando di mettermi alla prova. Con aria strafottente sia nella postura che nel tono di voce ("Ma che cazzo ci sto a fare qui a rompermi i coglioni con una come te!"), guardando l'orologio ogni cinque minuti ("Ancora tutto questo tempo devo stare qui? Non vedo l'ora di andarmene. E' come essere in prigione aspettare la fine dell'ora!"), mi investe di domande sulla mia vita privata. Ci sono lunghi ed interminabili silenzi che mettono a disagio Sara, e per questo lei li interrompe spesso chiedendomi di farle delle domande ("Se no che cazzo di psicologa sei se stai li e non chiedi niente?"), domande alle quali lei però poi non risponde: "Ma che cazzo di domanda è questa? Non posso mica risponderti. Scordatelo che io risponda alle tue domande, soprattutto a quelle così assurde!".  L'aggressività in questo caso è una difesa dalla relazione: la paura di fidarsi degli altri, vissuti come pericolosi e portatori di violenza, rende Sara incapace di relazionarsi al mondo esterno. L'unica relazione possibile passa attraverso l'aggressione, sia fisica che verbale, dell'interlocutore.

Il lavoro con i  soggetti precocemente deprivati e maltrattati mette l'operatore in contatto molto spesso con il tema del rifiuto. Il paziente rifiuta in modo aperto, ed a volte totale, l'adulto che si offre di aiutarlo. Venendo apertamente rifiutati dal bambino ci possiamo trovare privi di speranza, inutili, respinti, confusi e anche molto arrabbiati. Di estremo interesse è l'esperienza della Tavistock  a Londra raccolta nel libro Il lavoro psicoterapeutico con bambini precocemente deprivati (a cura di Boton e Szur, ed Liguori, 1996) che descrive molto bene i sentimenti provati dagli operatori degli istituti per minori abbandonati e dagli psicoterapeuti di questi bambini:  "A volte ci capita di provare tutto ciò (p.s. sentirsi inutili, privi di speranza, arrabbiati, confusi) mentre il bambino resta apparentemente composto, indifferente, più padrone della situazione e più distaccato di quanto non ci sentiamo noi, e ci sentiamo pertanto tentati a rinunciare dato che ci pare di essere così poco importanti per il bambino da riuscire a credere che non soffrirà se ci allontaniamo, ma anzi, resterà indifferente o, meglio ancora, sollevato e trionfante. Il personale degli istituti per l'infanzia è particolarmente vulnerabile a questo trattamento indifferente e sprezzante: come accade per i terapeuti, gli operatori sono messi nella condizione di capire che cosa significhi essere ignorati, disprezzati, irreali, inesistenti. Analogamente ai terapeuti, essi sentono che i bambini vedono in loro 'dei cestini per i rifiuti', dato che i bambini stessi si sentono come 'dei rifiuti' che vanno rimossi dalla pubblica via. L'istituto, analogamente alla stanza della terapia, può essere il luogo dove tutto ciò che viene offerto viene anche immediatamente sporcato o distrutto dal bambino, e dove incessanti sono le nuove richieste..." (pag. 195).
Molto spesso per gli  adolescenti  vittime di gravi maltrattamenti e deprivazioni affettive la vita sembra un ammasso di fatti casuali o arbitrari, e anche la decisione di iniziare una psicoterapia sembra determinata non da loro, ma dal livello di ansia che essi suscitano nelle persone coinvolte.

Proprio questo è accaduto a Sara che viene inviata in psicoterapia perché gli educatori sono disperati e non sanno più cosa fare con lei. La ragazza, ormai ospite da due anni e mezzo di una comunità, sta in quel periodo sviluppando comportamenti fortemente antisociali improntati alla provocazione e alla sfida delle regole. Si era già tentata la strada di una precedente psicoterapia che, mi riferiscono gli educatori, ha portato però pochi miglioramenti in Sara che anzi, in questo periodo, sembra notevolmente peggiorare nel comportamento. Terminata la scuola professionale non vuole lavorare, non rispetta più le regole della comunità e frequenta ragazzi tossicodipendenti con i quali si attarda fino a notte fonda anche contro il permesso degli educatori.


3) Creare un'alleanza terapeutica

In  queste prime sedute accadono alcune cose importanti: come psicologa dentro di me provo emozioni molto intense durante le sedute con Sara che mettono a dura prova la mia capacità di sopportazione. Tuttavia, ascoltando con attenzione il mio mondo emotivo, mi accorgo che non sento solo fastidio e rabbia verso di lei, ma anche molta tenerezza, sentimento sul quale mi sono soffermata a riflettere. Come mirabilmente descritto nel libro della Tavistock, in casi come questi proprio le emozioni del terapeuta sono lo strumento principale della psicoterapia, perché i contenuti verbali o ludici portati dal paziente sono spesso troppo poveri e scarni per essere utilizzati, per lo meno in una fase iniziale del lavoro che in genere si rivela assai lunga.  "Il loro comportamento (p.s. del paziente) costituisce spesso il messaggio più importante e vitale, ed è nostro compito recepirlo e rispondere ad esso in maniera appropriata anche se, talvolta, abbiamo ben poco su cui basarci se non i sentimenti che noi stessi proviamo" (pag. 95).
E proprio le mie emozioni mi hanno guidata durante il lavoro con Sara, aiutandomi a trovare la strada giusta per entrare in comunicazione con lei. La tenerezza nei suoi confronti mi deriva dal sentire che l'arroganza di Sara è solo una corazza protettiva nei confronti del mondo, vissuto come nemico, mondo di cui ovviamente faccio parte anch'io. Solo molti mesi dopo capirò che in realtà non si tratta di una corazza protettiva ma di una vera e propria identità di Sara dissociata, come meglio verrà illustrato in seguito. Sento di condividere con lei questo sentimento di diffidenza e di poterlo accettare perché, mettendomi dal punto di vista della paziente, io sono un adulto potenzialmente maltrattante come tutti gli altri incontrati in precedenza. Sento anche però un suo desiderio di essere lì con me, se non altro perché permette agli educatori di accompagnarla in terapia quando potrebbe tranquillamente disattendere anche questo ordine, proprio come fa con tutte le altre imposizioni di comunità.
Rinvio quindi a Sara questi miei sentimenti, ma "in punta dei piedi" perché questo tipo di pazienti è estremamente vulnerabile e occorre  una grande sensibilità nella scelta dei tempi e degli interventi. Con alcuni bambini così gravemente maltrattati  anche un solo errore può significare una sofferenza insostenibile e, per usare le parole di Meltzer (citato in Boston e Szur, 1996), è a volte necessario arrivare "in punta dei piedi accanto alla sofferenza", soprattutto per ciò che riguarda la relazione di attaccamento su cui in genere questi pazienti raggiungono il massimo della vulnerabilità. Dico quindi a Sara che comprendo il suo bisogno di conoscermi, di farmi domande personali, di studiare le miei emozioni e le mie reazioni nei suoi confronti, per poter capire se fidarsi oppure no di me. Lo rinvio alla paziente come un bisogno legittimo, e per questo accetto di rispondere a molte domande sulla mia vita personale alle quali non avrei risposto con un altro genere di paziente. Con i soggetti precocemente deprivati che nel presente sono ancora disperatamente soli e privi di riferimenti affettivi, occorre una grande coerenza fra ciò che si dice e ciò che si è, perché essi hanno sviluppato un sesto senso nei confronti di ogni minimo segnale di abbandono o di distanziamento emotivo. Pertanto se si legittima il bisogno della paziente di conoscere il terapeuta, sarebbe incoerente non rispondere alle sue domande, ed il silenzio potrebbe far presentificare quest'ultimo come un "oggetto" maltrattante. E' certamente una posizione molto distante da quella teorizzata dalla psicoanalisi che impone invece al terapeuta una estrema riservatezza rispetto alla propria vita personale (regola in molti casi fondamentale per il buon esito della terapia). Tuttavia è improbabile che la psicoanalisi classica, pur valida per la cura di molte psicopatologie, sia indicata per questo genere di pazienti.
Comunico anche a Sara, molto dolcemente e senza aspettarmi alcuna risposta, che io credo che lei guardi l'ora perché le dispiace che il tempo scorra, forse perché le fa piacere restare lì con me. Sara rimane esterefatta da questa mia frase, così diversa dal contenuto verbale ed extraverbale (continui sbuffi) da lei espresso per molte sedute nei confronti del tempo, ma non abbandona l'atteggiamento strafottente: "Ma tu ne spari proprio di cazzate! Ma come diavolo hai fatto a diventare psicologa?". Il momento del mio intervento era evidentemente quello giusto perché dalla seduta successiva Sara appare diversa, meno difesa, e mi chiede con interesse come faccio "a leggerle nel pensiero", come faccio a "capire tutto". "Forse sei una maga!".

La capacità di non contro-reagire alle provocazioni di Sara, di essere il contenitore delle sue emozioni senza per questo venirne travolta, ma anche di leggere dietro la sua corazza le emozioni ed i pensieri che lei non trova il coraggio di "pensare", prima ancora che di comunicare, la capacità di pensare e comunicare questi contenuti "al posto suo", sono stati fattori decisivi per l'inizio della psicoterapia. Intendo dire con le parole "al suo posto" non certo il mettere  in testa alla paziente parole e pensieri non suoi, ma dare voce a quelle parole e quelle emozioni che il terapeuta percepisce ma che il paziente non può permettersi di pensare perché troppo dolorose, sconvolgenti e pericolose. Le emozioni infatti per Sara sono un serio pericolo perché attivano immediatamente la necessità di ripristinare il controllo sulla situazione, con le conseguenti manovre necessarie a ristabilire quella situazione di assenza di emozioni che rende il presente più sopportabile. Pensare di desiderare una persona se si è sempre vissuti in un mondo in cui le persone amate sono sempre state maltrattanti o abbandoniche è qualcosa di intollerabile, ma questo desiderio può diventare pensabile insieme ad un terapeuta che si accinga a far sperimentare al paziente una relazione oggettuale diversa da quelle sino a quel momento vissuta (sulla teoria delle relazioni oggettuali cf. capitolo n. 3 dell'articolo di Roccia, Farci in questo libro).

In queste prime sedute avviene un'altra cosa importate fra Sara a me: quando lei mi chiede di farle delle domande, alle quali appare ovvio che non si sarebbe ottenuta risposta, io formulo domande molto mirate a conoscere la sua storia, i maltrattamenti subiti, gli abusi sessuali patiti. Anche se non ottengono risposta servono a trasmettere a Sara la mia disponibilità a parlare di quelle tematiche, anche di ciò che maggiormente la fa soffrire o appare indicibile. Questa disponibilità si rivela importante qualche settimana dopo quando Sara, incominciando ad instaurare una relazione con me, mi chiederà di ripeterle le domande sulla sua famiglia e sulle violenze sessuali subite, di fingermi un giudice che la interroga. Non a tutte le domande Sara risponderà, ma vuole che le vengano fatte anche domande a cui lei non se la sente di rispondere, come per mettersi alla prova e cercare dentro di sé la forza di rivelare quanto sino a quel momento non aveva potuto essere detto. Formulo quindi con il passare dei mesi domande molto esplicite quali per esempio quella di descrivermi come faceva il fratello a violentarla, che cosa esattamente avveniva, cosa lui le diceva. A queste domande Sara risponde per molto tempo dicendo che non mi risponderà mai perché a ripensarci soffrirebbe troppo e lei vuole dimenticare, ma mi invita anche a riproporle in futuro le stesse domande. Sono "i particolari", come lei definisce il racconto dell'abuso, che Sara sente di non potermi raccontare, probabilmente perché attraverso i particolari il trauma verrebbe presentificato e ciò risulterebbe troppo doloroso.


4) La diagnosi di Disturbo Dissociativo dell'Identità

Quando a poco a poco  Sara riesce ad aprirsi con me, i primi contenuti che porta sono relativi alla sua estrema solitudine, la disperazione ed il dolore per non aver avuto una famiglia normale e per non essere riuscita a trovare una famiglia adottiva. Proprio in relazione alla speranza di poter un giorno trovare una famiglia Sara si ribella all'idea di essere ormai quasi maggiorenne e di doversi trovare un lavoro, di doversela cavare da sola. "Io sono ancora piccola e non so come fanno in comunità a vedermi grande. Non lo vedi tu quanto sono piccola, ho ancora bisogno di tutto, di una mamma e di un papà. Ma come fanno a dirmi che devo andare a lavorare?".

      In  relazione alla madre ed a dolore immenso legato alla deprivazione delle cure materne, Sara ricorda come una delle esperienze più dolorose della sua vita il giorno in cui vede il fratello raccontare alla madre di averla violentata e lei invece di sgridarlo si è messa a ridere divertita, lodandolo per quell'azione e incitandolo a rifarlo. Sara non vuole che io chiami con il termine "mamma" sua madre: bisogna chiamarla "strega" perché è brutta come una strega e perché si è comportata da sempre come tale. Se a volte mi sbaglio ad usare le parole Sara ha una reazione emotiva molto forte e con rabbia e dolore mi dice di non sbagliare, di non dire quel nome perché una mamma non avrebbe mai potuto fare come lei.

Ogni racconto, anche il più doloroso, viene fatto da Sara in modo strafottente, privo di emotività, con aria di sfida. Ad ogni restituzione empatica che io propongo (per esempio: "chissà come devi aver sofferto") la ragazza reagisce alzando le spalle e dicendo "Che me ne fotte!". Sara "se ne fotte" di tutto: è questa la frase più usata sia con me che con gli educatori, frase che induce tanta rabbia a questi ultimi. Ad ogni rimprovero, ad ogni difficoltà, ad ogni dolore la frase è sempre la stessa: "Io me ne fotto!".

Sara presenta un quadro comportamentale e sintomatologico complesso e di difficile definizione. L'instabilità delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sè e dell'umore e la marcata impulsività si esprimono in una modalità pervasiva che suggerisce la presenza di un modello abituale e strutturato di funzionamento sociodistonico che interessa l'area cognitiva, affettiva, il funzionamento interpersonale ed il controllo degli impulsi. Il fatto che la vita psichica di Sara sembri essersi stabilizzata ormai da diversi anni in questo funzionamento, suggerisce l'ipotesi di un Disturbo di Personalità. Per certi tratti tale disturbo sembrerebbe corrispondere alle caratteristiche di un Disturbo Borderline, mentre per certi altri richiama aspetti tipici di un Disturbo Antisociale in via di strutturazione. Diversi elementi fanno pensare, però, anche ad un Disturbo della Condotta: la giovane età, i frequenti atti di prepotenza e prevaricazione, la facilità con cui si lascia andare a manifestazioni aggressive gratuite nei confronti di altre persone, nonchè gli effetti compromettenti che tutto ciò ha sulla sua vita sociale e sul suo adattamento.

L'insieme dei comportamenti di Sara possono però anche essere visti come un continuo alternarsi di tentativi di difendersi e di sottrarsi a sollecitazioni esperite come traumatiche, che per altri versi sembrano intrudere con estrema facilità e costanza nella sua coscienza. La ragazza sembra vivere in uno stato costante di belligeranza, come se fosse permanentemente in trincea contro un mondo prevaricante e minaccioso. Stati di obnubilamento della coscienza si accompagnano a stati di ipereccitazione che denotano una frequente tendenza ad allarmarsi nella relazione con l'esterno. Considerando, assieme a ciò, l'esperienza di eventi stressanti di grado estremo, come l'abuso sessuale subito per anni ed il generale clima di grave violenza e mancanza di protezione che ha caratterizzato il suo allevamento, Sara sembra soffrire dei sintomi tipici di un Disturbo Post-traumatico da Stress cronico. La necessità di fare ordine nella complessità sintomatologica impone però di individuare una definizione diagnostica principale in grado di descrivere e spiegare l'insieme del funzionamento patologico di questa ragazza, e fornire al tempo stesso il migliore orientamento per il trattamento. A questo scopo appare più corretta la diagnosi di Disturbo Dissocciativo (DSM IV), un tempo definito Disturbo di Personalità Multipla (DSM III). La caratteristica di fondo del funzionamento psichico di Sara consiste, infatti, nell'alternarsi di diversi stati di coscienza e, come si vedrà in una fase più avanzata della terapia, nel profondo disagio che ella sperimenta quando è spinta a confrontarsi con questa discontinuità della esperienza soggettiva. In quei momenti il senso di continuità del sè è minacciato o perduto, e Sara tenta di ristabilirlo arroccandosi precipitosamente intorno alla sua identità aggressiva, rifiutante e sociopatica con la quale ha più consuetudine e che, per ragioni che appariranno chiare più avanti, la fa sentire più protetta e al riparo.

Gli stati di coscienza che si alternano in Sara mostrano un grado di autonomia reciproco tale da giustificare l'ipotesi di un Disturbo Dissociativo dell'Identità. Come apparirà più chiaro nella descrizione delle fasi della psicoterapia, la diagnosi principale di Disturbo Dissociativo appare la più giusta in quanto pone al centro dell'attenzione e del trattamento il disturbo di funzionamento della facoltà integratrice della memoria, della coscienza e dell'identità.  Tra gli studiosi è, del resto, sempre più diffusa la convinzione  che, data la posizione gerarchicamente sovraordinata di questa facoltà integratrice rispetto ad altre facoltà mentali, e data la ormai dimostrata strettissima relazione tra eventi traumatici e insorgenza di reazioni dissociative, i Disturbi Dissociativi facciano parte di uno stesso continuum in cui si collocano anche il Disturbo Post-traumatico da Stress, il Disturbo della Condotta (tra i Disturbi della Infanzia, Fanciullezza e Adolescenza), il Disturbo Borderline di Personalità, e anche il Disturbo Antisociale (Liotti, 1993; Gunderson e Sabo, 1993; Van Der Kolk, Van Der Hart, Marmar, 1996).

Nel suo funzionamento Sara dispiega l'intera gamma di fenomeni cui oggi la letteratura si riferisce correntemente con il termine "dissociazione" (van der Hart, van der Kolk, & Boon, 1996). Confrontata con gravissimi eventi traumatici in giovanissima età ed in un contesto affettivo primario del tutto privo della capacità di fornire risposte protettive, come assai spesso accade anche a soggetti adulti, Sara non ha potuto integrare la totalità dell'esperienza traumatica. Elementi sensoriali ed emotivi connessi agli abusi non integrati nella memoria e nella identità sono rimasti al di fuori della  coscienza ordinaria, non organizzati ed organizzabili entro una narrazione personale. La frammentazione di questi elementi è accompagnata da stati dell'Io distinti dal normale stato di coscienza. Si tratta di quella che viene definita "dissociazione primaria", tipica dei disturbi post-traumatici da stress, e le cui manifestazioni sono l'espressione diretta di memorie traumatiche dissociate, come i sintomi intrusivi, gli incubi e i flashback attraverso cui l'esperienza traumatica viene rivissuta bruscamente, malgrado gli sforzi di evitamento del soggetto.
Sara presenta anche le altre modalità dissociative tipiche di questa categoria di disturbi. Nel corso della terapia appare chiaro che per riuscire a sopravvivere psichicamente a ripetute esperienze emotivamente devastanti, Sara è consistentemente ricorsa a quelle manovre di distanziamento che vengono definite "dissociazione secondaria"; ci si riferisce alla scissione della persona in un "Io osservante" ed un Io che vive e subisce l'esperienza traumatica. Si tratta di una manovra difensiva volta a ridurre il contatto con i sentimenti e le emozioni sopraffacenti scatenate dall'esperienza, e realizzare una sorta di anestesia emotiva e psichica a tutela della conservazione di se (su questo tema cf. l'articolo di Roccia e Farci in questo libro, in particolare i capitoli n.3, 4 e 5d). E' un meccanismo ricorrente nelle situazioni peritraumatiche, tipico del Disturbo Acuto da Stress.

Anche se l'amnesia dissociativa appare meno massiccia di quanto si può osservare in casi analoghi, nella mente di Sara gli stati dell'Io distintisi dal normale stato di coscienza al fine di contenere le esperienze traumatiche si sono progressivamente organizzati in stati dotati di un grado di autonomia reciproco, ognuno con un proprio modello di comportamento, proprie cognizioni e emozioni prevalenti. Questa compartimentalizzazione della mente in diverse identità, definita in letteratura "dissociazione terziaria" ha la sua espressione più esemplificativa nel Disturbo Dissociativo dell'Identità. Il soggetto che soffre di questa patologia alberga in se diverse identità distinte, che possono presentare diversi gradi di amnesia reciproca. La situazione di Sara, per via della giovane età e del grado contenuto di amnesia tra le varie parti di se, suggerisce l'ipotesi di un Disturbo Dissociativo dell'Identità in via di strutturazione.


La dissociazione è sempre la risposta ad un trauma di estrema gravità. Nella maggior parte dei casi di dissociazione, diversi schemi o rappresentazioni del Sé devono essere mantenuti in compartimenti mentali separati poiché essi sono in conflitto l'uno con l'altro. "I ricordi del Sé traumatizzato devono essere dissociati perché non possono coesistere con  il Sé della vita quotidiana che appare in possesso di pieno controllo...." (Gabbard, 1995, pag. 276). Nella dissociazione si crea una scissione  così che i contenuti mentali esistono in una serie di coscienze parallele.  "Vengono così a crearsi diverse personalità all'interno della stessa persona. Le diverse 'personalità' nascono con un fine adattativo seguendo una modalità secondo la quale i pazienti si convincono che il trauma infantile stia accadendo a 'qualcun altro'. Esse raggiungono rapidamente delle forme secondarie di autonomia e possono mantenere una credenza, quasi in maniera delirante, nella loro separatezza al punto di credere di poter mutilare i loro corpi o di potersi comportare sotto altri punti di vista in maniera autodistruttiva, senza farsi male realmente" (Gabbard, pag. 279).  "Il trattamento delle reazioni dissociative acute a un trauma deve tenere in considerazione questa difficoltà di integrazione del Sé traumatizzato con il concetto del Sé già costituito, e deve muovere cautamente nella direzione dell'integrazione dei ricordi traumatici, così che l'immagine di Sé precostituita possa lentamente assimilare il Sé traumatizzato senza sentirsi schiacciata da esso. Allo stesso modo ai pazienti deve essere permesso di mantenere il controllo dei propri ricordi per evitare il sentimento di radicale impotenza da essi esperito durante il trauma" (Gabbard pag. 276). Il trauma deve tuttavia essere guardato apertamente se si vuole risolvere la dissociazione, e deve essere il terapeuta a saper dosare il livello di esposizione al trauma tollerabile dal paziente. Spesso altri sintomi sono associati ai disturbi di tipo dissociativo (quali per esempio depressione, ipervigilanza, ansia, Disturbo post-traumatico da stress con tutti i sintomi ad esso collegati etc...), ma essi non sono curabili in terapia a meno che non sia stato direttamente centrato il processo dissociativo (Putman, 1991).
Il concetto di dissociazione può sembrare assai complesso ed astratto, ma esso verrà meglio chiarito attraverso l'esposizione dei dati clinici di Sara.
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5) Mettere in parola il trauma

Dopo circa tre mesi dall'inizio del nostro rapporto terapeutico si presenta per Sara la necessità di essere interrogata dalla Polizia giudiziaria circa la nuova denuncia presentata contro il fratello. Sara teme di perdere il processo, teme che nessuno le creda perché "lei è sola contro tutti". Anch'io non ho molta fiducia in questa istituzione che ha potuto dimenticare per tre anni una denuncia tanto grave in un cassetto, e spiego a Sara che se anche dovesse perdere il processo almeno questo le servirà per spronarla a parlare, per chiarire una volta per tutte chi è la vittima e chi l'aggressore superando la vergogna che la blocca. Penso che Sara non possa parlare a causa della vergogna e del senso di colpa, emozioni sulle quali parlo a lungo rinviandogliele come comprensibili, accettabili, ma da superare perché qualunque cosa possano aver fatto ad una bambina lei non deve mai vergognarsi perché è stata una vittima e non una complice dell'abuso. Questo discorso colpisce molto Sara. Proprio a causa di questi due sentimenti spesso le bambine tacciono per anni l'abuso, o lo raccontano in modo frammentario, confuso, reticente (su questi temi cf. Malacrea, Vassalli, 1990; M. Malacrea, 1998).  L'intervento, che da molti colleghi potrebbe essere giudicato un "agito" da parte di un terapeuta inesperto, è invece volutamente scelto come modalità per trasmettere alla paziente due generi di contenuti importanti: queste emozioni (colpa e vergogna) esistono e bisogna parlarne; la paura e la vergogna sono comprensibili ma vanno superate. Con questo intervento vengono inseriti dei dati nuovi nella mente di Sara che le permettono di ristrutturare la sua mappa mentale che in precedenza non possedeva queste informazioni. Come emergerà in seguito dalla paziente infatti (e come accade quasi sempre nei casi di incesto) la vittima possiede un solo codice di interpretazione di quanto accaduto, quello fornitole dall'abusante e da coloro che hanno assistito, sia pur silenziosi, all'abuso: se  non ti sei difesa vuol dire che ci stavi! Questo modo di interpretare gli eventi ignora la differenza di potere nella relazione e il potere della paura sulla strutturazione del Sé della vittima (Sé colonizzato dal terrore), oltre che la capacità dell'aggressore di dominare attraverso la paura. Quest'ultimo aspetto è troppo spesso sottovalutato dalla letteratura psicologica e psichiatrica, ma certamente esso è molto importante per comprendere che cosa realmente accade nelle relazioni interpersonali in cui la vittima si sente in totale balia del suo aggressore.

Emerge in Sara la vergogna nei confronti del fratellino, a cui lei è molto legata avendole fatto da mamma quando ancora stavano in famiglia: "Se sapesse cosa ho fatto si vergognerebbe di avere una sorella come me". A nulla valgono le mie parole che tentano di convincerla che non è lei a doversi vergognare: "Eh, perché tu non sai ...". Sara appare emozionata (per la prima volta da quando la conosco) e decido di fare un intervento forte per spronarla a parlare. Più volte la invito a raccontarmi che cosa abbia fatto per doversi vergognare, e quando lei con forza risponde che non me lo dirà mai, sposto l'attenzione sull'ansia di giudizio di cui lei stessa aveva in precedenza parlato, invitandola a dirmi che cosa potrei pensare io di lei se "sapessi". Dopo un lunghissimo silenzio segue un "e che ne so!". Le dico che non credo che non lo sappia, e la invito più volte a dirmi quello che le è venuto in mente durante quella pausa di silenzio. In questo passaggio della seduta ho sentito che potevo permettermi di insistere con Sara su questo punto molto angosciante perché il rapporto di fiducia creatosi fra noi lo consentiva. Sentivo (e nuovamente le emozioni del terapeuta si rivelano determinanti nella scelta dei tempi dell'intervento terapeutico), che io potevo sostenerla a sufficienza perché lei potesse permettersi di avvicinarsi ai ricordi traumatici. Oggi non era più veramente "sola contro tutti".
Sara verbalizza che "teme di morire" se mette in parola i suoi pensieri. La rassicuro sugli effetti benefici e non destrutturanti del ricordare e del comunicare il trauma, e dopo una nuova e lunghissima pausa, dice: "Puoi pensare che mi potevo anche difendere. Me lo hanno già detto. Mio padre, non mi ha creduto quando gli e l'ho detto, e poi mi ha detto che se fosse stato vero avrei potuto difendermi visto che avevo già quattordici anni, e non era il caso di andare alla Polizia".  
Anche se evidentemente non basta un commento di una psicologa per eliminare sentimenti di colpa tanto intensi, l'averne potuto parlare insieme ha consentito a me di ripercorre le tappe della sua vita in cui lei aveva cercato di difendersi, per mostrarle un punto di vista diverso dal suo e meno colpevolizzante. Apparentemente i miei commenti cadono nel vuoto ("Già, è vero, ma quando ero piccola, A quattordici anni potevo difendermi meglio, potevo..."), ma in realtà le mie parole sembrano servire ad alleviare, almeno in parte, la colpa e la vergogna di Sara che per la prima volta nella sua vita parla della propria esperienza di abuso:  "Sapessi com'era brutto... Aveva i denti verdi, ma proprio verdi, la gobba, mangiando sbavava come un handicappato. Sapessi come faceva schifo, e quell'odore così disgustoso. Mi ha buttata sul letto chiudendo la porta della camera e poi mi ha spogliata... E mi ricordo che  lui rideva, rideva. Quella risata me la sento ancora nella orecchie...".  Io commento che deve essere terribile avere un simile mostro sul proprio corpo, e riesco a sentire quanto deve essere angosciante la risata dell'aggressore che le risuona nelle orecchie. Anche se il tono emotivo di Sara è apparentemente molto freddo e controllato, le sue parole trasmettono in me tanta angoscia e nuovamente, utilizzando le miei emozioni, metto in parola le sensazioni che la paziente mi trasmette.

"Sai, oggi a scuola è successa una cosa. Ho litigato con un mio compagno. Gli ho tirato un pugno in faccia, lui si è offeso e non mi parla più". Chiedo come mai le sia venuta in mente proprio quella cosa in quel momento: "Perché io  quando lui mi ha messo una mano sulla spalla, ho pensato fosse Lui e l'ho picchiato... Io vivo nel terrore, Lui sa dove vivo, mi può trovare. Io per strada mi giro sempre perché penso di essere seguita, che dietro ci sia Lui... La paura ce l'ho tutti i giorni. Solo se morisse io potrei stare in pace. Finchè è vivo avrò sempre paura...". Sara vuole sapere da me se io al posto suo lo ammazzerei. Seguendo la linea dell'autenticità rispondo affermativamente, che se potessi lo ammazzerei sicuramente, e aggiungo che capisco come ci si debba sentire a vivere con il terrore addosso tutta la vita. Essendo una donna il suo racconto mi colpisce particolarmente, fa risuonare in me emozioni forti di identificazione, di paura, che restituisco alla paziente aggiungendo però che come sua terapeuta mi dispiacerebbe se lei ammazzasse suo fratello perché poi lei andrebbe in prigione e la sua vita sarebbe rovinata per sempre. Sara si sente compresa e capita, e questo le permette di andare avanti nel suo racconto, e di descrivermi minuziosamente tutti i progetti vecchi e attuali che ha fatto e fa su come uccidere "lo stronzo". Solo molti mesi dopo Sara si sentirà abbastanza sicura per dirmi che non solo immagina di vedere il fratello nel ragazzo che la tocca, ma che girandosi vede proprio il suo volto (Sara ha in questi casi delle allucinazioni post traumatiche definite flashback, sintomi tipici del Disturbo post-traumatico da stress). Per questo picchia tutti i maschi con violenza al punto da sembrare una psicopatica. Questo ulteriore aspetto viene celato da Sara perché teme di passare per pazza: sa che ciò che vede non è reale, eppure lei lo vede e quindi ... non può che essere pazza, mi dirà in seguito.

Il rischio di suicidio nei disturbi dissociativi è elevato, ed occorre una particolare attenzione nel cercare di far superare la dissociazione al paziente, non forzando i suoi tempi. In Sara la "paura di morire" se ricorda il trauma, esplicitata al terapeuta, è molto reale e va presa sul serio. La ragazza ha un Sé dissociato. Se guarda la parte di Sé che cerca attivamente di dissociare ha paura di non farcela a sopportare e di uccidersi. Non sottovalutando la paura verbalizzata dalla paziente decido di non forzarla a guardare il trauma per il momento, e di lavorare sugli aspetti della dissociazione dell'identità.

In Sara sembrano esserci almeno tre parti del Sé:1) Quella che io conosco e fino ad ora descritta, che potremmo definire "l'ambasciatrice del Sé" 2) Una parte  iper-sessualizzata (vedremo meglio in seguito questa parte che per il momento Sara non mi ha ancora fatto conoscere e che io so esistere solo dai racconti degli educatori) 3) una sua parte bambina, quella bambina che lei pretende di essere e di cui spesso parla. Solo ritornando indietro nel tempo, ad un'epoca precedente la violenza sessuale, si può trovare una Sara non contagiata dalla violenza sessuale e anche per questo lei ha bisogno di sentirsi piccola.


6) Il significato del comportamento e dell'abbigliamento seduttivo di Sara

La parte di Sara iper-sessualizzata è ciò che ella mostra durante la sua vita quotidiana, ma che cela a me venendo vestita in modo pudico e raccontandomi di quanto lei abbia paura dei maschi. Proprio l'abbigliamento è uno dei motivi di massimo scontro con gli educatori. Sara infatti, soprattutto durante il periodo estivo, si veste in un modo molto sexy e provocatorio nei confronti del sesso maschile: magliette super scollate due taglie più piccole della sua, pantaloni aderentissimi, minigonne vertiginose. Essendo una bella ragazza non passa di certo inosservata ed i maschi le fanno commenti volgari, cercano di toccarla, la seguono fin sotto la comunità facendole proposte oscene. Lei dal canto suo sembra stare al gioco, risponde alle loro provocazioni e fa di tutto per eccitarli. Gli educatori reagiscono al suo comportamento dicendole che si veste come una prostituta e la obbligano persino a prendere la pillola, anche se Sara insiste di non averne bisogno perché lei a letto con i ragazzi non ci andrà mai.

La riflessione sull'abbigliamento, portata avanti per molte sedute, non porta ad alcun risultato sul piano della modificazione del suo comportamento. Sara mi dice che lei si veste così perché le piace e se gli altri non sono d'accordo "che si fottano". Io mi soffermo più volte sugli svantaggi del suo abbigliamento sia per il fatto  che i maschi così tentando di toccarla e lei prova angoscia e rabbia, sia per i violenti attacchi verbali e le squalifiche degli educatori, squalifiche che comunque la fanno soffrire anche se lei insiste che "se ne fotte". Noto anche che Sara porta legata in vita sempre una maglia che le copre il sedere, e insieme capiamo che la maglia serve per non far vedere il sedere ai maschi visto che il pantaloni sono troppo attillati. Ma allora, mi chiedo e  chiedo alla paziente, perché non comprarli di una taglia più grande e rinunciare alla maglia? A questa domanda e alla precedente non trovo risposta finchè non viene fatta diagnosi di dissociazione. Tutto appare allora chiaro ed anche i miei interventi terapeutici cambiano radicalmente impostazione. La ragazza che compra i pantaloni attillati non è la stessa che si lega il maglione intorno alla vita, così come la ragazza che eccita i maschi con il suo abbigliamento non è la stessa che è spaventata da un qualsiasi contatto fisico. Certamente non dobbiamo immaginare Sara come il personaggio di un film che ha diverse personalità "alternanti": la rilevanza data dai mass media a questa patologia, distorta e romanzata da diversi personaggi di celebri film, ha in parte ridicolizzato i disturbi dissociativi. Sara non è l'eroina di un film ma è una ragazza con disturbi dissociativi dell'identità che la rendono molto difficile da capire da coloro che si prendono cura di lei. E' difficile infatti credere che davvero Sara, una piccola bambola sexy, non abbia mai avuto rapporti sessuali con degli uomini dopo l'allontanamento da casa, come lei invece ha sempre sostenuto. Tale ipotesi diventa tuttavia possibile se si tiene conto delle diverse identità di Sara: l'una eccita i maschi e l'altra li teme e li picchia.

Anche io stento a credere che Sara davvero non abbia rapporti sessuali con i ragazzi fino al giorno in cui in una seduta avvenuta molti mesi dopo l'inizio della psicoterapia mi appare più chiaro il significato del suo abbigliamento e del suo comportamento. Propongo a Sara uno psicodramma in cui cerco di far dialogare le due personalità, "la puttana" e quella che è invece terrorizzata dai maschi. Anche se lo psicodramma suscita nella paziente molte resistenze (in supervisione capirò poi che occorre avere molta cautela nel far incontrare le diverse personalità per evitare di aumentare la dissociazione acuendo l'incomunicabilità fra le diverse personalità che incontrandosi potrebbero far provare troppa angoscia alla paziente), esso produce degli importanti risultati in termine di comprensione del comportamento perverso della ragazza.
Sara dice di aver provato molta paura in questo gioco, paura soprattutto di essere matta. A seguito di alcune osservazioni della paziente le dico che forse tutto ciò potrebbe avere a che fare con suo fratello. Proprio a seguito di questo commento Sara fa una serie di associazioni libere che la portano a ricordare che a casa si vestiva sempre "da monaca" per evitare di eccitare suo fratello ("Se fossi nata maschio non mi sarebbe successo, è tutta colpa del mio corpo da femmina!), e solo da un anno a questa parte ha incominciato a vestirsi così. Capiamo insieme il significato post traumatico del suo comportamento: Sara provoca i maschi sia con l'abbigliamento che con  le azioni e le parole in modo da far sì che loro si eccitino e cerchino di toccarla. A quel punto, con una sorta di rivalsa nei confronti di suo fratello del quale ha sempre subito inerme gli attacchi, può finalmente avere la sensazione di uscire vittoriosa dall'esperienza di abuso perché, "mandandoli a fan culo", come lei dice, può prendersi la rivincita sul suo vero aggressore. Ciò è tanto più vero se consideriamo il fatto che Sara in quel momento, come lei dice proprio a seguito di questa mia interpretazione, vede davvero la faccia di suo fratello nell'uomo che sta maltrattando. "Io lo so che non può essere vero, eppure a quegli stronzi gli si cambia la faccia e gli viene proprio la faccia di quel bastardo!" .

Questo comportamento illustra  bene il concetto di perversione elaborato da Stoller (1979) che ritiene il comportamento perverso "la forma erotica dell'odio". La perversione secondo l'autore non sta tanto nell'azione sessuale quanto nella meta ultima di quell'azione, appunto l'odio, una rivalsa su traumi infantili non elaborati. L'oggetto delle azioni sessuali  viene spersonalizzato e diventa privo di valore se non per quegli aspetti che consentono di rimettere in scena, uscendone vincitori, il trauma infantile. Estela Welldon analizza questo meccanismo nelle perversioni femminili e nelle prostitute, proponendo una riflessione sul significato perverso e post-traumatico della prostituzione.

La comprensione psicodinamica del comportamento di Sara è estremamente interessante ed utile al terapeuta, ma non serve a produrre alcun cambiamento in Sara.  La personalità dissociata di Sara, fino ad ora mai entrata veramente in seduta (ricordo che lo psicodramma sopra riportato si riferisce ad un'epoca successiva alle sedute qui descritte) viene fuori con chiarezza in psicoterapia quando io chiedo a Sara di farmi conoscere anche "l'altra Sara" che ancora non ho avuto modo di vedere (ma che io sapevo esistere dai racconti degli educatori), aggiungendo che avrei molte cose da dirle e parlando di lei come se si trattasse davvero di un'altra persona. Questa tecnica terapeutica è illustrata da Kluft (in Gabbard, op citata, pag. 279), e sembra essere l'unica in grado di mettere il terapeuta a conoscenza delle altre personalità, come ho io stessa avuto modo di constatare anche con altre pazienti con problematiche analoghe. La ragazza appare spaventata o infastidita (è sempre difficile capire le sue emozioni perché apparentemente è sempre aggressiva e distaccata). La richiesta di conoscere anche "l'altra Sara" viene da me formulata in più sedute  ed anche se a parole la paziente mi dice che non me la farà mai conoscere perché poi "mi farebbe schifo", nei fatti la fa entrare in seduta raccontandomi di come passa il suo tempo libero. Al mattino sta sul balcone, sputa in testa ai marocchini che passano e li insulta. Nel corso della seduta successiva aggiunge nuovi particolari al racconto dicendomi che sempre dal balcone fischia ai ragazzi facendo apprezzamenti sul loro "culo", o lancia la frutta marcia addosso ai Vigili Urbani. Ad ogni nuova rivelazione sull' "altra" Sara mi chiede che cosa ne penso, ed io rispondo con sincerità osservando che deve essere molto triste passare una vita così vuota. Sara mi risponde che a lei "quella" le fa schifo, e che fa schifo anche agli educatori. Sara quando parla dell' "altra" ne parla sempre in terza persona.

Solo dopo alcune sedute in cui studia con attenzione la mia reazione alla, sia pur cauta, presentazione della Sara che ancora non conosco, la ragazza accetta il mio invito di venire in seduta vestita come abitualmente ama vestirsi. Quando ciò accade mi chiede con insistenza che cosa penso di lei e di farle da specchio per dirle che cosa vedo. Sara non si guarda mai allo specchio quando si veste in modo sexy perché sa, lei dice,  che se lo facesse inorridirebbe di fronte a se stessa e non potrebbe mai più uscire di casa. Io le faccio da specchio e le dico che cosa vedo: una ragazza bellissima e molto sexy, che sembra più grande dei suoi diciassette anni, con un bellissimo seno (in gran parte non coperto dalla maglietta), ed aggiungo che se io fossi un uomo senza dubbio mi sentirei attratto da lei. Sara non sa invece dire che cosa lei pensi di sé vestita in quel modo perché non si è mai guardata, e non accetta la proposta di farlo insieme a me durante la seduta: "Sei pazza? Poi come farei ad andare a casa vestita così se mi guardo allo specchio e mi vedo?".

La dissociazione emerge in modo molto evidente anche durante una seduta in cui lavoriamo sulle parti negative e positive di se. Di positivo di se stessa Sara non sa dire assolutamente nulla, ma io le faccio notare che forse gli educatori qualche cosa di positivo in lei ci vedono se hanno deciso di pagare proprio a lei la terapia e non alle altre ragazze. In realtà l'intervento non è corretto da un punto di vista della realtà perché, come scoprirò in seguito, gli educatori non vedono assolutamente nulla di positivo in Sara e la terapia la pagano solo per disperazione. Tuttavia il mio intervento fa emergere con chiarezza il fatto che le due personalità di Sara non solo non si parlano, ma sono nemiche l'una dell'altra. Sara mi dice che se ha fatto qualche cosa di buono in comunità non se ne è mai accorta, e mi chiede di domandarlo al posto suo agli educatori. Ci tiene molto e mi ripete la richiesta più volte ma aggiunge: "Mi raccomando, se ti rispondono non dirmelo mai perché se vengo a sapere che cosa di me piace agli educatori poi va a finire che  faccio di tutto per non fare più quello che  a loro fa piacere, e così non gli piacerei più". Sara è molto preoccupata che io per sbaglio le faccia conoscere quanto mi diranno gli educatori, e più volte mi raccomanderà di non dirglielo. La sua reazione sarebbe di certo incomprensibile se Sara non avesse dentro di sé una bambina desiderosa di essere amata a di farsi accettare, ma anche una ragazza provocatoria e distruttiva che rovina tutto ciò che l'altra desidererebbe costruire.


7) L'ascolto del "vuoto"

In questo periodo il rapporto fra gli educatori e Sara, da sempre molto teso, peggiora notevolmente. Il suo comportamento è sempre più provocatorio sia nella sfida alle regole della comunità, sia nelle relazioni interpersonali improntate ad aggressività verbale, sia nelle provocazioni sessuali lanciate a tutti i maschi che passano per la strada. Gli educatori contro-reagiscono alle provocazioni di Sara comportandosi essi stessi ora da adolescenti, ora da genitori maltrattanti: la insultano, la minacciano (le dicono continuamente che intendono espellerla dalla comunità), la squalificano davanti alle altre ragazze, la umiliano (per esempio le lanciano in testa l'acqua del cane dal balcone perché è arrivata in ritardo, o la fanno dormire sulle scale del condominio perché sistematicamente arriva oltre l'orario stabilito), si rivolgono a lei in tono sprezzante e aggressivo. Come emerge da un colloquio avuto con l'équipe di educatori, Sara è il bersaglio delle proiezioni negative di tutto il gruppo. "E' una prostituta dalla sessualità incontrollata ed incontrollabile", mi dicono, "è una delinquente, una sfaticata, al mattino non riesce neppure ad alzarsi dal letto per andare a lavorare". In tali occasioni gli educatori la lasciano a letto perché opporsi a lei, mi dicono,  richiede troppa fatica e loro hanno tante altre ragazze a cui badare, salvo poi insultarla e disprezzarla per non essere riuscita ad alzarsi. Hanno deciso, aggiungono, di mandarla via dalla comunità qualche mese dopo, al compimento dei diciotto anni, e fino ad allora "cercano di sopportarla". Rifiutano persino il progetto di farle fare le pulizie dei locali, o di lavare e stirare i vestiti (progetto pensato per evitare che la ragazza trascorra le giornate sul balcone, con un inevitabile senso di fallimento che si conferma di giorno in giorno): per fare ciò bisognerebbe seguirla, starle dietro, controllare se lavora, e nessuno ha voglia di occuparsi di Sara. Il miglior progetto che riescono a immaginare per lei (sia pur a livello di fantasia) è di inserirla in una struttura per ex prostitute o per ragazze madri perché se anche adesso ancora non è né prostituta né madre, lo diventerà di certo in seguito. Ciò che appare maggiormente preoccupante è che i sentimenti negativi degli educatori nei confronti di Sara, in parte più che comprensibili tenuto conto delle gravi problematiche presentate dalla ragazza, vengono negati e non riconosciuti, con la conseguenza di essere agiti anziché fatti oggetto di riflessione all'interno dell'èquipe educativa (cf. su questo argomento l'articolo in questo libro di Daniela Bruno).

Sara scappa dalla comunità trascinandosi dietro una ragazzina più piccola di lei: la Polizia le ferma e le riconduce in comunità. Mi dirà di essere scappata perché tanto ha capito che "sta sul culo a tutti e in comunità ci sta troppo male". Questo gesto acuisce lo scontro fra la ragazza e gli educatori, ed io come terapeuta mi trovo a dover cambiare l'obiettivo della psicoterapia. Se inizialmente mi ero prefissa di favorire l'integrazione del Sé e ridurre la dissociazione, elaborando, sia pur lentamente, l'esperienza traumatica, oggi mi trovo ad avere come obiettivo immediato quello di aiutare Sara ad adattarsi alla realtà ed a ridurre i comportamenti provocatori. A nulla sono valsi i miei sforzi di far cambiare l'atteggiamento degli educatori nei confronti della mia paziente e mi trovo quindi a dover curare un adolescente che, paradossalmente, è vittima di maltrattamenti (psicologici anche se non fisici) da parte non più della famigli
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