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Area bambini e adolescenti / Problemi di comportamento

approfondimenti sui problemi di comportamento bambini e adolescenti

articoli sui problemi di comportamento  in bambini e ragazzi

 

Il carcere a undici anni. E poi? 

( di Cristina Roccia)

Nei quotidiani di fine anno leggiamo la sconvolgente notizia che in Colorado un bambino svizzero di undici anni è stato due mesi in carcere per aver molestato sessualmente la propria sorellina in giardino. I vicini di casa infatti, accortisi del fatto, avevano chiamato la Polizia che prontamente è intervenuta ad arrestare il sospettato. A nulla sono valse le disperate dichiarazioni di Raoul che affermava di aver solo aiutato la sorellina a fare la pipì; un reato è un reato, devono aver pensato i poliziotti, qualunque sia l'età di colui che lo commette, ed hanno tenuto in cella il bambino per due mesi in attesa che il giudice, per scadenza dei termini di custodia cautelare e quindi anche senza alcuna dichiarazione in merito sulla vicenda, decidesse di liberarlo.

Non sappiamo molto di più della vicenda, né delle dinamiche della presunta violenza sessuale, se ci sia stata veramente una sopraffazione del fratello sulla sorellina o se si sia trattato di un semplice gioco fra bambini giudicato in modo distorto da vicini sessuofobi. Questo tuttavia non è particolarmente importante perché la storia di Raoul ci invita comunque a riflettere sulle risposte della nostra società alla sessualità dei minori che ci sono vicini. Da sempre la risposte culturali e pedagogiche oscillano tra la repressione e la rimozione, fra persecuzione e silenzio. La nuova sensibilità sociale al fenomeno dell'abuso sessuale ai danni dei minori, invece di portare ad un aumento del senso di responsabilità e dell'impegno ad elaborare con i minori le problematiche sessuali attraverso il dialogo, attraverso la valorizzazione della sessualità e attraverso la comunicazione di regole chiare e strutturanti, spinge gli adulti a battere le vecchie, ma sempre affascinanti strade, della punizione sadica.

Gli adulti attorno al piccolo Raoul invece di innescare una risposta persecutoria ai danni del bambino (una risposta peraltro enormemente colpevolizzante anche per la piccola sorellina) avrebbero dovuto impegnarsi nel realizzare gli obiettivi fondamentali che devono essere perseguiti di fronte alle manifestazioni dissociali della sessualità dei minori: 1) interrompere con fermezza priva di sadismo i suddetti comportamenti; 2) comunicare e motivare regole chiare (per es. la sessualità fra fratelli non deve essere agita, non deve esserci sopraffazione del più forte sul più debole etc.); 3) aiutare i minori a mettere in parola in un contesto dialogico benevolo e non colpevolizzante vissuti emotivi, sensazioni e fantasie legati alle esperienze sessuali, per evitare la ripetizione degli agiti.

Certamente molti italiani si saranno indignati di fronte alle leggi americane che rispondono in modo così repressivo alla sessualità dei bambini, altri avranno magari sorriso pensando con sollievo al fatto che da noi questo non avrebbe mai potuto succedere ma, chissà, forse qualcuno si sarà anche chiesto se proprio questa non possa essere la giusta risposta di fronte a ragazzini che si presentano già in tenera età come dei "devianti in erba". La così dettapedagogia nera, per usare un termine caro ad Alice Miller, ha dominato la pedagogia dell'Europacivileper secoli ed il riformatorio, (forse non così dissimile dal carcere americano per lo meno per quanto riguarda la sofferenza psichica fatta vivere ai piccoli ospiti), ha costituito per decenni la risposta ritenuta corretta per quei piccoli delinquenti che occorreva "raddrizzare" il prima possibile. A dire il vero la sola ipotesi dell'esistenza di una sessualità nell'infanzia è stata ritenuta pericolosa, ed il suo manifestarsi un comportamento da estirpare con ogni mezzo, fino gli inizi del novecento quando le innovative teorie di Freud ne hanno legittimato l'esistenza. La letteratura pedagogica dei secoli XVIII e XIX è piena di consigli e teorie per educatori e genitori su come eliminare, con ogni mezzo ivi compresa la tortura fisica, ogni curiosità o manifestazione sessuale nel fanciullo.

Ma, in un paese progressista come il nostro, il carcere come risposta ad un comportamento sessuale infantile appare certamente alla maggior parte delle persone una risposta del tutto inadeguata. Ma cosa sarebbe successo se Raoul fosse vissuto in Italia e nel giardino di casa avesse avuto dei comportamenti sessuali strani con la sorellina? Probabilmente niente; con molta probabilità il vicino di casa avrebbe fatto finta di non vedere, proprio come fanno la maggior parte degli educatori che, nell'illusione di essere "moderni", al passo con i tempi, chiudono occhi e orecchie di fronte ai comportamenti sessuali dei minori. Proprio questo è l'atteggiamento di gran lunga più diffuso fra gli insegnanti, gli educatori, i genitori che da anni vengono formati sul tema dell'educazione sessuale dagli esperti di Synergia. Il silenzio è la reazione più diffusa rispetto a questo argomento, tanto che spesso nelle scuole, soprattutto nelle elementari, sono proprio i genitori ad opporsi all'inserimento dell'educazione sessuale nelle attività didattiche. La sessualità i bambini la impareranno da soli quando sarà il momento giusto, dicono in molti trovandosi uniti nella crociata per il silenzio pur nella diversità di ceto sociale e culturale.

Se cinquant'anni fa il bambino che in classe si masturbava apertamente davanti agli altri poteva ricevere una risposta altamente punitiva e stigmatizzante, oggi all'opposto si sentono insegnanti che fanno finta di non vedere, sperando che anche il resto della classe sia colta dalla stessa cecità collettiva. Lo stesso silenzio contagia i genitori quando di fronte ad una scena erotica in televisione cambiano canale, o fanno finta di non sentire le domande su che cosa Bill Clinton abbia fatto di tanto grave da occupare i palinsesti televisivi di tutto il pianeta. Ma il silenzio può essere anche, all'opposto, permettere al minore di guardare scene erotiche in televisione o sui giornali senza aiutarlo a comprendere cosa ha davanti agli occhi, o permettergli di agire una sessualità "libera" che essendo vissuta nella più assoluta solitudine ed ignoranza diventa per la maggior parte dei ragazzi fonte di grande sofferenza.

E' possibile quindi che se la vicina di casa di Raoul fosse stata italiana avrebbe girato la testa dall'altra parte, evitando quindi l'imbarazzo di dover affrontare con altri il tema della sessualità ed eventualmente dell'abuso, e nessuno ne avrebbe saputo niente. Ma del resto, forse, nessuno avrebbe saputo niente se Raoul fosse stato negro, o ispano, invece che svizzero.

Le risposte oscillanti della punizione sadica e della rimozione, sia pur così diversi tra loro, hanno la caratteristica comune di lasciare solo il minore con la propria sessualità e, se davvero di comportamenti abusanti si è trattato, di lasciare da soli con la propria sofferenza entrambi i protagonisti dell'esperienza sessuale. Certamente una risposta punitiva così estrema come il carcere non può essere utile ad un bambino. Sia che Raoul abbia giocato semplicemente con il corpo della sorellina (come fanno la maggior parte dei bambini sani in alcuni momenti della loro vita), sia che lo abbia davvero violato con comportamenti violenti (cosa che l'assenza di un qualsiasi processo non ci permetterà mai di sapere), l'essere prelevato da casa e inserito nell'ambiente carcerario può aver generato nel minore un trauma di estrema gravità che lascerà forse tracce indelebili nella sua psiche. Il trauma è definito da alcuni autori come l'improvvisa rottura dei legami di attaccamento del soggetto. Uno specifica malattia, il Disturbo Post Traumatico da Stress, si può sviluppare in chiunque sia esposto a un'esperienza traumatica sopraffacente, ma è dimostrato che i bambini e gli adolescenti sono più vulnerabili e quindi più esposti al rischio di sviluppare tale grave conseguenza. Uno studio su venticinque bambini rapiti su uno scuolabus per alcune ore a Chowcilla (Stati Uniti d'America) è stata volta in America ed ha dimostrato che quattro anni dopo l'evento tutti i bambini, a prescindere dalla loro età, mostravano ancora gravi effetti post traumatici. Se poche ore di terrore possono generare un trauma tanto grave e devastante da lasciare tracce a distanza di anni, quali conseguenze possiamo immaginare su un bambino dopo sessanta giorni di carcere?

 

L'aggressività negli adolescenti


A cura di Ketti Chiappa  
Centro Studi e Ricerche Nostos
Articolo tratto dal sito www.dipendenze.com

Negli ultimi anni il livello di aggressività e d'insofferenza dei ragazzi è aumentato, il loro comportamento dipende in maniera consistente anche dall'atteggiamento generale della società verso la violenza e dal valore che l'opinione pubblica da alla convivenza civile, alla pace, alla diversità individuale, alla protezione verso i più deboli.
Alla distorsione dei valori dobbiamo aggiungere una situazioni di crisi delle certezze educative, che da un modello autoritario sono passate ad un modello di totale assenza dei limiti, il quale alimenta il loro senso di onnipotenza.

La pubertà è un momento difficile, nel quale avvengono cambiamenti fondamentali per la persona, a livello biologico, psicologico e sociale, questo porta un'estrema confusione al soggetto il quale la maggior parte delle volte si trova ad affrontare da solo la sofferenza che questo vortice di cambiamenti comporta.

Il ragazzo a cui ci stiamo riferendo non è necessariamente un soggetto con una grave patologia mentale, bensì il ragazzo della porta accanto, che potrebbe anche essere nostro figlio.

Non dobbiamo vedere queste problematiche lontane da noi, dobbiamo cercare in ogni modo di prevenirle e se sono già presenti non avere vergogna di parlarne con qualcuno che ci possa aiutare a risolverle.

Spesso sono i genitori stessi le vittime dell'aggressività dei loro figli ma questo fenomeno è ancora poco conosciuto in quanto i genitori/vittime tendono a tenere nascosto il loro dolore nei confronti del mondo esterno.

L'aggressività dei minori nei confronti dei loro genitori viene considerata come qualcosa di caratteristico, di fisiologico dell'età adolescenziale che col tempo andrà attenuandosi, ma non tutti gli adolescenti utilizzano la violenza per affrontare le discussioni con i genitori e questo ci porta a capire che gli acting-out adolescenziali, sono patologici nel momento in cui il soggetto per risolvere i suoi problemi intrapsichici e interpersonali, utilizza azioni violente in modo costante e prolungato.

Secondo una ricerca statunitense del 1978, effettuata da Strass, il 10% dei soggetti di età compresa tra i 3 e i 18 anni, colpiscono i loro genitori ogni anno. Un'altra ricerca effettuata nel Michigan testimonia che l'11% di un campione di adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 18 anni ha assalito almeno 1 volta negli ultimi 3 anni i propri genitori. Ed infine un'altra ricerca effettuata in Giappone in una clinica psichiatrica, afferma che il 3% della popolazione era carnefice dei propri genitori. Secondo alcuni studiosi la frequenza di questa forma di violenza è dovuta alla struttura matriarcale di questa società, in cui i padri sono poco presenti in famiglia, sia da un punto di vista fisico che psichico; i figli si trovano soli con la propria madre, stretti in una relazione esclusiva, soffocante, dalla quale tenderebbero a fuggire attraverso l'uso della violenza. Alla base di questo comportamento vi sarebbe un profondo amore e non come si potrebbe pensare un profondo odio verso i genitori. Questo legame genitore-figlio è così forte che per essere rotto è necessario l'utilizzo della forza, in modo che il figlio possa acquisire la propria identità e indipendenza; questa forza si trasforma i violenza in quanto non conosce limiti e procura lesioni non solo al corpo, bensì profonde sofferenze morali.

Uno psichiatra francese, Laurent, ha messo in evidenza i principali contesti familiari, che potrebbero favorire l'insorgenza delle violenze familiari ed in particolare dei figli verso i genitori:

1. Famiglie in cui i genitori non pongono limiti ai propri figli: la violenza diventa un mezzo di comunicazione abituale tra genitori e figli, in quanto i genitori hanno volontariamente rinunciato all'autorità sui loro figli; questo può essere dovuto:

- All'adesione non critica alle moderne teorie dell'educazione: colpevolizzare in modo eccessivo l'uso dell'autorità, dimettersi dal ruolo del genitore per acquisire quello di amico;

- Sensi di colpa nei confronti del figlio (sfortunato) per separazione, divorzio o malattia del figlio;

- Malattia, solitudine, isolamento o fragilità del genitore che gli renda impossibile assumere il proprio ruolo.

Questa mancanza di regole rende insicuro il bambino, che si trova ad assumere una posizione di indipendenza prima che il suo sviluppo glielo consenta; questi ragazzi rimangono però molto dipendenti dai genitori da un punto di vista emotivo e questo li obbliga a compiere atti aggressivi per spararsi da loro. In questa tipologia di famiglia vi è un'estrema tolleranza nei confronti della violenza dei figli, in quanto riconoscerla comporterebbe ammettere l'insuccesso del proprio ruolo di genitori.

2. Famiglie in cui i genitori sono iperprotettivi nei confronti dei loro figli: i desideri del figlio sono immediatamente esauditi di qualsiasi tipo essi siano, in questo modo egli diverrà sempre più tirannico e svilupperà un'incapacità di fronteggiare il mondo esterno e le sue stesse richieste. Solo di fronte ai genitori il figlio si sentirà onnipotente e questo comporta una totale dipendenza da loro. Verso l'esterno invece mostrerà ansietà e timore in quanto privato di ogni esperienza e di ogni apprendimento, opera al di sotto del suo potenziale cognitivo.

3. Famiglie in cui il bambino ha il ruolo di genitore: si tratta di un'inversione di ruoli, nella quale il figlio assume la posizione di confidente sempre presente, colui che rassicura e consola. Questi genitori sono caratterizzati da estrema fragilità, da isolamento ed hanno bisogno del loro figlio per combattere il loro senso di vuoto, la solitudine, la depressione.

4. Famiglie in cui il bambino è oggetto di conflitti parentali: in certe coppie conflittuali, il bambino è utilizzato da un genitore per costruire una coalizione contro l'altro genitore, verso il quale saranno poi dirette le azioni violente.

5. Famiglie in cui gli stessi minori sono state vittime di maltrattamenti da parte dei loro genitori: il maltrattamento può essere sia a livello di carenze affettive che di violenze psicologiche o fisiche. Il bambino imparerà ad utilizzare la violenza per risolvere i suoi conflitti.

6. Famiglie di tipo incestuoso: sembra esistere in queste famiglie una relazione di tipo incestuoso tra il bambino e il genitore picchiato dalla stesso. Il bambino potrebbe utilizzare la violenza sia per rimproverare il genitore di aver rotto il patto incestuoso, sia per liberarsi a sua volta della relazione esclusiva e soffocante. Un esempio di questa famiglia è una madre che squalifica il padre sia fisicamente che emotivamente e instaura col bambino una relazione opprimente e ossessiva. Il bambino si trova a scegliere tra 2 soluzioni estreme, essere uguale o completamente differente, ovvero in rottura, ricorrendo se necessario anche alla violenza.

7. Patologia psichiatrica del bambino: l'aggressività non è qui conseguenza di particolari dinamiche familiari, bensì dipendente dai disturbi della personalità del bambino. Le patologie sottostanti, diagnosticate con maggiore frequenza sono l'autismo, le ossessioni, la depressione e le psicosi, che vengono diagnosticate solo dopo alcuni mesi o anni dalla comparsa dei comportamenti aggressivi.

Le teorie sociologiche della devianza che possono spiegarci l'origine dell'aggressività sono:

1. La teoria dello stress: gli individui sono diversi tra loro in quanto hanno una diversa soglia di sopportazione dello stress, delle privazioni, delle frustrazioni ed una diversa disponibilità di risorse, di controllo dell'angoscia che le diverse situazioni possono suscitare. Il comportamento aggressivo si sviluppa per far fronte all'ansia intollerabile.Secondo una ricerca, la maggior parte dei delinquenti violenti è caratterizzata da un basso controllo degli impulsi, da rabbia, da mancanza di autostima e di empatia verso gli altri, hanno anche una limitata tolleranza alle frustrazioni. L''adolescenza è già di per se un periodo delicato, turbolento, che mette a dura prova l'essere umano.

2. La teoria della sub-cultura e della devianza giovanile: sono i valori sociali che danno significato e direzione agli atti degli individui, i quali risolvono i loro problemi nel rispetto delle norme socialmente condivise. Non sempre il soggetto fa riferimento ai modelli culturali della società, in quanto potrebbero essere non adeguati per risolvere i suoi problemi. In questo caso il soggetto frustrato e disperato potrebbe rivolgersi a persone che hanno le sue stesse difficoltà e che condividono le stesse regole culturali (sub-cultura); queste regole possono legittimare la violenza. Possiamo suddividere i crimini tra: violenti idiomatici (persone con un grave problema psicologico) e crimini violenti regolarmente prescritti ( commessi da membri di una sub-cultura per la risoluzione di problemi). Questa teoria è valida per spiegare la violenza verso i membri esterni alla famiglia o comunque che non abbiano un legame stretto con il soggetto. Secondo alcune teorie la violenza idiomatica è quella che viene esercitata dai soggetti nei confronti dei propri parenti stretti; quelle persone che invece sono isolate dalla famiglia sono prevalentemente coinvolti da gruppi sub-culturali.

3. La teoria dell'apprendimento sociale: aggressione e violenza sono condotte apprese tramite l'osservazione del comportamento altrui; questo rapporto di causa-effetto è abbondantemente confermato da studi longitudinali sui maltrattamenti dei bambini, che si riproducono di generazione in generazione tramite un modello di sopraffazione (si pensi all'assurdità di una madre che percuote i figli perché si picchiano tra di loro dicendo: non si picchia!). Questa teoria spiega sia la violenza tra parenti stretti sia la violenza agita dai giovani al di fuori del proprio ambiente familiare.

4. La teoria del controllo sociale: attraverso dei processi di socializzazione ogni individuo interiorizza sin da piccolo le norme della società che devono essere rispettate, si parla in questo caso di controllo sociale interno, in cui le regole assumono un valore personale e il tradirle è un andare contro se stessi. Non tutte le persone arrivano a quest'acquisizione e perciò necessitano di un controllo sociale esterno, che è la punizione o la semplice minaccia della stessa. Secondo questo sistema, maggiore è la severità della pena, la certezza di essere puniti e la celerità del sistema giudiziario, minore dovrebbe essere la violazione della norma. Alla luce di queste considerazioni, possiamo affermare che la violenza nei confronti dei genitori aumenta se c'è:

- Accettazione della violenza, ritenuta né buona né cattiva;
- Bassa probabilità di essere puniti dai genitori;

- Bassa probabilità di essere arrestai dalla polizia per il maltrattamento;

- Utilizzo di droga.

Possiamo fare alcune riflessioni conclusive:

- Le più frequenti manifestazioni di aggressività dei figli verso i genitori vanno anche viste alla luce dei cambiamenti che sono avvenuti all'interno della struttura familiare; un tempo la famiglia allargata offriva la possibilità ai bambini di avere dei sostituti di soccorso (nonni, zii..), i quali potevano fronteggiare le carenze dei genitori naturali. Oggi la famiglia nucleare, dispersiva e spesso dissociata, non da più sicurezza al minore in quanto alcuni genitori non sono in grado di sostenere il loro ruolo.

- La "violenza spettacolo" alla quale si assiste quotidianamente attraverso i mass-media o tramite i videogiochi, è particolarmente pericolosa, in quanto si perde il confine tra realtà e simulazione; gli adolescenti tendono per imitazione ad assumere gli stessi comportamenti dei loro idoli e dei loro eroi. La violenza percepita da principio viene elaborata dalle nostre capacità critiche ma poi con un'esposizione ripetuta si perde questo filtro e si assiste allo spettacolo senza scartare o elaborare alcunché. La violenza diviene così normalità e col passare del tempo neanche si inorridisce più di fronte ad essa.

- La scuola stessa è un'istituzione violenta in quanto è incapace di cogliere la creatività e la predisposizione di ogni singolo studente; obbliga ciascuno ad aderire agli standards che privilegiano la supremazia dell'uno sull'altro, chi non vi rientra è considerato un emarginato e rifiutato dalla collettività. Prima o poi questo soggetto manifesterà la sua violenza.

- La violenza verso i genitori è un universo poco esplorato e difficilmente esplorabile ma merita di essere approfondito. Finchè questa violenza non verrà riconosciuta dalla collettività e dagli stessi operatori sociali, ma continuerà ad essere vista come una tipica manifestazione adolescenziale, questo fenomeno rimarrà socialmente poco visibile.La società ci manda il messaggio che per il bene dei nostri figli dobbiamo sacrificarci, sopportando ogni sofferenza. Ne deriva che per paura del giudizio della gente la famiglia mantiene il silenzio sull'aberrante comportamento del figlio.


Casi clinici

Margherita (19 anni), pretende di rimanere coi genitori affidatari, di entrare ed uscire da casa a suo piacimento, avere rapporti sessuali rumorosi e spumeggianti, sotto gli occhi dei due genitori, certa che essendo anziani e sordastri non si accorgano di nulla, o che la loro educazione morigerata li trattenga da commenti in presenza del fidanzato. Si sente oppressa dalle loro attenzioni continue e dalle contrattazioni sull'orario di rientro che lei puntualmente non memorizza. Quando, stanca di rimproveri, torna e trova la porta bloccata con le chiavi nella toppa all'interno, scompare per una settimana. Al suo rientro spontaneo, il padre la riempe di appellativi, per la sua recente maturità fisica femminile e lei lo spintona contro la porta "mollandogli" cazzotti in viso fino a farlo sanguinare.

Valerio affronta la scomparsa del padre a 13 anni ed il trauma della perdita si inserisce nel trauma del cambiamento del corpo pubere. "Gli ormoni mi ribollono", ma non sa come gestire il dolore di tutte queste perdite. Quando giunge la notizia di una malattia tumorale della madre, egli decide di far cantare le sue mani e picchia la madre, che gli ha negato del denaro che egli ottiene tutti i giorni in notevole quantità. "Deve capire come si sta al mondo" ma è impotente egli stesso di fronte alla madre incapace, in questo periodo, di dargli il sostegno e la comprensione di cui avrebbe bisogno. Valerio adora la madre e non tollera l'idea che possa andarsene, come ha fatto il padre, prima che ella possa dimostrargli di reggere la sua aggressività, di contenerlo e rassicurarlo. Durante la prima interruzione programmata della psicoterapia, intrapresa da alcuni mesi, Martina, la fidanzatina, lo informa che andrà per una settimana al mare con le sue amiche; lui la lega al letto e spunta la promessa che rinuncerà alla vacanza lontano da lui. Lasciandola legata, esce a bere con gli amici, offre lui a tutti, quasi a gioire del mancato abbandono e della certezza di ritrovarla tornando a casa.











 

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