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l'ossessione di avere un corpo perfetto - approfondimenti


Le donne, la televisione ed il grande inganno


Venerdì 5 novembre 2010 si è svolta a Pinerolo una serata organizzata dalla Sezione Soci dell'Ipercoop di Pinerolo, in collaborazione con l'associazione Svolta Donna. La relatrice dott.ssa Lorella Zanardo ha presentato un video di una ventina di minuti, da lei realizzato, reperibile sul sito

www.ilcorpodelledonne.net,


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composto da una serie di scene estrapolate dalle più comuni trasmissioni televisive italiane, con le donne come protagoniste.

La visione di questo video lascia senza parole, poiché la concretezza delle immagini ha il potere di rendere percepibile un  contenuto che normalmente si diluisce nel mare magnum dei messaggi erogati dalla televisione.
Si tratta di una ideologia del  controllo o per meglio dire dell'illusione del controllo, proposta in diverse varianti e venduta alle donne come  l'unica strategia vincente per conquistare una identità definita ed una vita appagante.

L' illusione del controllo passa attraverso il corpo delle donne che viene consegnato dalla televisione ad un ideale assoluto di magrezza, tonicità e giovinezza.

Nel video emerge un modello unico di corpo femminile, incarnato da donne solo giovani, solo alte, solo magre, solo sane, assolutamente perfette.
Tale schema corporeo è univoco, imprescindibile,  imposto come modello assoluto a cui tendere per la realizzazione personale.

Come tutti i concetti assoluti, questo ideale di corpo femminile è fuori dalla realtà ma viene proposto dalla televisione come plausibile e raggiungibile.

L'imposizione di un modello di donna perfetta e perciò inesistente non solo impedisce che le donne vere prendano sul serio i loro desideri più autentici e perciò non massificabili, bensì  le costringe a pensare che tutto ciò che in loro stesse è limitato, contingente e relativo, dalle rughe ai vissuti emotivi conflittuali, sia da tenere sotto controllo con la negazione o la rimozione.

Dal video della dott.ssa Zanardo emergono corpi di donne adulte che un tempo sono state ragazze come plastificati da una  chirurgia estetica che sembra annullare l'età e con essa la soggettività, la storia, la realtà.
I tratti del viso sono  impietriti e privati della mimica facciale che consente la comunicazione non verbale, le labbra e gli zigomi sono deformati dal silicone ed omologati ad uno schema unico che annulla le differenze individuali.
Il messaggio illusorio che la televisione manda a tutte le donne è chiaro: per poter sperare di essere qualcuno bisogna essere perfette, essere perfette è possibile, il raggiungimento della perfezione passa  attraverso il controllo del corpo.

In questa logica non è possibile raggiungere un equilibrio attraverso l'integrazione d limiti e risorse, forza e debolezza, scelte giuste e scelte sbagliate: non vengono tollerati dubbi o ambivalenze, non sono concessi trasgressioni o sbagli, non viene presa in considerazione la storia unica ed irripetibile di ogni donna.

Tutto è spietatamente semplice: la felicità è il controllo. L'infelicità è la perdita di controllo.


La televisione propone questo concetto come un dato scontato, tanto da rendere di difficile lettura una realtà fondamentale: il controllo è una droga mentale che dà l'illusione di essere al sicuro mentre invece fa pagare prezzi altissimi, primo fra tutti la perdita di ciò che abbiamo di più prezioso come il contatto con noi stessi e con le nostre emozioni.

Personalmente conosco bene questa logica poiché è la stessa algida, lugubre, perversa geometria che tende a dominare la vita di molte delle mie pazienti, donne forti e coraggiose che combattono insieme a me quotidianamente una battaglia senza esclusione di colpi contro quella stessa  ideologia che viene ecumenicamente propinata dalla televisione.

Ma nel video di Lorella Zanardo emerge un contenuto più complesso e se possibile più mistificante di quello che fa credere alle donne che controllare il corpo e quindi le emozioni sia possibile, doveroso e gratis.

Si tratta di un ideale immaginario che prevede che le donne debbano essere sorridenti, sessualmente ed emotivamente disponibili, rispettose, rassicuranti, prive di richieste e pronte ad instaurare e mantenere un rapporto dispari con gli uomini.

Tutto ciò viene presentato dalla televisione non solo come status quo legittimo ed inopinabile, bensì  come modello femminile a cui le donne devono tendere  per ottenere ricompense come l'attenzione,  la considerazione e la benevolenza da parte degli uomini.

La televisione spegne i riflettori su un dato di realtà: le donne per adeguarsi ad un simile schema  devono rinunciare a parti fondamentali di sé come la capacità critica e la possibilità di tutela per ridursi al rango di oggetti, magari desiderabili, ma comunque oggetti nelle mani di qualcuno che decide per loro.

Il video è costellato da giovani, bellissime donne  ridotte  a soprammobili vuoti e muti per abbellire un'inquadratura o per incorniciare il presentatore di una trasmissione. La violenza non è né sottile né camuffata: queste ragazze vengono usate come cose, sotto gli occhi di tutti e nell'indifferenza generale, a testimonianza del fatto che le donne possono essere facilmente ed impunemente squalificabili.

Il video lascia allibiti dalle umiliazioni a cui sono sottoposte le donne nelle trasmissioni televisive, in modi che vanno dagli insulti verbali all'aggressione fisica fino alla scena finale, estrapolata dalla trasmissione "Scherzi a Parte", dove una donna  appesa al soffitto con mani e piedi legati, in mezzo a dei prosciutti,  viene marchiata sulle natiche come un animale.

Queste scene ci fanno capire come la televisione agisca un attacco sadico all'identità delle donne e lo sdogani come lecito, ammissibile, normale. Quanto più le donne sono ridotte al rango di oggetti muti e compiacenti, tanto più è facile non provare alcuna empatia nei loro confronti né tantomeno sensi di colpa o di vergogna.

In questa logica le donne vittima di attacchi all' autostima fanno fatica a riconoscere ed utilizzare i loro sentimenti di dolore, rabbia, impotenza e confusione poiché in una realtà sovvertita e mistificata la loro sofferenza appare incongrua ed addirittura colpevole. Come in tutte le relazioni perverse, la colpa che non sente il persecutore viene vissuta dalla vittima.
Diventa così molto difficile per le donne accorgersi di essere invischiate in una relazione manipolatoria da parte di un potere che per autoconfermarsi ha bisogno di esportare su altri i contenuti di impotenza, fragilità e bisognosità che non riesce a riconoscere come propri.

In questa logica perversa l'umiliazione delle donne consente a chi la esercita di sentirsi potente, capace e confermato nella propria adeguatezza.

Il video di Lorella Zanardo rende evidente questo  gioco agito e confermato dalla televisione ma soprattutto dimostra che il potere perverso è meno spaventoso ed onnipotente di quanto ami far credere. Infatti se ci si accorge che esiste si può arrivare  a capire come funziona, lo si riconosce come diverso da noi e lo si mette in discussione.
Da quel momento in poi il grande inganno smette di funzionare.


Dott.ssa Danila Ghiano

Psicologa Psicoterapeuta


ll libro il corpo delle donne può essere comprato e analizzato attentamente sul sito di Lorella Zanardo 





 
Articolo di Dott.ssa Maria Letizia Rotolo
tratto da www.opsonline.it














La relazione terapeutica

nei DCA


Corpo e mente non comunicano tra loro

Ad ogni primo incontro con una persona sofferente di anoressia restrittiva, mi viene in mente "L'urlo" di Munch. Eppure di solito la ragazza che ho di fronte mostra un atteggiamento duro e deciso, appena stemperato da un sorriso educato, di chi è sicuro del fatto suo, nonostante le pressioni contrarie dell'ambiente circostante.

Il corpo deprivato, composto e rigido mi comunica rabbia, angoscia e disperazione, mentre le parole ostentano sicurezza e la chiara intenzione di voler tenere le distanze dalle emozioni e nella relazione. A volte l'atteggiamento è apertamente oppositivo e rivendicativo e non prelude ad un reale desiderio di cambiamento, piuttosto sottolinea il fermo proposito di non cambiare.

Mi sento sempre un po' combattuta al primo incontro tra il desiderio di tirarmi indietro e quello di accogliere. L'aggressività che trapela dal corpo e dall'atteggiamento di queste pazienti  mi spaventa, ma mi sono abituata a contenere le mie paure (sono pazienti di solito difficili, che mettono a dura prova, interrompono facilmente il trattamento), senza negarle, nella speranza di essere un po' d'aiuto.

Ma a cosa prestare ascolto? All'angoscia trasmessa dal corpo o alla determinazione ostentata a parole?  L'esperienza interna di queste pazienti è scissa. Ho imparato ad accoglierle , con il loro corpo sofferente da un lato e il loro rifiuto di cambiare dall'altro. E confido nella mia pazienza. Come Ferenczi insegna l'analista deve avere pazienza, deve sapere aspettare.

Nella persona affetta da anoressia restrittiva è più evidente la mancata integrazione tra il corpo e la mente, che caratterizza in modo più o meno marcato anche le altre forme di DCA, i disturbi psicosomatici e quelli dissociativi.

Lavorando con pazienti che soffrono per anoressia o bulimia, è frequente osservare la scissione tra la mente e il corpo: la mente è super nutrita, il corpo tenuto a stecchetto o ingozzato senza amore. Il lavoro intellettuale è esaltato e idealizzato, anche se la sicurezza mostrata in questo ambito è animata più dal dovere e dal perfezionismo che dal piacere. Il corpo è disprezzato, punito, mortificato, ferito.

Corpo e mente appaiono come "slegati". Scrive Walter Bruno che, similmente ai "separati in casa", a forza di non comunicare, mente e corpo sviluppano disinteresse, diffidenza e ostilità reciproca.
I pensieri ossessivi legati al corpo sono tutti rivolti a qualità ed esigenze concrete: aspetto fisico, peso, fame, calorie, cibo, movimento, prendere dentro e buttar fuori ecc. Se si parla di emozioni o sono negate o sono razionalizzate. Se espresse sono "vomitate" senza mai dar luogo a vera introspezione.

Mantenere la dissociazione richiede una grande quantità di energie. Fino a quando il corpo ce la fa, l'angoscia viene tenuta a bada dalla dedizione allo studio e da risultati scolastici eccellenti. Qualsiasi richiamo alla ragione o alla volontà, rispetto al proposito di digiunare o di abbuffarsi, è destinato a cadere nel vuoto oppure provoca reazioni di rabbia, sospetto e rancore. Queste pazienti sono sincere quando affermano di vedersi grasse, sformate o gonfie da scoppiare. Sono sincere quando temono le conseguenze che possono derivare da atti semplici, che a noi appaiono banali, ma che per loro sono drammatiche: per loro mangiare solo un boccone in più è come se davvero rischiassero di morire.

Senso e significati del sintomo

L'esperienza clinica avvalora l'ipotesi che il sintomo sia una modalità difensiva a protezione di un'area della personalità molto fragile e vulnerabile. Spesso nei primi colloqui dico alla paziente che non l'aiuterò a liberarsi del sintomo (queste pazienti hanno un gran timore di essere costrette a farlo), ma che prima di pensare a qualsiasi cambiamento, cercheremo insieme di capirne il senso: cioè la sua intenzione positiva. E' una cosa che può fare per sé, per conoscersi meglio.

Nel racconto autobiografico si possono scorgere i segnali di qualcosa che è mancato: distacchi troppo precoci, forzature nella crescita, periodi di solitudine affettiva, traumi importanti che sono apparentemente scivolati via come niente fosse. Spesso si delinea un ambiente che non ha saputo o potuto accorgersi dei bisogni della paziente, già da neonata, poi da bambina e da adolescente. Non li ha visti e non ha risposto, oppure ha dato risposte non utili o limitanti.

Solo grazie ad un delicato, lungo e paziente lavoro psicologico, in un clima di grande fiducia, il muro dell'autosufficienza può cominciare a sgretolarsi, per lasciar posto alle prime consapevolezze ancora incerte di avere dei bisogni. Allora fa capolino il timore di "non essere viste", di non esistere, di scomparire, di essere trasparenti, di non essere mai nate, ecc .
Il sintomo è, per usare un'espressione di W.Bruno; "un medicamento d'urgenza", capace di contrastare concretamente, per brevi momenti, la sensazione di perdita di consistenza corporea, attraverso l'iperstimolazione sensoriale: attraverso cioè le contrazioni dolorose indotte dalla fame, il dolore prodotto da ferite cutanee autoprocurate, un'abbuffata che dilata in modo brusco le pareti dello stomaco; il vomito che lo svuota, l'iperattività fisica.

E' inutile interpretare queste condotte, perché, essendo espressione di una dissociazione interna, non hanno un valore simbolico (non esprimono cioè impulsi indesiderati o un conflitto da rimuovere), ma sono azioni concrete e ripetitive, dirette a contrastare la sensazione di non esistere. Il dolore ha il potere di far sentire ancora vivo il corpo, di risvegliare la consapevolezza corporea, di confermare la non morte di un Sé segregato, "imperfetto" perché fragile e vulnerabile.

Quello che gli altri vedono è un Sé maschera, vissuto anche con odio, perché risponde esclusivamente alle aspettative degli altri, ma di cui non si può fare a meno perché l'unica parte di sé che la paziente crede abbia il diritto di esistere (o a cui la paziente dà il diritto di esistere).

Ecco quindi che esplorando i significati del sintomo si intravede questo Sé nascosto e vulnerabile, ma più autentico, a cui appartiene il bisogno di tornare piccole e di riprendersi l'attenzione che non c'è stata, ma anche il desiderio di crescere senza paura di essere abbandonate o di perdere l'affetto dei propri cari. Il percorso non è mai indolore, anzi spesso si accompagna a fortissime resistenze, un grande spavento, un senso di enorme smarrimento e confusione e quindi sono sempre possibili delle ricadute. Infatti il contatto con le emozioni può produrre una specie di maremoto, che si teme di non poter affrontare.  La strada è quindi molto impegnativa, richiede una grande fiducia nella relazione con lo psicoterapeuta e non sempre si può fare tutta in una volta.


Trauma

I disagi legati al corpo e i disordini nella condotta alimentare non sono sempre espressione di una dissociazione. Occorre saper distinguere quando esprimono in modo simbolico un conflitto o un impulso indesiderabile (e quindi indicano un disturbo nevrotico più facilmente curabile) e quando invece una negazione dell'attività psichica.  In quest'ultimo caso il sintomo ha il senso di contenere una mancanza che non è simbolizzabile (cioè non è rappresentabile), un vuoto creatosi proprio quando l'Io non era ancora in grado di difendersi dall'angoscia che questa mancanza procurava. Come afferma Winnicott, in età precoce si è verificato un blocco evolutivo: una situazione di carenza affettiva si è congelata nella psiche del bambino. Balint l'ha definito "un difetto di base", altri "una lesione nella fiducia di base" (teorici dell'attaccamento).
Credo sia estremamente importante chiarire i concetti di ambiente, carenza affettiva e trauma.

Con ambiente mi riferisco al contesto in cui è inserito il bambino, intendendo non solo la disponibilità affettiva materna (che comunque nei primi mesi di vita è l'ambiente - per eccellenza - percepito dal bambino), ma anche la qualità di cura e di contenimento delle altre persone nei confronti della coppia madre-bambino. Con carenza intendo non solo la mancanza d'amore, ma anche il dare troppo.
La psicoanalisi ha rivisto il concetto di trauma, allargandolo al contesto, allo stato del soggetto (età, fase dello sviluppo, capacità psicofisiche, ecc.), alle caratteristiche della relazione all'interno del quale si verifica. Quanto più una relazione è significativa, si verifica precocemente, perdura nel tempo, tanto più l'evento ha impatto traumatico e conseguenze dannose. Bonfiglio (1999) definisce traumatica "l'esperienza momentanea o prolungata di non percepirsi esistente e padrone di se stesso, dei propri pensieri e delle proprie scelte.." e ancora un evento o una situazione "che mette fuori gioco l'integrità psichica del soggetto, mettendolo temporaneamente in scacco e non consentendogli di funzionare in modo unitario e coerente".

Possono presentarsi moltissime occasioni che fanno sì che una mamma non sia disponibile affettivamente verso il bambino: è arrabbiata, è stravolta da un lutto improvviso, è in conflitto con il compagno o con un altro familiare, ha difficoltà con gli altri figli, è sola, è in gravi condizioni economiche, ecc. Non c'è di solito un'intenzione consapevole di rifiutare o trascurare il bambino, ma il posto del bambino nella mente della mamma è occupato da altro.

Nella storia delle pazienti affette da un disturbo del comportamento alimentare sono spesso presenti disturbi della relazione precoce (difficoltà del sonno, rifiuto del latte) in concomitanza con stati di malessere della madre dovuti ad una o più delle situazioni sopradescritte. A volte tuttavia non emerge un evento preciso, quanto l'immagine di un'infanzia idealizzata e la descrizione di una bambina che "non ha mai dato problemi", ma che approfondendo si è sentita eccessivamente e precocemente responsabilizzata e che si è iperadattata alle esigenze della madre e della famiglia. Altre volte emerge un trauma nella seconda infanzia (la grave malattia di un fratellino) o nell'adolescenza (per esempio un abuso o un aborto), non per questo meno doloroso, che ha destabilizzato un'Io ancora instabile e in formazione.


Il percorso terapeutico

Premetto che la psicoterapia analitica ha un setting diverso dall'analisi tradizionale: in psicoterapia non si usa il lettino e le sedute si svolgono come una conversazione viso a viso, con appuntamenti regolari una o due volte la settimana al massimo.
Come afferma Fabio Metelli nella prefazione al libro "Psicoanalisi e psicoterapia analitica" di Munari e Racalbuto, mentre l'analisi mira ad una ristrutturazione della personalità, gli obiettivi della psicoterapia analitica sono più limitati: si tratta di intervenire sulle aree connesse a determinati disturbi di un paziente, allo scopo di migliorarne le condizioni psichiche, ristabilendo un equilibrio nel rapporto con se stesso e con gli altri.

Una psicanalisi classica richiede sempre tempi lunghi, una psicoterapia può raggiungere lo scopo prefissato con un numero inferiore di sedute.
Ciò non significa che condurre una psicoterapia sia più facile che un'analisi, dal momento che la psicoterapia "richiede maggior autocontrollo .. e un'elevata capacità di prestare attenzione ai modi di comunicare dei pazienti e ai loro bisogni"  (Limentani A., Ibidem).

La persona che soffre di un disturbo. del comportamento alimentare non sempre arriva dallo psicoterapeuta con una  personale e vera motivazione alla psicoterapia. Come ho accennato all'inizio, il sintomo è già per la persona una "soluzione". Inoltre, fornisce di solito un importante vantaggio secondario nella relazione con i genitori e gli altri familiari, che preoccupati e in ansia diventano più attenti, sensibili e disponibili.

Quando i genitori si rendono conto che la figlia ha un problema serio nei confronti del cibo, di solito provano diversi sentimenti contrastanti: apprensione, senso di colpa, mortificazione, rabbia. A volte essi hanno molte resistenze ad ammettere che si tratta di una vera e propria malattia e non di  un capriccio o di una modalità oppositiva, magari temporanea, e che non bastano ragione, convincimenti, volontà o punizioni per ripristinare una situazione di normalità.
Anche i genitori soffrono e possono reagire al dolore con modalità non sempre costruttive.

Come altre colleghe descriveranno nei prossimi incontri possono esservi, inoltre, delle ragioni inconsce che inducono la famiglia a mantenere la situazione in atto, piuttosto che ricercare o facilitare un cambiamento.
Anche i genitori hanno bisogno di essere aiutati, informati e sostenuti nel difficile e faticosissimo compito di aiutare a propria volta la figlia ad uscire dalla malattia. Ed è di fondamentale importanza che credano nell'aiuto psicoterapeutico, abbinato a quello farmacologico se necessario. Nella mia esperienza ho verificato che quando i genitori sono consapevoli e collaboranti (cioè disposti a rivedere se stessi e il loro rapporto con la figlia, fiduciosi e non intrusivi) il cammino verso la guarigione è più facile e di solito più breve.

A volte può passare molto tempo prima che la persona decida di iniziare una psicoterapia, anche se c'è l'appoggio dei genitori e più di un terapeuta che si è dichiarato disponibile.
La fase iniziale di una psicoterapia, che si identifica sostanzialmente nella costruzione di una relazione di fiducia, può essere anche molto lunga ed impegnativa, perché queste pazienti sono in genere diffidenti o molto sfiduciate. Uno dei problemi che mostrano e sentono di più, al di là del peso e delle calorie, è la mancanza di una misura nello stabilire e mantenere le distanze "affettive" nelle relazioni con gli altri: o si aggrappano o si isolano. Esse si difendono in tal modo dallo sperimentare un  contatto emotivo intenso, pur desiderandolo.

Per favorire la fiducia, il terapeuta si mette "a disposizione" della paziente: l'ascolta, evita di essere intrusivo e nello stesso tempo riflette in modo empatico le sue considerazioni. Non interpreta. Evita di entrare nel merito di peso e calorie (che sono di competenza del medico e della dietologa) e si mostra interessato a scoprire insieme a lei il senso del disturbo che pervade la sua vita quotidiana.

I primi segnali di un senso di fiducia verso il terapeuta di solito sono emozioni legate a qualche ricordo piacevole o spiacevole dell'infanzia, oppure il racconto di un sogno.
A questo punto può iniziare il vero lavoro terapeutico. Spesso è la curiosità di capire cosa è accaduto e non funziona dentro di lei che motiva la paziente a riflettere sul suo mondo interiore, mentre prendono spazio i sentimenti legati al transfert. Il rischio di acting out rimane comunque sempre molto alto. La paziente può rifiutare categoricamente anche la più piccola interpretazione. In questo periodo la situazione rispetto al cibo, in casa e nelle relazioni esterne non sempre migliora, a volte anzi può peggiorare, come se la paziente "facesse pagare" ai genitori una fatica che a suo vedere dipende solo da loro.

La condotta masochistica sembra esprimere un "bisogno di fallire", per dirla con le parole di Walter Bruno: una ricerca perversa di conferme del non amore o dell'indifferenza da parte degli altri. Questo accade anche nella relazione terapeutica. Per molti mesi la relazione con la paziente può avere la caratteristica quasi di un idillio o di una forte intesa. E' difficile per il terapeuta non cadere nella trappola di sentirsi il genitore ideale che la paziente ha sempre sognato. Poi ad un certo punto si verifica un colpo di scena: la paziente è delusa anche solo da una piccola mancanza del terapeuta che improvvisamente riconosce "imperfetto".

E' il momento più delicato della psicoterapia. Se il rapporto tiene, c'è la possibilità di ri-sperimentare il trauma infantile nella situazione protetta della psicoterapia: per la paziente ciò significa scoprire, attraverso il sentire piuttosto che il pensare, cosa è mancato, provare dolore per questo, potersi svincolare dall'immagine di un genitore idealizzato e far posto ad un genitore più reale con i suoi difetti e le sue qualità positive.
In sostanza si tratta di far vivere alla paziente una "esperienza correttiva" (Franz Alexander) per potersi separare dall'infanzia e ricominciare a crescere.





Quadro clinico

bulimia nervosa:

abbuffate e

restrizione

alimentare



Dott.ssa Nazaria Palmerone

tratto da www.opsonline.it

La caratteristica principale della Bulimia Nervosa (BN) è rappresentata dal verificarsi di episodi di ingestione compulsiva di grandi quantità di cibo, che sono accompagnati da una sensazione di perdita di controllo e a cui, poi, seguono una serie di comportamenti miranti a neutralizzare l'aumento del peso.

Secondo quanto riporta Faccio (1999), questi episodi di abbuffata avvengono in solitudine, quanto più segretamente possibile e a qualunque ora del giorno, anche se sono più frequenti dopo la scuola o il lavoro, di sera o di notte. Generalmente hanno una durata inferiore alle due ore.
La frequenza con cui si verificano varia molto, ma l'autrice presume che la metà dei pazienti presenti almeno un episodio al giorno. Sempre Faccio (1999) riferisce che gli alimenti preferibilmente consumati durante questi episodi comprendono cibi ipercalorici, incompatibili con la dieta che il paziente vorrebbe seguire, come gelati o torte, alimenti che necessitano di poca preparazione e, in alcuni casi, alimenti abituali, in quantità esagerate; l'apporto calorico medio va dalle 3500 alle 5000 calorie.

Sebbene le abbuffate possano essere programmate in anticipo, quando avvengono hanno comunque un carattere improvviso e i pazienti sembrano esserne consapevoli solo in parte, tanto che riferiscono di mangiare per lo più senza gusto e senza raggiungere un senso di sazietà, ma solo di malessere addominale (Dalla Grave & Di Flaviano, 2002).
Infatti, durante l'abbuffata, alcuni, soprattutto nelle fasi precoci del disturbo, esperiscono un senso di estraneamento, come se fossero posseduti da un'altra personalità o qualcosa di bestiale avesse preso il sopravvento; altri, invece, vivono l'abbuffata come una sorta di esperienza di derealizzazione (Gordon, 2000/2004). Nelle fasi più tardive del disturbo, alla sensazione di perdita di controllo si sostituisce l'incapacità di resistere all'impulso della crisi o di interromperla una volta iniziata (Onnis, 2004). La perdita di controllo associata all'abbuffata, però, non è assoluta poichè, sebbene il paziente possa continuare l'abbuffata a dispetto del telefono che squilla, può invece interromperla bruscamente, se qualcuno entra nella stanza (Nardone, Verbitz & Milanese, 1999).

Chi soffre di BN descrive una forte tensione che aumenta prima dell'abbuffata; questa tensione può essere determinata o dalla sensazione di fame, a seguito di una restrizione dietetica, o dal desiderio di mangiare un alimento proibito, o da condizioni di stress o, molto spesso, da stati emotivi negativi come ansia, tristezza, rabbia, disappunto, noia e solitudine e da sentimenti di insoddisfazione relativi al peso, alla forma del corpo o al cibo.

Durante l'abbuffata vi può essere una transitoria riduzione della tensione, che si esprime con un senso di rilassamento ed un abbassamento dell'ansia; ma, al termine della crisi bulimica, le pazienti si sentono gonfie e a disagio e provano sentimenti di vergogna, colpa, angoscia, depressione e disprezzo verso se stesse, in quanto, nonostante le intenzioni, non sono riuscite a mantenere il controllo (Gordon, 2000/2004).
Alla fine sono i comportamenti riparatori i soli che riescono, e non sempre, ad attenuare una simile tempesta emotiva, ma la calma a cui conducono è momentanea, in quanto lascia presto il posto al senso di disagio, con cui la bulimica convive, ed il ciclo si ripete (Faccio, 1999; Gordon, 2000/2004). Oltre alle condotte compensatorie, ad interrompere le abbuffate possono intervenire anche cause esterne, quali l'interruzione da parte dei familiari o l'impellente bisogno di dormire, dal quale le pazienti si svegliano ritemprate (Faccio, 1999; Dalla Grave & Di Flaviano, 2002).

Il pensiero delle abbuffate non solo condiziona l'intero programma della giornata, ma, nei casi più estremi, può interferire pesantemente nelle attività quotidiane del paziente, sia dal punto di vista del rendimento scolastico e/o lavorativo, sia da quello delle relazioni interpersonali. Infatti, questi pazienti, a volte, rinunciano a partecipare a pranzi o party con gli amici, pur di non andare incontro a possibili tentazioni, che in quelle situazioni non riuscirebbero a controllare. Inoltre, i forti sensi di colpa che seguono l'abbuffata possono determinare l'insorgenza di atti autolesionistici (come, per esempio, mordersi, tagliarsi, bruciarsi e picchiarsi) e, raramente, persino tentativi di suicidio (Dalla Grave & Di Flaviano, 2002; Onnis, 2004).

Nella maggior parte dei casi, le abbuffate in cui incorrono i pazienti con BN sembrano essere la diretta conseguenza di una dieta dimagrante, che, sebbene all'inizio venga messa in atto solo per contrastare un modesto sovrappeso, generalmente diviene sempre più restrittiva fino a condurre ad un regime di semidigiuno. Infatti questi pazienti, in seguito alla loro tendenza a voler essere perfetti, che li porta a porsi degli standard molto elevati, finiscono per imporsi delle regole sempre più rigide ed assolute riguardo quando e cosa mangiare, ma soprattutto la quantità di cibo da assumere (Fairburn, 1997; Garner & Dalla Grave, 1999; Lorenzini & Sassaroli, 2000).

Ma la restrizione alimentare condotta in maniera ferrea ed ossessiva porta, prima o poi, inevitabilmente, questi pazienti a concedersi una piccola trasgressione, che innesca in loro una modalità di pensiero "tutto o nulla", la quale fa sì che essi esperiscano il loro cedimento come un fallimento inevitabile e, vivendo la perdita di controllo come assoluta e definitiva, finiscano per abbuffarsi (Garner & Dalla Grave, 1999; Lorenzini & Sassaroli, 2000).
In altri casi le abbuffate, coesistendo da subito con un regime dietetico ipocalorico, gradualmente conducono ad un'ulteriore restrizione e ad un incremento dell'attività fisica, che, nelle fasi più avanzate del disturbo, assumono i connotati di una pratica compulsiva (Lorenzini & Sassaroli, 2000).

La crisi bulimica, quindi, si manifesta come un fenomeno di rebound nei confronti della rinuncia al cibo, in quanto è come se il paziente, una volta compromesso l'equilibrio di un adeguato rapporto con il cibo, non riuscisse più a recuperare una posizione intermedia rispetto ai due estremi tutto/nulla. Lo schema alimentare di queste pazienti, perciò, diviene ben presto una continua peregrinazione tra l'eccesso ed il difetto, in cui l'unica possibilità di mantenere l'equilibrio tra i due estremi è quella di bilanciare l'eccesso attraverso la messa in atto di adeguate condotte eliminatorie (Faccio, 1999).

La dieta ferrea ed i comportamenti di compenso si possono comprendere, però, solo alla luce di un altro aspetto, che rappresenta la psicopatologia specifica della BN. In tutti i pazienti con BN, infatti, è presente una caratteristica forma di eccessive preoccupazioni per il peso e le forme corporee, l'essenza delle quali consiste nella tendenza a giudicare il proprio valore in gran parte o, addirittura, esclusivamente in funzione del peso e delle forme corporee. A queste preoccupazioni, poi, si accompagna spesso un atteggiamento di grande insoddisfazione per il peso e le forme del proprio corpo (Lorenzini & Sassaroli, 2000).
L'unico comportamento non strettamente legato alla polarizzazione ideativa sull'immagine corporea è l'abbuffata che, come è stato detto, sembra essere piuttosto la diretta conseguenza della dieta ferrea ed ossessiva (Garner & Dalla Grave, 1999).

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